
Lei ha scritto racconti sin dalla più giovane età, da dove nasce questo gusto di scrivere?
I miei genitori erano professori di francese e grandi lettori. Sono cresciuta fra i libri, con la fortuna di ascoltare leggere poi di leggere, nel gusto della finzione. Suppongo che scrivere fosse il prolungamento naturale di questo gusto.

Quando ha pensato per la prima volta di scrivere un libro? Il suo debutto letterario in Francia è stato Une gourmandise, nel 2000 (Una golosità nel 2001, poi Estasi culinarie, nel 2008). Cosa l’ha spinta a inviare il manoscritto a case editrici?
Ho scritto la mia prima fiction a dodici anni! Era una serie di ritratti. Alla fine si capiva che tutti i personaggi si trovavano sulla stessa barca -si chiamava del resto La Barca, mio padre aveva dattilografato il racconto e l’aveva rilegato con una bella illustrazione di barca sulla copertina-. Il tutto è andato perduto in un trasloco. In seguito, ho continuato a scrivere delle note, osservazioni, descrizioni, ma la fiction seguente non l’ho scritta che a trent’anni ed è diventata Estasi culinarie, il mio primo romanzo pubblicato. È mio marito che allora mi ha convinta a inviarlo a case editrici, non ci avevo mai pensato, la scrittura mi bastava. Non ho mai voluto essere scrittrice, volevo scrivere e scrivevo, ecco tutto. La pubblicazione è un’altra avventura, di cui non mi pento, ma che per me resta secondaria.

Com’è nata l’idea de L’eleganza del riccio, il soggetto, la definizione del contesto, la struttura narrativa?
In Estasi culinarie che si trova nello stesso immobile dell’Eleganza del riccio, c’era già il personaggio della portinaia dell’immobile. Il mio editore, lo scrittore Jean-Marie Laclavetine, mi aveva detto, ricevendo il manoscritto di questo primo romanzo, che la facevo parlare in modo troppo caricaturale, troppo stereotipato, e ho riscritto il suo monologo in modo molto più letterario. Qualche anno dopo, mi sono ricordata di questa nota, e ho avuto l’idea di riprendere questo personaggio di portinaia atipica, di apparenza grezza, ma di spirito fine ed erudito. La voce è arrivata subito. Quando, dopo un certo numero di capitoli, è apparso un interessante personaggio di ragazzina, ho dato anche a lei una voce e sono risalita nel testo per intercalare i suoi monologhi con quelli di Renée. La scena era già definita nel precedente romanzo, il seguito dei monologhi non comportava vincoli narrativi complessi: si è scritto da solo.

L’eleganza del riccio è stato definito un testo filosofico, le due protagoniste dell’immobile altoborghese di rue de Grenelle, 7, Renée la portinaia erudita e Paloma la ragazzina appartenente a una famiglia agiata che progetta di suicidarsi, sono gli ingredienti di un successo internazionale inatteso…
Ciò che accade dopo la scrittura sfugge per definizione all’autore, il successo o l’insuccesso dipendono da fattori strani e spesso incomprensibili. Non mi sono mai posta la domanda che mi è stata posta infinite volte della ragione di questo successo, non mi interessa.
Nove anni più tardi, lei ha pubblicato un romanzo molto diverso. Dopo un bestseller come L’eleganza del riccio avrebbe potuto proseguire con lo stesso modulo narrativo… Intanto ha abbandonato il suo lavoro di insegnante di filosofia in Normandia, ha vissuto due anni in Giappone e poi viaggiato molto. Può parlare di questo cambiamento, di vita e letterario…

Il successo de L’eleganza del riccio ha cambiato la mia vita personale e professionale: ho potuto lasciare l’insegnamento, andare a vivere in Giappone, viaggiare molto, e, soprattutto, consacrarmi alla scrittura. È considerevole. Ci sono stati alcuni anni dedicati alla scoperta del Giappone poi dei Paesi Bassi, ai viaggi, a tutti i cambiamenti nella mia vita, ad accompagnare il mio testo all’estero. Poi, naturalmente mi sono rimessa a scrivere e questo ha portato a Vita degli elfi, un testo molto diverso, in effetti, ma non era premeditato: semplicemente non posso rifare la stessa cosa, tutti i miei romanzi sono differenti gli uni dagli altri per la semplice ragione che nascono da un desiderio d’esplorazione di territori sconosciuti, narrativamente e stilisticamente parlando.

Vita degli elfi, definito un romanzo onirico, poetico, è una riflessione sull’incanto della bellezza minacciata dalle miserie umane. Le protagoniste sono due bambine, Maria e Clara, in contatto con la natura e con mondi magici, che grazie ai loro talenti straordinari, possono connettere questi differenti mondi. Clara proviene dall’Abruzzo. Conosce questa regione italiana?
Certo, contrariamente ai miei personaggi, che sono tutti inventati, i luoghi dei miei romanzi sono per la maggior parte appartenenti al tempo reale. È l’amicizia di un italiano incontrato nei Paesi Bassi, ove vivevo, che ha deciso dei miei viaggi in Abruzzo. Era stato chef nel migliore ristorante italiano di Amsterdam, Toscanini, e mi aveva regalato un libro di cucina dell’Abruzzo, le cui foto mi avevano affascinata. Ci sono andata e ho amato tutto della regione: i suoi paesaggi, la sua poesia, la sua asprezza, la sua cucina.
La Vie des elfes è uscito nel 2015. In considerazione degli eventi drammatici di quel periodo, l’attacco al Bataclan a Parigi, preceduto dall’attentato a Charlie Hebdo, lo si potrebbe vedere anche come un preciso cambiamento della sua narrazione, da un piano realistico a un piano immaginario…

Il romanzo è stato terminato prima degli attentati. Inoltre, l’attualità non ha alcun tipo d’incidenza sui miei testi, può farne parte, ma non li influenza. Inseguo il sogno di una forma interiore indubbiamente nutrita delle mie esperienze ma che le trascenda e di un’estetica che trascuri le tematiche reali. I miei passaggi da un genere all’altro non fanno che testimoniare tale ricerca.
Uno strano paese, uscito nel 2019, è un romanzo di avventura e di meditazione ispirato all’estetica orientale, ove si ritrova il mondo degli elfi ma anche il mondo dei morti. Il romanzo segue una cronologia astorica, dove per esempio la Prima guerra mondiale porta le date 1910-1913, e l’inizio della seconda il 1932. A proposito di Uno strano paese lei ha menzionato la paura del Nazismo e del Fascismo che si profilava tra le due guerre. Può parlarne?

Avevo in mente di raccontare la caduta di un mondo. Il modello di caduta di cui dispone una europea nata, come me, alla fine degli anni sessanta, è quello della sequenza delle due guerre mondiali che ha messo fine agli imperi e partorito mostri. Ma siccome non avevo alcuna mira realista o storica, ho giocato liberamente con le alleanze e le date, conservando della storia soltanto l’atmosfera e le sue grandi poste in gioco.
In questo romanzo, ha detto, c’è la profondità orientale e l’ironia occidentale, il mondo dei morti che vivono accanto ai vivi, ma non manca lo humour. È così?
La fusione della profondità orientale e dell’ironia occidentale è infatti per me un ideale esistenziale! Sono profondamente sincretica, non ho il gusto dei sistemi, e, a costo talvolta della coerenza, non smetto di sognare un mondo che voglia prendere in prestito da ogni cultura le sue più belle realizzazioni morali o estetiche. In un certo senso, questo si esprime nei miei romanzi.

Una rosa sola è stato pubblicato in Francia nel 2020. È il racconto del viaggio di una giovane donna alla ricerca di se stessa. Rose, francese, è nata da un padre giapponese che non ha mai conosciuto. Definito «un poema in prosa», riflette un legame profondo col Giappone e la sua cultura. Cosa ama di più del Giappone?
L’estetica, certamente, in ciò che non è mai pura ricerca della forma ma anche cammino spirituale. Conosco poche culture che abbiano portato così in alto l’idea secondo cui la bellezza non è un accessorio ma un’arte di vivere.
La morte è una costante nelle sue opere, sin dal suo primo libro, quasi un rendez-vous, circostanza frequente, eppure vissuta con un certo distacco, non sconvolge l’ordine delle cose. È d’accordo?
Sì, c’è molta morte e morti nei miei testi ma non si tratta mai del soggetto principale, che rimane l’arte del vivere bene, cosa che richiede, tra le altre e logicamente, una riflessione sulla morte.
In Un’ora di fervore, il romanzo successivo, il protagonista Haru Ueno è sul punto di morire. Un’ora di fervore riguarda i temi universali dell’esistenza, a volte un’ora può donare un senso alla vita intera. Questo romanzo costituisce l’antefatto di Una rosa sola, ma l’ha scritto dopo. Come ha concepito questo viaggio all’indietro?

Con Una rosa sola è accaduta una cosa inedita: ho avuto difficoltà ad abbandonare i miei personaggi e nello stesso tempo una grande curiosità per quelli che nel romanzo erano secondari o assenti. Da ciò è nata l’idea di raccontare la storia del padre dopo quella della figlia, in un secondo romanzo che sarebbe stato lo specchio capovolto del primo. È appassionante risalire anche il corso del tempo, imbastire un’altra storia che doveva rispettare gli sviluppi della prima e apprendere a conoscere un assente, conoscenza che non poteva avvenire che attraverso la scrittura.
A proposito dell’influenza di Jean Giono, sulla sua scrittura, lei ha detto che rappresenta i due aspetti della sua vocazione di scrittrice: la potenza del racconto e al contempo la poesia della lingua. Può aggiungere qualcosa?
Ci sono poche cose da aggiungere a Giono! Associare la potenza del racconto alla poesia della forma, è il programma di ogni autore. Alcuni di noi, tuttavia, sono più interessati alla narrazione che alla scrittura o viceversa, ma ciò non toglie che i grandi autori sono quelli che associano entrambe le cose. Personalmente non posso iniziare un romanzo fino a che non ho un sentimento, un’intuizione della sua estetica, della sua scrittura, ma con gli anni mi interesso più in profondità agli aspetti narrativi, sposo questa ricerca allo stesso modo, e questo rende il lavoro sempre più appassionante.
Qual è la sua ultima opera?
Il mio settimo romanzo, che si intitola Thomas Helder, è appena stato pubblicato in Francia.

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