BOB WILSON E LA PERCEZIONE DEL TEMPO di Anna Albertano

© Lorenzo Burlando, Bob Wilson al Lumière – Bologna

Definito dal New York Times “Pietra miliare del teatro sperimentale mondiale”, nonché “L’artista teatrale più visionario al mondo”, Bob Wilson, regista e drammaturgo statunitense, scomparso nel 2025, è stato anche coreografo, performer, pittore, scultore e designer.

Nato nel 1941 a Waco, in Texas, dopo aver studiato all’Università del Texas, al Pratt Institute a Brooklyn apprende architettura e disegno. Più tardi studia pittura con George McNeil a Parigi, e lavora con l’architetto Paolo Soleri in Arizona. Trasferitosi a New York, nel ‘68 fonda The Byrd Hoffman School of Byrds, un collettivo sperimentale dove inizia a elaborare un nuovo linguaggio teatrale.                  

Wilson è architetto, interessato alle arti figurative, ai linguaggi non verbali, e il suo stile registico, fondato su un rigore visivo assoluto, che elimina la narrazione lineare, per le sperimentazioni adottate si pone in antitesi al teatro di parola e prima ancora al teatro rappresentativo.

© A.A. Primi Piani

Alla base del suo linguaggio teatrale rivoluzionario si colloca un’esperienza formativa fondamentale, che ha segnato profondamente la sua vita. Tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, prima di trasferirsi a New York, Wilson inizia a lavorare in Texas con ragazzi e bambini affetti da disabilità motorie e mentali, scelta legata al proprio vissuto: da ragazzo ha sofferto di una grave forma di balbuzie, superata grazie alle lezioni di movimenti lenti impartitegli dall’insegnante di danza, attraverso le quali comprende che la comunicazione non passa necessariamente attraverso la parola, ma può esprimersi con forza ancora maggiore tramite il silenzio, i ritmi dilatati e la lentezza del corpo. Appena giunto a New York segue il  lavoro pioneristico dei coreografi George Balanchine, Merce Cunningham e Martha Graham. Molti dei suoi spettacoli visivi e performance astratte integrano la danza come architettura del tempo e dello spazio, risalendo alle radici del suo incontro con la danza contemporanea. Anche ove la danza non è presente,  gli attori seguono vere e proprie partiture di movimenti ritmici che rientrano in una coreografia.

All’interno della sua celebre compagnia sperimentale, la Byrd Hoffman School of Byrds, così chiamata in onore della sua insegnante di danza, Byrd Hoffman, Wilson continua a collaborare stabilmente con persone con disabilità o neurodivergenze, che diventano co-autori e protagonisti dei suoi primi capolavori. Raymond Andrews è un ragazzo sordomuto che Wilson ha legalmente adottato. Dalla sua straordinaria percezione visiva nasce lo spettacolo Deafman Glance (Lo sguardo del sordo), della durata di 7 ore, che nel 1971 rivela il regista statunitense all’Europa, spettacolo muto come l’universo del protagonista, al quale l’intera messinscena è terapeuticamente destinata. Christopher Knowles, è invece un ragazzo autistico, con cui Wilson ha creato una profonda sinergia poetica, basata sulla ripetizione e sulla decostruzione del linguaggio.

Negli anni ’70 Wilson crea una serie di lavori di proporzioni epiche che ridefiniscono la durata e la struttura teatrale, tra cui la performance KA MOUNTain and GUARDenia Terrace (1972), della durata di 7 giorni, che presenta al Festival di Shiraz in Iran, e The Life and Times of Joseph Stalin (1973), spettacolo che inizia la sera alle 19 e finisce alle 9 del mattino dopo.

Nel 1976 con la collaborazione del compositore Philip Glass e insieme a Christopher Knowles mette in scena l’opera monumentale Einstein on the Beach, considerata una tra le più influenti opere del XX secolo. Nata dalla suggestione di una vecchia foto dello scienziato su una spiaggia, Einstein on the Beach è caratterizzata da movimenti ipnotici e precise geometrie corporee curate dalla coreografa Lucinda Childs.

Il suo teatro, spesso definito teatro d’immagine, dal nitore visivo e dall’eleganza formale, in cui la luce diviene definizione architettonica dello spazio, è soprattutto un teatro di “scoperta del tempo”,  dove la lentezza estrema dei movimenti, della gestualità degli attori, le scenografie, che cambiano anch’esse con impercettibile lentezza, la struttura musicale attraverso il silenzo e la ripetizione, l’estenuante lunghezza dei suoi spettacoli, immergono in una progressiva rarefazione temporale, inducendo una “esperienza sensoriale totale”.   

La  percezione dilatata del tempo, che trasforma la scena in un paesaggio mentale, un tempo sospeso, ricorda, anche se su piani diversi, la dilatazione proustiana della memoria e del tempo interiore. Wilson ha piu volte paragonato il proprio lavoro a quello di Proust, citandone anche la convinzione secondo cui un artista finisce per scrivere o creare sempre la stessa opera.

© A.A. Primi Piani

Il suo teatro è espressione di una cultura postmoderna, di una sensibilità eclettica,  dettata da un’inesauribile curiosità, che in sessant’anni di carriera artistica lo porta ad esplorare tematiche sempre nuove in centinaia di spettacoli, rivolti a personaggi della storia e della scienza, o figure della  contemporaneità americana, dove tuttavia  il soggetto spesso è uno spunto o un prestesto per un disegno più ampio. 

Come ha affermato, “Un artista ricrea la storia, non come uno storico, ma come un poeta. L’artista prende le idee collettive e le associazioni che circondano i vari dei del suo tempo e ci gioca, inventando un’altra storia per questi personaggi mitici.” (1) 

tratto dal documentario Absolute Wilson

Con tale spirito incrocia a modo suo le dittature e gli orrori del Novecento. In  D.D. & D., ovvero Death, Destruction and Detroit, del 1979, ad esempio, uno tra gli spettacoli realizzati alla Schaubühne di Berlino, trae spunto dalla biografia di Rudolph Hess, criminale nazista. Anche in questo caso tutto nasce da una foto reale che ritrae un uomo anziano intento a spazzare le foglie all’interno del carcere di Spandau, dove è rinchiuso. Solo più tardi  Wilson scopre che si tratta di Rudolf Hess. È incuriosito da questa figura, che al Processo di Norimberga, mentre altri nazisti seguono con attenzione il processo, si isola leggendo un libro, e nel metterla in scena si sofferma su aspetti minori, gesti quotidiani, trasformandoli in una geometrice coreografia rallentata, nel suo minimalismo di accumulo e frammentazione, che si allontana da ogni ricostruzione documentaristica, in cui la Storia rimane un elemento fra gli altri, anche se gran parte del testo è costituito da parole che Hess ha effettivamente prounciato, e inoltre, due delle attrici sono state in un campo di concentramento.

Tra i suoi più ambiziosi progetti, va ricordato the CIVIL warS: a tree is best measured when it is down, un monumentale lavoro per le Olimpiadi estive del 1984 di Los Angeles, che sarebbe dovuto durare 12 ore. Opera teatrale multimediale e musicale basata su una narrazione epica divisa in sezioni riguardanti diverse nazioni. Per mancanza di fondi il progetto non venne però portato a termine.

Nell’ideazione e allestimento dei suoi spettacoli è rimasto centrale il concetto di “opera aperta” e di  work-in-progress, evoluzione continua del lavoro. Prima di giungere alla loro definizione, i suoi progetti attraversano fasi di studio e sviluppo all’interno di veri e propri workshop artistici. Il fulcro di questo processo è stato il Watermill Center a Long Island, fondato da Wilson nel 1991 e concepito proprio come un “laboratorio permanente per le arti performative”. Qui le opere nascevano per stratificazioni successive, combinando luce, suono, movimento e architettura dello spazio senza una sceneggiatura lineare predefinita. Il Watermill Center, laboratorio interdisciplinare per le arti e le discipline umanistiche, è stato pensato tra l’altro per offrire ad artisti di tutto il mondo il tempo, lo spazio e la libertà di creare, sperimentare e collaborare.

Negli anni Bob Wilson ha adattato per i suoi lavori opere classiche della letteratura e del teatro, dal mito greco alla drammaturgia del Novecento, fra cui l’Odissea di Omero, l’Oedipus di Sofocle, ha riletto opere di William Shakespeare, il Faust di Goethe, Woyzeck di George Buchner, riadattato le favole di Jean de la Fontaine, messo in scena Anton Cechov, Henrik Ibsen, Bertold Brecht, Samuel Beckett, Wole Soyinka, Virginia Woolf, T. S. Eliot, Marguerite Duras – quest’ultima è stata tra i suoi sostenitori  insieme ad altri importanti scrittori francesi come Alain Robbe-Grillet, sin dalle sue prime opere presentate in Europa -.

Gertrude Stein, di cui Wilson ha adattato tre opere teatrali, ha avuto una profonda influenza sul suo lavoro sin dagli esordi, cambiando per sempre  – come egli stesso ha più volte affermato – il suo modo di pensare e concepire lo spazio scenico, ispirando il suo approccio antinarrativo e la nozione di “teatro come paesaggio”.

Lo spettacolo Lecture on Nothing tratto dall’opera Silence di John Cage, presentato nel 2012, è stato il suo omaggio postumo al compositore d’avanguardia scomparso 20 anni prima. Letter to a Man del 2015 è invece tratto dai Diari di Vaslav Nijnski, uno dei più grandi ballerini e coreografi della storia.

Robert Wilson ha diretto opere liriche in molti teatri, fra cui La Scala di Milano, il Metropolitan Opera di New York, l’Opéra Bastille di Parigi, la Zürich Opera, l’Opera di Amburgo, la Lyric Opera di Chicago, la Grand Opera di Houston, il Bolshoi di Mosca. E nel corso dell sua carriera ha collaborato con innumerevoli artisti di fama internazionale, scrittori, musicisti, poeti, fra gli altri il drammaturgo tedesco Heiner Müller, William S. Burroughs, Tom Waits, Lou Reed, David Byrne, Allen Ginsberg, Laurie Anderson, Susan Sontag.

Fernando Pessoa è il protagonista del suo ultimo lavoro teatrale, Pessoa – Since I’ve been me,  spettacolo presentato in prima mondiale a Firenze nel 2024 che rende omaggio alla vita e ai testi del grande poeta portoghese esplorandone l’universo e i celebri eteronimi, personalità multiple e voci poetiche create dalla sua mente.

(1) Dall’intervista “Robert Wilson and Umberto Eco: A Conversation”, pubblicata sulla rivista statunitense Performing Arts Journal nel gennaio del 1993.

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