INCONTRO CON MARIANGELA GUALTIERI  di Bruno Brunini

Mariangela Gualtieri Teresa Garofalo x KUM Festival 11

La singolarità della sua figura di poetessa è data indubbiamente dal contesto teatrale di formazione, un teatro di ricerca. Dopo la laurea in Architettura allo IUAV di Venezia, insieme a Cesare Ronconi fonda il Teatro Valdoca. Può accennare a questa fase iniziale e all’emergere della sua vocazione artistica…

Preferiamo chiamarlo Teatro d’Autore o Teatro d’Arte perché in realtà l’impressione è di avere atteso più che cercato, e di avere obbedito a ordini interiori che non si discutono. Il Teatro Valdoca nasce dalla scissione del Collettivo Valdoca in cui nessuno aveva un ruolo preciso, e nasce soprattutto dall’urgenza di Cesare Ronconi di concentrarsi sulla regia. Io allora ero molto inquieta, carica di un urgente bisogno espressivo ma ancora mi disperdevo fra i molti rivoli in cui placavo il mio disagio senza tuttavia risolverlo: teatro, pittura, grafica, scultura, tutte attività che mi riuscivano in un mio fondamentale eclettismo. In particolare riempivo centinaia di cartigli con piccoli segni grafici e pittorici, una sorta di alfabeto colorato e illeggibile ma che già conteneva una forte tensione alla scrittura, come se la mano si allenasse, si riscaldasse per le parole.

Nel 1985 l’incontro con il poeta Milo De Angelis segna l’avvento della parola nell’accadimento scenico del vostro Teatro. Come siete giunti a questa scelta?

Prima c’erano stati due spettacoli fondamentali per noi, i nostri primi due spettacoli nei quali abbiamo condensato, senza saperlo, l’alfabeto, la lingua del Valdoca. Erano spettacoli senza parole, fatto sorprendente all’epoca, con pochissima musica, senza attori professionisti: solo due figure femminili, non danzatrici, non attrici, eppure di fortissima, strana presenza scenica. Dunque siamo partiti in silenzio, finché al terzo spettacolo – una produzione del Festival di Santarcangelo – durante le prove, è arrivato per fatali circostanze, Milo De Angelis. È arrivato proprio nel momento in cui cercavamo le nostre prime parole: poche parole da scrivere su lunghi cartigli che venivano srotolati e attraversavano tutta la scena. Da qualche giorno provavamo frasi, pensieri, ma tutto sembrava banale o retorico o troppo enigmatico. Milo, subito, ha scritto su un foglietto versi di Paul Celan e versi suoi. Erano perfetti, stordenti tanto irrompevano silenziosamente, enigmaticamente in quel largo tacere della scena. Cito a memoria: “Conta le mandorle, conta ciò che era amaro e ti teneva sveglio”. “Venisse oggi un profeta, potrebbe solo balbettare e balbettare continuamente”. “E tutte le navi arriveranno perché è già finito il tempo che non conduce”. Così la parola entrava nel nostro teatro, da subito, come parola poetica. Da allora Cesare ha voluto solo versi per la propria scena, solo la parola condensata, monumentale, densa, magica della poesia. In seguito, quando poi ho cominciato a leggere le poesie di Milo, si è destato qualcosa che forse galleggiava in me dall’infanzia. C’è per me un prima e un dopo quelle letture. È stato come trovare un fratello oscuro e abbagliante, incomprensibile e lampante, insieme maestro e compagno di banda, adulto e adolescente.

Negli anni novanta il Teatro Valdoca dà vita alla Scuola di Poesia diretta dallo stesso Milo De Angelis, che ha per protagonisti alcuni dei più importanti poeti di quel periodo, tra cui Fortini, Luzi, Bigongiari, Loi, Rosselli, Merini, Cucchi. Come è nato questo progetto?

Con Milo diventammo amici e così ragionando insieme nacque l’idea di questa scuola, una delle prime del genere. Nel primo fine settimana Milo ci proponeva un poeta che studiavamo insieme e nel fine settimana successivo il poeta arrivava: la domenica mattina si presentava con una lettura aperta alla città, il pomeriggio in dialogo col gruppo di allievi – non più di una quindicina – che ponevano domande preparate con cura. Erano incontri ravvicinati, intensissimi. Ricordo l’energia furiosa, inesauribile di Franco Fortini col quale rimasi dal suo arrivo, fino alle tre del mattino successivo, in dialogo, in ascolto di quella sua lingua vivace e coltissima, sentendomi io un moscerino, ma grata e contenta di quella sua famigliarità. O Franco Loi col quale cominciò dal primo istante una amicizia intensa e duratura. Amelia Rosselli che dopo giorni di accordi mi disse al telefono, la sera prima che andassimo a prenderla a Roma: “non ricordo nulla”. E poi Bigongiari, Luzi, Cucchi, Sicari, Zeichen, Majorino e altri e altre. Io li guardavo e li ascoltavo e anche li studiavo con una tale sorpresa, come fenomeno sconosciuto che mi si rivelava, mi entusiasmava, come nutrimento raro, sorprendente e splendente. Ero rimasta ai poeti del liceo e cominciavo solo allora a scoprire i poeti e le poete del mio tempo.

È in seguito a questa esperienza che matura in lei l’idea di una propria scrittura poetica?

La nascita di quella che voglio chiamare una vocazione è sempre frutto di molteplici esperienze, incontri, studi, congedi, sogni, abbandoni, no detti crudelmente, sì difficilissimi pronunciati in leggerezza. È materia che smargina in un non sapere che voglio lasciare così, nel suo nido impenetrabile. Senza dubbio l’incontro dal vivo e ravvicinato coi più intensi poeti di quel tempo, è stata una esperienza fondativa che mi ha dato grande coraggio, soprattutto mi ha fatto sentire che ero libera e credo sia l’insegnamento più grande che un maestro possa dare. Lì si è precisata ancora più una urgenza, il desiderio di buttarmi a capofitto dentro il verso dei poeti e di leggerli. Come avevo potuto vivere senza l’oro di quelle parole? In fondo le attendevo fin dall’infanzia, quando a undici anni avevo smesso di scrivere poesie per l’irrisione dei più grandi che mi stavano intorno. E ogni giorno ho sentito di non avere le parole, sentivo che la lingua mia e degli altri mancava di parole. Che le parole degli adulti non facevano mai centro e mi deludevano sempre. Nella nascita della mia scrittura non c’è stata né volontà né pensiero, piuttosto l’urgenza di sgravarmi, come vi fosse stato un enorme accumulo, di esplodere come un tuono al culmine, come scrive la Dickinson. A quel punto o scrivevo o credo mi sarei ammalata. Come infatti da principio accadde.

La sua è una parola poetica viva, temprata dalla corporeità della scena, dalla voce degli attori, in un flusso di versi che possono assumere una cadenza rituale, incantatoria. Come ha detto in diverse occasioni e ribadito in L’incanto fonico, “Sono nata come poeta in teatro”, dove è prioritaria la componente orale, la fonetica, la presenza di un uditorio. Può parlarne?

12 02 2021 ENIGMA. REQUIEM PER PINOCCHIO. ph. Simona Diacci Trinity

Ad un certo punto Cesare ha montato in sala prove un buon impianto di amplificazione e mi ha chiesto di leggere versi di vari poeti. Leggevo al microfono mentre attori e attrici facevano il loro lungo riscaldamento. Sotto la sua guida che mi imponeva una lentezza quasi intollerabile, credo di essere spesso caduta in una lettura ispirata, nell’atto contemplativo di chi aveva scritto quei versi, quasi un appello alla presenza di quelle voci, molte delle quali non erano più. Sono nata prima come poeta che leggeva al microfono gli altri poeti e solo dopo alcuni anni di questa pratica ho cominciato a scrivere. È stato Cesare a chiamarmi alla scrittura, quasi ad impormela. Servivano parole per quel presente e solo io, secondo lui, avrei potuto scriverle. Io sono un animale gregario e all’interno del gruppo non manco mai di fare quello che serve. Ma c’è stato per lungo tempo un mio non sentirmi all’altezza. Come osavo scrivere ciò che era già stato scritto con tanta intensità, come osavo appesantire la carta già così tanto stanca? È venuta in mio soccorso una malattia grazie alla quale ho abitato una resa estrema che in qualche modo segreto ha aperto tutti i miei canali, tutte le mie porte blindate, deposto la mia volontà e anche la mia inadeguatezza e la mia vanità. A quel punto è arrivata la scrittura. E la guarigione. Ho scritto Antenata, in una settimana, non sapendo bene cosa mi stesse accadendo. Ho scritto con le attrici che aspettavano già le mie parole. Ho scritto fin da principio per la scena in attesa, dove le mie parole erano amate in anticipo, ho scritto per dei corpi precisi che in qualche modo si completavano espressivamente con le mie parole. Ora, guardando indietro, potrei dire di essere stata soprattutto una poeta d’occasione. L’occasione erano i vari spettacoli del Teatro Valdoca e le richieste del suo regista.

Più di una volta lei ha spiegato che la scrittura le giunge come qualcosa di cui farsi tramite,“qualcosa che non si possiede ma che piuttosto ti possiede”. Uno sguardo profano, forse, potrebbe definirla trascrizione medianica. Può aggiungere qualcosa in proposito?

Tentavo forse di suggerire come, nel mio caso, non entri in gioco la volontà, né la razionalità. Scrivere versi ha a che fare col dono, con la dimissione, con l’abbandono, con la testa vuota e pulita, con l’attesa e l’accoglienza di qualcosa che ha tutta l’aria di rivelarsi, di farsi trovare, di arrivare attraverso l’ascolto. Sia chiaro che bisogna studiare tanto per arrivare a scrivere un verso, studiare come nei millenni gli altri poeti hanno scritto e pensato, e così i filosofi e così le vertiginose intuizioni e scoperte della scienza. Io mi riferisco al momento della precipitazione poetica: lì la volontà si dimette e la razionalità ammutolisce. Sono altre forze e altre energie che si abitano. Sintetica e sublime la notissima terzina di Dante (Purg. XXIV, vv. 52-54): “I’ mi son un che quando amor mi spira/ noto, e a quel modo ch’ei ditta dentro/ vo significando”. Io preferisco non precisare cosa sia questo Amor che spira, questo Amor che detta dentro, e voglio mantenerlo in me come enigma che va appena intuito, appena sfiorato. A volte definire equivale ad usare un bisturi micidiale davanti al quale, come dicono i maestri, ogni uccello giace spennato.

La sua poesia, come è stato scritto, celebra la natura, un ritorno alle origini, un dialogo con il sacro, l’evocazione di dimensioni misteriose e inesplorate della vita, ma anche un’armonia cosmica fra gli esseri viventi (ad esempio in Quando non morivo), talvolta con accenni sapienziali che rimandano a forze arcaiche. Tale nucleo tematico è rimasto centrale nella sua ricerca?

Sì, direi di sì, a patto di togliere dalla sua domanda questa tensione verso un ritorno alle origini, se intese storicamente, antropologicamente. Non ho nessuna nostalgia per il passato della storia umana. In qualunque altro secolo, come donna, avrei patito parecchio – (non vorrei giocarmi nemmeno nel passato la fortuna immensa di essere nata donna). Malgrado questo tempo micidiale, sono certa che siamo dentro un’ascesa di specie, un’ascesa che in momenti come questi pare voler cancellare tutto e tornare indietro. No, non torneremo indietro. Pensiamolo come momento in cui raccogliamo le forze per uno slancio in avanti dei sensibili, dei savi, dei pacifici.

Le forze arcaiche sono vive e attive nel presente. Sono ciò che nel sole splende, nella pioggia cade, nel fuoco arde, nell’acqua feconda ogni cosa, nelle piante tiene acceso il respiro nostro e di tutto, sono ciò che in me ragiona e ama e ringraziare così via. Le forze arcaiche sono quanto di più vivo e misterioso io percepisca ora.

Vivere nel grande aperto, come capita a me, avere ogni giorno a che fare col cielo diurno e notturno, con ciò che chiamiamo natura, è questo che ci dà la misura della nostra piccolezza di specie da un lato, e il sentimento di fare parte di una più grande armonia. Il poeta Adonis scrive “che cosa è la città se non la porta dell’amore verso l’universo?” e certo è vero. Ma la città è anche il luogo che ci separa dalle grandi leggi dell’universo e ci illude, ci rinchiude in un narcisismo di specie molto infantile. Per la mia scrittura è fondamentale, ne sono certa, abitare il lato selvatico del mondo, che non è la natura addomesticata dei parchi urbani – ben vengano anche quelli – ma è trovarsi da soli in quello spavento panico, sia bosco, cielo stellato, buio, deserto o alto mare minaccioso. Trovarsi in un faccia a faccia con quel naturale sconosciuto che ci innamora e ci terrorizza. Ora questo nucleo tematico è non poco disturbato da questo presente inquietissimo e furioso dal quale non si può restare fuori.

2025 BESTEMMIA Gualtieri Calderoni ph. Trinity IMG 1973

La sua poesia, come ha affermato, diventa maggiormente lirica al di fuori del lavoro scenico. Quanto influisce la diversa destinazione, ovvero un testo rivolto al lettore, nello scrivere versi?

In teatro mi sento al servizio di una impresa comune e questo entusiasma e anche nevrotizza – mi viene chiesto di scrivere durante le prove, non prima. Nessun testo preparato prima pare aderire a quel presente delle prove. C’è un tempo dato, un debutto fissato, un tema che spesso tarda a rivelarsi, molteplici voci. Ci sono solo le/gli interpreti e il loro lavoro con la regia. Ansia, insonnia, panico, sono elementi ricorrenti in questa pericolosa impresa che tuttavia mi permette a volte di abitare il registro epico. L’altra avventura, quella lontano dalla scena, non è pensata per il lettore. Aleggiano senza dubbio gli altri, gli amati e odiati altri che poi leggeranno, e c’è la consapevolezza di essere lì per loro ma, come dire, sono tutti per aria, o forse tenuti dentro me. Ciò che accade è l’esplorazione del mio petto e di ciò che in esso si è depositato. E quanto più l’io si dimette e l’esplorazione si abbandona nel suo stare contemplativo, tanto più, credo, si toccano corde che appartengono anche ad altri. Non serve dunque tenere presente il lettore, anche se c’è una forte tensione verso l’unico destino di tutti, anche se c’è spesso un noi molto largo. Quando scrivo versi per conto mio, mi tuffo in una solitudine acuta e non c’è niente di nevrotico, di ingabbiante; provo una solenne libertà, una libertà che tuttavia sta dentro un dettato, cioè dentro una strana obbedienza.

Nel delineare la sua composizione poetica, che fa uso a volte del dialetto, lei ha definito la sua una “lingua rotta”, lingua volutamente scomposta e derivata da scorrettezze sintattiche e grammaticali, o altre libertà espressive, e anche da certi echi dell’italiano duecentesco, che si percepiscono in alcuni titoli delle sue opere come Bello mondo. Può spiegarcelo?

La mia lingua rotta ha diverse maestre e maestri. In primo luogo le mie nonne che parlavano solo dialetto e quando parlavano italiano si inventavano una buffa e potente lingua che io, cresciuta con loro in casa, considero mia lingua madre. Era un misto di dialetto e dialetto italianizzato, latino liturgico sgangherato, qualche terzina dantesca – ma le loro imprecazioni però erano sempre in dialetto. Poi c’è la lezione di Dante che sceglie il volgare non certo per populismo ma perché ne avvertiva la potenza terrigna, l’immediatezza, il legame con la terra, col corpo e coi bisogni del corpo, con la vita. Al latino tutto questo era spesso precluso. Dall’eco delle nonne arrivano nei miei versi preposizioni non del tutto appropriate, qualche parola che si deforma, qualche altra che si solennizza in arcaismi luminosi, uno sporco che è lo sporco delle nascite, delle ferite – ambiti in cui la vita infuria.

In un’intervista ha detto “Certo è viva in me l’esigenza di rinominare le cose, di richiamare alla vita o alla vivezza le parole, strappandole dal luogo logoro in cui sono relegate…”. Se vogliamo, il linguaggio poetico per sua stessa natura si allontana dal senso comune, ogni poeta traccia un proprio ordine di riferimenti. A questo proposito la sua scrittura, oltre ad opporsi al frastuono del mondo e al logoramento della parola, si propone tra le altre cose, un rinnovamento della lingua, nominando il mondo nella sua immediatezza, per ritrovare l’autenticità del dire. Ce ne può parlare?

La poesia è l’ambito in cui le parole tornano vicine al loro calco d’origine e brillano di nuova luce. Sono le parole di sempre, le modeste parole della lingua corrente che in poesia si impennano, si sbucciano, si rivelano. Come nella fiaba dove oggetti ordinari assumono pieni poteri: un ossicino battuto tre volte imbandisce la tavola, un nastro dà la morte, un anello fa diventare invisibili, così in poesia, una parola logorata dalla lingua corrente si rivela, torna ‘giovane parola’, assume nuova vita. C’è un grande lavaggio della lingua, una felicità musicale e ritmica, come se le parole assumessero il loro eros. Ogni poeta è un rigeneratore della lingua, un custode della vitalità della lingua.

Quali sono oggi i poeti ai quali si sente più vicina?

Fra i poeti del presente Milo De Angelis è al centro, sia per la sua poesia che per il suo pensiero sulla poesia, lucido e folgorante come pochi. Poi tante e tanti altri che sono anche facce care, vicine, e quell’essere care mi confonde e anche mi entusiasma, come Ida Travi, Antonella Anedda, Vivian Lamarque, Maria Grazia Calandrone, Nicola Gardini, Lorenzo Chiuchiù, Roberta Dapunt, Silvia Bre, fra i più giovani Giorgio Maria Cornelio, Franca Mancinelli, Azzurra D’Agostino, i fratelli d’Innocenzo, e nuovi incontri che comincio a sentire vicini, come Eugenia Giancaspro, Roberta Sireno, e davvero tanti altri di cui mi innamoro, magari per una sola poesia. Mi pare che in Italia ci sia una ricchezza di voci straordinaria.

POESIE

Dove siete adesso ridete                                                                                                                                                                      così come siete senza umanità                                                                                                                                                               siete solo altissime.                                                                                                                                                                               Le vostre mani da cui sono                                                                                                                                                                  usciti gli intrecci, l'acqua                                                                                                                                                                         le cose buone                                                                                                                                                                                  prendono il vento e il fango                                                                                                                                                                    e fanno prodigi che                                                                                                                                                                                  non possiamo vedere.                                                                                                                                                                   Abbiamo dimenticato una parola                                                                                                                                                            che non dovevamo, l'abbiamo                                                                                                                                                           lasciata fra le pieghe del letto.                                                                                                                                                          Adesso siete solo pensiero.                                                                                                                                                                         

da Antenata (1992)

Noi guardavamo dalle tane dai nidi guardavamo tremando, adorando quel rosa che al mattino ci salvava dall’alito di gelo di buio lo rompeva lo ricacciava. Rotta la tenebra acuta e solitudini immerse ognuna dentro un terrore ognuna separata, nel suo buco o grotta sconfinata enorme – quando un passo più in là si cadeva nel tonfo d’un ignoto tutto intero.

Era un attimo fa. Un attimo fa eravamo zampe musi. Eravamo pasto per leoni. Per lupi.                                                           Senza parole. Senza pensiero.

da Quando non morivo (2019)
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Abbiamo forse assaggiato                                                                                                                                                             un’acqua di comete                                                                                                                                                                                       e resta celebrata in noi                                                                                                                                                                             tutta la turbolenza delle alture                                                                                                                                                    quell’aspirare ad una magnitudine                                                                                                                                                        tanto immensa che forse solo                                                                                                                                                                      la giovinezza, solo solo                                                                                                                                                                l’agonizzante                                                                                                                                                                                            può reggere dentro sé.                                                                                                                                                                                        

da Quando non morivo (2019)

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