XXIV – ANTONELLA ANEDDA

Numero XXIV – Aprile 2022

Sommario:

Foto di Giovanni Giovannetti

Nata a Roma, si laurea in storia dell’arte moderna all’Università La Sapienza. Nel 1982 vince una borsa di studio presso La Fondazione Cini di Venezia. In seguito consegue all’Università di Venezia e di Oxford un PhD con una tesi su Erasmus e Charles Darwin. Collabora con articoli di critica d’arte a quotidiani e riviste. Lavora presso il Museo delle Arti popolari di Roma. Insegna mediazione linguistica presso la cattedra di Anglistica a Roma e successivamente, fino al 2006, presso l’Università di Siena con sede ad Arezzo. Inizia a collaborare con l’Università della Svizzera Italiana come docente del Master in Lingua letteratura e civiltà italiana e dal 2014 del Bachelor. Ha collaborato con riviste e giornali quali Il Manifesto, Linea d’ombra, Nuovi Argomenti, Poesia. Partecipa a programmi radiofonici per RAI 3 e per la Radio Svizzera e a numerosi convegni letterari. Ha tradotto poeti classici e moderni, da Ovidio a Philippe Jaccottet e Anne Carson. Nel 2019 ha ricevuto il Dottorato honoris causa per il suo lavoro letterario dall’Università Sorbonne (Paris IV). I suoi volumi di poesia e saggistica hanno ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, fra cui i Premi Montale, Viareggio, Bodini, il Premio Tirinnanzi alla carriera e nel 2021 il Premio Cesare Pavese.

LE MAPPE DENTRO ALLE PAROLE. IL MONDO POETICO DI ANTONELLA ANEDDA di Bruno Brunini

Scrivevo per la pietà del buio

per ogni creatura che indietreggia

con la schiena premuta a una ringhiera

per l’attesa marina – senza grido – infinita (1)

Antonella Anedda

Nata da una famiglia sardo corsa, Antonella Anedda Angioy è una delle poetesse più note e apprezzate della poesia italiana contemporanea. Ha ottenuto numerosi e prestigiosi premi letterari e la sua voce è tra le poche di respiro europeo. Estranea alle mode e alle lusinghe del facile successo, dalla poesia alla prosa, dall’attività di traduttrice alla varia produzione saggistica, ha sviluppato una ricerca originale e coerente, che ha messo in luce la complessità e la ricchezza del suo mondo poetico.

Fondamentali nella sua formazione sono gli studi di storica dell’arte, le pratiche d’interazione tra parola e immagine, che si percepiscono nelle sue opere, così come in ambito poetico il costante confronto con un’ampia costellazione di autori classici e contemporanei, in prevalenza europei, come le poetesse Cvetaeva e Achmatova, e poi Mandel’štam, Paul Celan e molti altri, che hanno influito sul suo modo di scrivere poesia, portando il suo sguardo ben al di là dei confini abituali.

Antonella Anedda esordisce nel 1989 con  Residenze invernali, un’opera in versi accolta in modo estremamente positivo dai lettori e dalla critica, che ha riconosciuto fin dall’inizio il suo talento e la novità della sua poesia.

Tra ispirazione autobiografica e riferimenti iconografici, già in questa prima raccolta affiora un tema che caratterizzerà la sua intera produzione letteraria e visione del mondo, quello della dolorosa condizione umana dell’inermità, espressione della corporeità ferita di chi è vittima di conflitti o sofferenze personali, ed è esposto al sopruso, all’abbandono, come testimoniano questi suoi versi:

“…Le dieci. Sulla tovaglia un coniglio rovesciato di fianco/patate bollite, asparagi passati in casseruola./Nella stanza regna una solenne miseria./I vivi chiamano come da barche lontane.”

Al centro dell’attenzione di Anedda c’è la parola dei sopravvissuti, che nell’affrontare il dolore e il vuoto, tra solitudini lontane si cercano, senza però poter superare la condizione di distanza che li separa.

L’ascolto, l’accoglienza dell’altro, per avviare un dialogo con l’esterno lasciando rifluire dentro di sé “i miti oggetti”, luoghi, corpi in letti d’ospedale, diventa il nucleo originario da cui muove la  poesia di Antonella Anedda, a cui corrisponde la volontà di ricucire rapporti strappati dal tempo e di accogliere all’interno della propria voce il destino dei sommersi, di chi è inseguito da una storia che inevitabilmente ripete gli errori del passato e impone la propria forza sul corpo dei più deboli, di chi vive senza alcuna protezione. Per questo, come è stato sottolineato da diversi critici, la sua è una poesia che ha una dimensione etica, in quanto vuole essere spazio di resistenza della dignità umana.

Questa disposizione, nella sua scrittura passa attraverso un altro concetto fondamentale che percorre tutto il suo lavoro: l’importanza di dire noi e di non dire io.

Per Anedda, infatti, la scrittura è un atto di sottrazione, di rinuncia, che rifiuta ogni pretesa di dominio, ogni idea di superiorità ed è dunque una presa di distanza dall’io, dai narcisismi e da ogni atteggiamento autoreferenziale. La poesia è dialogo, è un parlare a qualcuno “la poesia non è diversa da una stretta di mano”, come viene definita da una famosa frase di Paul Celan, a lei cara.

“…Ciò che chiamiamo pace/ha solo il breve sollievo della tregua./ Se nome è anche raggiungere se stessi/nessuno di questi morti ha raggiunto il suo destino…”

È quanto si legge in Notti di pace occidentale, una raccolta di poesie pubblicata nel 1999, in cui si delinea in maniera più precisa il percorso cominciato con il suo esordio. Questo libro dal titolo volutamente ironico e amaro, segna la piena maturità della voce poetica di Antonella Anedda, che tra paesaggi, oggetti del quotidiano, riflessioni sul tempo, dal ricordo della guerra del Golfo, al conflitto in Bosnia e nel Kosovo si interroga sulle violenze della storia e su un’idea illusoria della pace. Un tema peraltro ancora molto attuale, considerando gli orrori e le tragiche vicende della guerra in Ucraina.

L’anonimia o l’impersonalità della lingua, intese non come diminuzione, ma come valore, come un procedere verso una necessaria essenzialità e apertura al molteplice, nel tempo si conferma sempre più come motivo fondante della sua visione poetica.

“così concepisco la scrittura: scrivere per sparire, perché la vita si squaderni davanti a me, senza di me” scrive Anedda nella sua opera in prosa La Luce delle cose.

La tensione verso una lingua “anonima”, priva di aggettivi non necessari, in uno stile che rifiuta ogni enfasi ed effusività, e “dice soltanto ciò che deve”, trova la sua forma in una poesia che attraversa l’esperienza di ogni giorno. Il radicarsi dell’autrice nella concretezza del vivere, tra i piccoli oggetti di una vita domestica, è tuttavia il risultato di una costruzione complessa che non comporta l’adozione di una scrittura mimetica, come precisa Riccardo Donati :“la scrittura di Anedda è caratterizzata da istanze trasfigurative che aprono alle accensioni dell’immaginario, all’affioramento di territori liminari tra memoria, desiderio e fantasia. Le dimensioni della fiaba, della suggestione visionario-antropologica, le appartengono pienamente.”(2)

Dopo la sua terza raccolta poetica, Il catalogo della gioia, pubblicata nel 2003, che segna un ulteriore momento di passaggio della sua scrittura, in cui fra il respiro della poesia e l’ interrogazione filosofica si esplicitano alcuni dei temi a lei più cari, segue nel 2007 Dal balcone del corpo, un libro di poesie colmo di immagini e di punti di vista diversi, caratterizzato dall’intervento del coro, secondo il modello della tragedia greca e con un dialogo dove l’autrice cede la parola a un io plurale, scomposto, come succede nella pittura cubista, in una molteplicità di prospettive. Nel testo affiora la riflessione sulla storia taciuta, sul lutto e il dolore altrui, umano e animale, e sull’indifferenza di chi guarda.

La ribellione alla prigione dell’io, la frammentazione dell’identità e la meditazione sulla morte e sulla perdita, raggiungono una inedita intensità in Salva con nome (2012), un volume non solo di versi ma anche di prose, di dettagli di fotografie, immagini di opere figurative, collages di volti sconosciuti, con un titolo che allude con una punta di ironia al linguaggio informatico.

Salva con nome è un libro importante per la relazione non didascalica che si crea tra l’immagine e i testi, in cui come scrive Caterina Verbaro “si mette in scena con inusitata intensità ed esattezza il transito dalla vita alla morte, lo spazio che fin da Residenze invernali, ha sempre rappresentato per la poesia di Anedda la più grande sfida di dicibilità”.(3)

“Cos’è un nome? Nulla. Un suono che chiama un corpo, un campanello che ti aggioga (…) Il nome scivolerà via con il corpo, ci saranno dei segni su una pietra (…) poi l’unica corrispondenza sarà l’aria.” Troviamo scritto nel testo di apertura del libro.

Evocando memorie personali e figurazioni archetipiche,  attraverso percezioni sfuggenti di una realtà precaria, il sentimento della perdita, così presente nella scrittura poetica di Anedda, prosegue in queste pagine il suo percorso di dissoluzione e ricomposizione del sé, già anticipato nella precedente raccolta di saggi edita nel 2009, La vita dei dettagli:

“Perdere: smettere di possedere, dare oltrepassando, dal lat. Dāre per, donare attraverso, scavalcare se stessi smarrendo, smarrendosi. Perdere oggetti e beni, perdere quanto è caro. (…) Scorrere, non trattenere. Perdersi, de possedere, decrearsi. (…) Perdere i confini di sé. In ingl.: to blow = soffiare di vento e aria (…). Perdere? È una porta sul vuoto”.

Si legge nel testo di chiusura de La vita dei dettagli, un volume composto da parole, foto, collages e didascalie, dove lo sguardo di Anedda, in una ricerca legata all’osservazione dei dettagli di quadri, nel sottrarsi a un approccio gerarchico e normalizzante, non riunisce ma scompone,sconcertando il lettore.

I dettagli portati fuori dal contesto di un’opera d’arte, assumono vita propria, consentono di immaginare altri orizzonti.

“Prendi una fotografia, taglia le parti più amate: l’ala del naso,/ la curva del collo./ Posale su un cartone. / Metti lo spazio tra le parti, mettici l’aria”. Si legge ancora ne La vita dei dettagli.

Tale procedimento, trova nuovi sviluppi in Salva con nome, dove l’io che si esprime in versi, nel tentativo di elaborare una possibile ricomposizione della perdita, costruisce uno spazio poetico immaginario, in cui sia pensabile una salvezza del nome, quell’interezza non più concepibile.

Ma si sa che lo spazio nella poesia di Anedda, è come l’isola della sua Sardegna, un luogo sempre insidiato, esposto al vento, al distacco, e nei suoi versi, in realtà, questo spazio immaginato non potrà essere altro che un riparo del tutto provvisorio.

Historiae è il titolo dell’ultima raccolta di poesia di Anedda pubblicata nel 2018.

A ispirare questo volume sono le Historiae di Tacito, oratore e senatore romano oltre che storico, che raccontano senza retorica l’orrore, i massacri, la fame, la povertà, che hanno segnato il suo periodo storico.

Il rimando di Anedda alle opere di Tacito e al suo stile asciutto e drammatico, ci fa capire quanto i classici ancora riescano a sorprenderci, a parlarci, a essere attuali rispetto a quello che viviamo.

“Rileggendo Tacito durante questa estate di massacri/il conforto veniva dal latino, la nudità dei fatti (…)” scrive l’autrice nella poesia Annales.

Il recupero del latino e l’utilizzo del sardo s’intrecciano in questo nuovo libro in cui Anedda continua a interrogarsi su alcuni temi già comparsi nelle opere precedenti, come l’importanza del dire noi, la presenza di una voce plurale.

Tacito, nel porsi davanti alla crudeltà della nostra specie, è capace di usare il noi, di riconoscere la nostra collettiva responsabilità, e ha la consapevolezza della violenza del potere che pervade ogni cultura conquistatrice.

“ci sono tracce? O sento solo io i perduti, gli stranieri,/i prigionieri tempestati di spine, le loro voci/ murate in questi templi (…)”.

Scrive l’autrice nell’esergo della sezione eponima.

Ma dal ritrovamento di una lingua antica e dei motivi a lei cari, l’attenzione di questa raccolta, più che alla guerra si concentra sull’attualità e sul tema dell’esilio, un movimento planetario che spesso travolge tragicamente chi è costretto a lasciare la patria, la lingua, la propria cultura per andare altrove.

“Oggi penso ai due dei tanti morti affogati/ a pochi metri da queste coste soleggiate/ trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati…” si legge nella poesia Esilii.

Nelle sue Historiae contemporanee c’è un cambio di prospettiva rispetto allo sguardo aristocratico di Tacito, che si esprime nel confronto dell’autrice col presente, con il dramma dei migranti annegati nei nostri mari, o con coloro che vivono ai margini della società, nelle periferie di Roma come si può leggere in questi versi tratti dalla lirica Occidente:

“Tutto perfetto “se non fosse” –dice un inquilino- / “per i cassoni d’immondizia”, bocche di buio/ che inghiottono gli avanzi: non solo cibo, ma mobili,/ vestiti, oggetti che forse si possono aggiustare”.

Accanto a questa riflessione, superando le differenze tra pubblico e privato, dimensione personale e lutti collettivi sono posti in un rapporto ritmico, di relazione, Anedda, infatti, ritorna a parlare con chi non c’è più, nel tentativo di richiamare e rivedere i volti perduti.

Tra storia passata e momento attuale, attraverso la vividezza delle immagini che compongono la raccolta, l’autrice ripropone il tema della morte e dell’esperienza del lutto che raggiunge il culmine nella descrizione degli ultimi momenti di vita della madre, rievocati nella poesia “Perlustrazione I”:

“ Entro con mia madre nella morte lei ha paura./ Cerco nella mia filosofia qualcosa che ci aiuti,/ parlo della cicuta e degli stoici ()”

Non mancano in questa raccolta i versi che esprimono il desiderio della poetessa di osservare meglio il cosmo, le galassie, le costellazioni e di misurarsi con lo spazio in modo reale, terrestre.

La prima e l’ultima sezione del libro, in particolare, sono dedicate ai paesaggi reali e mentali ma anche alle minacce che incombono sull’ambiente come in geografia2 dove l’autrice esplicita un cambiamento di consapevolezza:

 “torno al paesaggio, alle ossa delle bestie/ confuse con quelle dei sequestrati./ Ricordo che a sud est c’è un lago artificiale/ porta acqua e zanzare. Nebbie verdi.”

Negli ultimi anni, nell’opera di Anedda, si intensifica il tentativo di liberare la scrittura da ogni condizionamento antropocentrico e da ogni visione unilaterale delle cose.

Questo sembra uno dei motivi principali che ha ispirato l’ultimo suo libro Geografie, un volume scritto in una prosa poetica, pubblicato nel 2021.

Lo spazio, altro grande tema della sua ricerca, che trascende la contingenza del tempo convenzionale, grazie alla possibilità che offre di mostrare la realtà da una prospettiva nuova, il significato dei mutamenti, le perlustrazioni di luoghi diversi del mondo, dalla Mongolia al Giappone fino alla foresta pietrificata di Lesbos, ma anche di luoghi particolari, come può essere lo spazio di un ospedale dove si fa una tac o di semplici spazi domestici, sono al centro di quest’opera, in cui il pensiero segue la traiettoria del suo sguardo erratico, che è forse il suo unico vero atlante.

I viaggi, le esplorazioni, hanno arricchito la vita e la poesia di Anedda di nuovi temi ed esperienze.

Osservare “sgombra la testa da noi stessi”, ascoltare ma con il proprio io deposto di lato, essere attenti ai cambiamenti per tracciare nuove mappe fisiche e mentali, sono i termini più ricorrenti di questo lavoro.

Per una poetessa che ammira Darwin, la capacità di osservazione del grande scienziato e quel dimenticarsi del sé tramite l’osservazione del mondo esterno, del dettaglio, costituiscono uno dei presupposti fondamentali per scrutare la realtà e interpretarla.

Geografie è anche un libro di definizioni e di etimologie di piante e alberi che vengono riportati con il loro nome latino. Neotia nidus-avis, Stellaria nemorum, Saxifraga autumnalis.

A cadenzare lo scambio tra l’uomo e l’ambiente c’è un aspetto caratteristico della ricerca di Anedda di questi anni:

la visione della natura in cui protagonista è la vita vegetale e animale, la natura che segue il suo ritmo di vita inesauribile, vista come luogo complesso, impossibile da descrivere secondo una singola prospettiva e capace di accogliere realtà diverse e opposte.

Attraverso un racconto multidisciplinare, l’astronomia, la geologia, la biologia, che l’autrice assimila nel proprio immaginario, assumono un ruolo particolare.

“(Considera i pianeti, specchi del sole e le costellazioni.)

Il tempo si consuma, lo spazio meno. Lo spazio si rinnova e non è vero che è vuoto.”

Scrive Anedda nel testo di apertura di Geografie. Relazionandosi con il paesaggio mutato del contemporaneo, in una lingua concisa, essenziale, di tagliente chiarezza, acquisita da una precisione e da un continuo affilamento, la scrittura di Anedda è capace di sorprendenti accostamenti e spostamenti.

Scrittrice e poetessa dalla intensa, curiosa delicatezza e originalità per tutto ciò che riguarda la parola, nel riannodare il filo creativo che si dipana da Lucrezio a Dante fino ai nostri giorni,  Antonella Anedda, in un continuo dialogo con altre forme del sapere, destando nella mente una pienezza di pensiero, riesce a definire nella propria scrittura quella nuova sintesi tra letteratura e scienza che sembrava ormai sparita dall’attuale orizzonte letterario.

Ripercorrendo le tappe del suo lungo cammino, non si può non riconoscere nel movimento errante della sua voce, il tratto inconfondibile di una poesia capace di cogliere, anche tra i luoghi più remoti del mondo, tracce di solitudine, forme di ogni separazione, “cose che la mente spostava e custodiva per dare loro un fuoco“.

Antonella Anedda con Angelo Curreli e Maurizio Cucchi alla Premiazione di
“Trieste scritture di frontiera” Edizione 2007

NOTE

1. Antonella Anedda, da In una stessa terra, in Notti di pace occidentale, Donzelli (1999).

2. Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda, di Riccardo Donati, Carocci editore (2020), pag.14.

3. dal saggio di Caterina Verbaro, L’arte dello spazio di Antonella Anedda, pag. 27, rivista “Arabeschi” n.5, gennaio-giugno 2015.

Abbiamo incontrato Antonella Anedda il 16 febbraio 2022

INCONTRO CON ANTONELLA ANEDDA di Bruno Brunini

Molti critici hanno analizzato la sua scrittura, qualcuno l’ha definita un’autrice classica nella modernità, è d’accordo, o come altrimenti preferirebbe definire la sua poesia?

Rispondo da lettrice, spero che sia un complimento, perché un classico è anche per me un poeta come Paul Celan e nei confronti dei classici la mia percezione è sempre stata di grande vicinanza, fin da quando al Liceo ho incontrato Simonide, Alcmane, ho sempre avuto nei confronti dei classici una sensazione di prossimità, credo sia fondamentale per chi scrive leggerli e non farsi spaventare dalla loro presunta monumentalità, perché non è così, perché l’unico modo per scrivere è conoscerli, quindi lo considero un complimento.

Studiosa di storia dell’arte moderna, formatasi come iconologa, la sua ricerca poetica è stata fin dall’inizio molto diversa da quelle allora presenti. Lei ha cominciato  a scrivere poesia pubblicando su riviste? Quali sono state le motivazioni e i riferimenti culturali che hanno accompagnato il suo esordio?

Ho cominciato a scrivere presto, ma ho pubblicato relativamente tardi e poco in realtà su riviste, per quanto riguarda la poesia, la prima pubblicazione è stata su “Poesia” di Crocetti e poco dopo è uscito Residenze invernali, che è stato il mio primo libro, nel 1989, ma avevo già trent’anni, in realtà non ho neanche provato a pubblicare su riviste, poi ci fu un incontro con Milo De Angelis e Giovanna Sicari, che adesso non c’è più, Crocetti lesse alcune poesie e subito dopo sono arrivata alla pubblicazione, diciamo che non ho proposto nulla a nessuno se non quando mi sembrava che questi testi avessero una forma compiuta, un’architettura. Un’altra persona che mi aveva letto, per me molto importante, è stata Amelia Rosselli e quindi avevo questi interlocutori e interlocutrici.

Cosa ricorda di quegli anni, del rapporto con i poeti e con gli ambienti della poesia di quel periodo?

Io sono sarda, la mia famiglia è sarda, sono sempre stata un po’ isolata. C’erano dei poeti, dei critici che conoscevo, c’era “Nuovi Argomenti”, ma questo è successo un po’ dopo, negli anni della pubblicazione di Residenze invernali. C’era Edoardo Albinati, Claudio Damiani, la rivista “Braci”, li conoscevo, ma non posso dire di aver fatto vita letteraria, c’era poi Emanuele Trevi, che un po’ più giovane di noi, in questi giorni mi diceva: “sai, siamo stati gli ultimi a scambiarci dei fogli piuttosto che dei pdf”, ricordo questo, non ricordo se ci fossero dei luoghi, allora abitavo in via dei Banchi Vecchi e Amelia Rosselli abitava in via del Corallo, vedevo lei e non ricordo molto altro, ricordo che una volta sono andata a Milano per la pubblicazione con Crocetti…

Lei ha sempre sentito la necessità di un confronto costante con la storia e con una costellazione molto ampia di scrittori amati della letteratura italiana e soprattutto europea. Può dire cosa hanno significato, per lei, due figure in particolare: Franco Fortini e Amelia Rosselli, alla quale dopo la sua morte ha dedicato la bellissima poesia “Per un nuovo inverno”. Che affinità ha sentito tra la sua ricerca e la poetica di Amelia Rosselli? 

C’è una poesia bellissima di Amelia sull’estensione del sé : “estinguere la passione del sé…estinguere persino me”, questo suo lavoro sul sé, ma anche la relazione con chi non c’è più. E poi c’è un altro attacco meraviglioso “contiamo infiniti morti”, e la sua attenzione al ritmo. Non ho la competenza sulla musica contemporanea che aveva Amelia, però questa riflessione sul sé e questa relazione con i sommersi, sono due elementi di grande vicinanza. Poi credo che nella sua domanda apprezzasse il fatto che non la imitavo, nel senso che mi ha sempre interessato molto la sua poesia, che però è una poesia che si potrebbe anche interpretare come un’esagerazione avanguardistica, mentre lei per esempio rispetto ai Novissimi ha preso le distanze dicendo “va bene, io Joyce lo leggevo a scuola” e questo non mi stupiva, perché non c’era in lei l’elemento del gioco linguistico. Un’altra deriva poteva essere considerata un’imitazione sregolata, invece la poesia di Amelia ha un controllo formale molto forte. Ecco questi erano i punti di incontro.

E invece con Franco Fortini?

Con Franco Fortini, l’elemento del tradurre. Fortini era severissimo, magari non ho sempre condiviso certe sue posizioni rigide che gli derivavano anche da una specie di protestantesimo, ma questo suo dialogo con Bertolt Brecht l’ho sempre trovato fondamentale. Il tema del tradurre la scrittura in una lingua usuale non particolarmente eccessiva, quella che lui chiama la lingua borghese, cioè una lingua d’uso, ecco questo mi interessa… non mi piacciono i giochi, m’interessano negli altri, mi piace Scialoia per esempio, mi piace leggerlo ma non mi appartiene.

Nel suo primo libro di poesie, Residenze invernali del 1989, che l’ha rivelata come una delle voci più significative della poesia italiana, troviamo già alcuni temi che saranno ricorrenti nelle sue opere successive. Mi sembra che soprattutto la condizione dell’inermità e il rapporto con la corporeità ferita di chi subisce sofferenze e ingiustizie, abbia subito definito il suo orizzonte di riferimento. Qui la sua poesia si è fatta espressione della voce dei sopravvissuti, che davanti al vuoto, alla perdita, si cercano, ma possono farlo solo da una situazione di solitudine e di lontananza che non è possibile oltrepassare, come testimonia il verso “I vivi si chiamano come da barche lontane”. Non si può non ricordare in questa raccolta anche la riflessione sullo spazio, la relazione tra lo spazio di chi si trova all’interno di una struttura ospedaliera e lo spazio esterno, lo spazio della memoria, un tema anch’esso molto presente in tutto il suo percorso. Può dire cosa ha rappresentato per lei questo libro?

Ha detto benissimo, ha veramente colto i temi centrali di quella che, per il mio lavoro, mi piace chiamare ricerca. Il tema dell’inermità, questo interesse nei confronti dello spazio, questi diversi spazi che poi dialogano con diversi tempi e con il tempo per certi versi bloccato dei malati. M’interessava anche questa condizione carceraria della malattia e il rapporto con lo spazio esterno, la percezione di un tempo diverso vissuto da spazi diversi, così come il tema della solitudine del corpo quando è malato e quando vive una condizione di dolore, perché possiamo dire tutto, ma certamente quando proviamo dolore, per quanto gli altri siano empatici, siamo sempre in qualche modo chiusi dentro il corpo che prova dolore. Sembra una stupidaggine non so, la nausea post anestesia, quando si può dire: “ho nausea”, ma è impossibile comunicare l’entità di questa sofferenza. Quindi c’era questo elemento anche chimico del dolore, del corpo, di come il corpo vive la condizione del dolore. Mi ha anche sempre interessato il rapporto dei vivi con la morte, e col tempo slittante di chi sta andando via, si sta allontanando perché muore. Lei l’ha detto molto bene, sono temi centrali che riguardano questo libro in cui c’è anche la Maddalena, la Sardegna. Sa, una volta, qualcuno mi ha detto: “ma per me la sua Sardegna è esotica” e io ho risposto che la mia Sardegna non ha nulla di esotico, certo non è luogo del turismo, soprattutto d’inverno al nord, vicino alle Bocche di Bonifacio, quando soffia il maestrale, sono luoghi pericolosi che non hanno nulla di idilliaco.

Il suo interesse per i temi che sono al centro di questo libro è stato forse suscitato anche da eventi luttuosi?

Mia madre ha vissuto a lungo in un sanatorio quando la tubercolosi era non solo una malattia di cui si moriva, ma anche una condizione di isolamento e quasi di riprovazione sociale o qualcosa di cui vergognarsi e questo ha sicuramente inciso. Sono moglie di un medico ospedaliero, quindi questa realtà è una realtà che mi capitava e mi capita di vivere e decifrare. Noto sempre i particolari, gli oggetti che ci sono nelle stanze dei malati, poi c’era anche il figlio di una mia amica che è stato tra la vita e la morte in un ospedale. Quando uno scrive, tutte le esperienze, sia proprie che altrui, non solo si intrecciano ma succede un po’ quello che succede in un quadro cubista, quando si aprono diverse prospettive, come se la realtà fosse vista da diverse angolazioni.

“Non volevo nomi per morti sconosciuti/eppure volevo che esistessero/ volevo che una lingua anonima/ – la mia – / parlasse di molte morti anonime…” scrive in Notti di pace occidentale, un altro libro di poesie molto importante, uscito nel 1999, un libro che ha una dimensione etica, che riflette sulla guerra e sull’impossibilità di raggiungere una pace. Come si è già detto prima, fin dalla sua opera di esordio, Residenze invernali, voci lontane, scomparse, trovano accoglienza all’interno della sua poesia. L’interesse per l’altro da sé, il suo impegno a restituire la vita a qualcosa o a qualcuno che rischia l’oblio, s’inseriscono in una poetica di attenzione ai vinti, ai popoli prevaricati, a un’umanità perduta. Vuole aggiungere qualcosa a tal riguardo?

Il titolo in realtà è amaramente ironico. Avevo iniziato a scrivere il libro durante la prima guerra del Golfo, perché c’era un po’ questo parlare di pace da parte dell’Occidente e invece quello che poi si dimentica è che anche l’Occidente traffica in armi ed è responsabile delle guerre che da quel momento in poi si sono infittite, quindi queste paci occidentali, sono delle paci molto poco pacifiche. Poi, dopo la prima guerra del Golfo, c’è stata la Bosnia e sono state guerre alle nostre porte, con episodi che pensavamo appartenessero al passato. Campi di concentramento, pulizia etnica, e quindi qualcosa ritornava, e di nuovo morti sconosciuti, cimiteri e fosse comuni, e proprio alle fosse comuni e all’anonimità di quelle vittime stavo pensando nei versi che lei ha citato.

Questo libro è nato dalle immagini della guerra viste in tv e dalla riflessione su come in quegli anni la guerra veniva rappresentata dai media?

Sì, la guerra ormai era entrata così nelle nostre case, con questo libro ho voluto restituire una voce a quelle immagini percepite come uno spettacolo terribile, che però aveva il potere di indurre all’assuefazione. C’era poi  in televisione la scena di una donna che correva verso un riparo, cercando di proteggersi dalle bombe, una scena drammaticamente attuale, mi aveva colpito. In quei giorni mi trovavo a Jerez de la Frontera, una città molto vicina al Marocco e in tutte le tv dell’albergo si vedevano questi missili che partivano, tante persone che non erano al riparo, sembrava una situazione irreale. Tutto quello che stava accadendo, invece, mi aveva dato la percezione di come la guerra fosse così vicina e di quanto queste armi fossero orribilmente raffinate.

Nella Luce delle cose scrive: “Sogno un linguaggio capace di dire io senza l’invadenza dell’io, una lingua che provi la vertigine dello spazio e avanzi nel solco di se stessa con un peso e non con un potere”. Questa affermazione esprime un’altra questione centrale della sua scrittura: nei suoi testi il soggetto poetico tende a scomparire per farsi strumento di ascolto, la scrittura per lei è innanzitutto un atto di sottrazione, di presa di distanza dall’io, dai narcisismi, da ogni idea di sopraffazione, è questo l’imperativo morale che si è data per giungere all’essenziale?

Sì, esatto, è così, è chiaro che poi siamo tutti esposti ai nostri difetti, alle nostre miserie, ai nostri errori e questo va accettato, però soprattutto dal narcisismo cerco di prendere le distanze, in fondo l’io che parla è sempre un’altra cosa rispetto all’io della poesia, che è un io con cui si parla credendoci e non credendoci. C’è un verso molto bello nella Commedia in cui Dante dice di aver ascoltato quel suono “che fece me a me uscir di mente”, un verso che trovo sempre illuminante, questo “me a me uscir di mente”, perché è lo spossessamento. Non voglio dire che la poesia coincida con la santità o con qualcosa che non appartenga alla terra, però questo uscirci di mente è un’indicazione che non esclude la razionalità o il controllo del ritmo, l’architettura del testo. Sono tutti elementi che proprio da un punto di vista etico credo siano importanti. Quindi non vedo la poesia come effusione lirica, non che ci sia nulla di male, ma come un lavoro sul testo in cui il pensiero ha un’importanza fondamentale. Poi c’è quel cortocircuito tra la parola e il pensiero che è qualcosa che m’interessa molto.

Quindi, secondo la sua idea di poesia, si può dire che l’atto creativo non può essere un gesto solipsistico, chiuso in se stesso, ma è invece un gesto che porta ad uscire dallo spazio dell’io, per incontrare una dimensione collettiva dell’esistenza, come nel coro della tragedia greca, voce plurale che appare in alcune sue composizioni, penso alla raccolta Dal balcone del corpo. Come si può interpretare il coro nella costruzione del verso?

Proprio in senso classico, come uscita, come commento a qualcosa che ci sta accadendo e che l’io sta mettendo in scena, anche se i miei testi hanno poco di teatrale, forse Dal balcone del corpo un po’ di più. Però il coro, come ha detto lei, è proprio questo elemento corale che dice noi e quindi crea anche ritmicamente un movimento all’interno del testo. C’è un film di Woody Allen che fa vedere molto bene il ruolo del coro, ci sono questi gruppi che commentano, che entrano, è un elemento compositivo che fa parte della mia scrittura.

La lingua di chi accoglie è anche la lingua di chi traduce. Mi riferisco al suo lavoro di traduttrice di poesia che le ha dato la possibilità di ripercorrere da traduttrice i passi dei grandi poeti classici e moderni da lei amati come Jaccottet, Mandel’štam e molti altri, ricontestualizzandoli. L’andare e venire tra lingue diverse le ha aperto strade nuove per la sua poesia?

Certamente, questo che lei dice dell’andare e venire tra le lingue è un movimento essenziale e la poesia come poi è la vita, è questo muoversi. E questo muoversi tra le lingue fa parte della mia ricerca, non che io sia una traduttrice in russo, però lo leggo, posso sentire il suono della parola in russo, leggere l’alfabeto e orientarmi. Conoscere la traduzione di Jacottet in francese, altre belle traduzioni in inglese da Mandel’štam e alcune traduzioni italiane, per trovare poi quando era possibile una ulteriore soluzione, è stato senza dubbio un lavoro che mi ha influenzata. Mi piace pensare alla poesia un po’ come lavorano gli scienziati, Mandel’štam dice: la poesia è un lavoro al buio, la traduzione ancora di più. Quando si traduce si sceglie una parola, una soluzione, si tratta sempre di mondi che entrano in contatto, questo mi interessa molto. Penso anche a un lavoro recente su Mandel’štam, traduttore di Petrarca e a come Petrarca viene tradotto in russo, cioè come poi questi mondi così apparentemente distanti si parlano. Prima dicevamo dei classici, vede, a Mandel’štam basta questo: rendere vivo nella sua lingua Petrarca.

Anche Jaccottet è stato una figura importante per il suo cammino

Assolutamente, ho provato un grande dolore quando è morto. È un grandissimo poeta, una persona di rara gentilezza. Sia la sua poesia che la prosa sono straordinarie. In Jaccottet c’è una resistenza etica, è davvero un maestro in questo senso.

Seguendo il suo percorso poetico, va detto che c’è un’area geografica a lei  particolarmente cara che è la Sardegna, a cui ha dedicato molte pagine, avendo lei origini sarde, ha scritto anche in sardo. Quest’isola credo sia stata il luogo della storia familiare, dell’infanzia, del rapporto con l’acqua, elemento così importante nella sua scrittura. Cosa ha rappresentato l’isola  per lei, è stata un modo per guardare la realtà?

Ho passato dei lunghissimi periodi in Sardegna, anche nella Sardegna interna, che è quella da cui viene tutta la mia famiglia. Non ci sono continentali nella mia famiglia, c’è una grande endogamia e la Sardegna è sempre stata il luogo di riferimento anche per la lingua, che ha una sonorità molto diversa dall’italiano, molto vicina al latino e questo nel mio libro Historiae penso si percepisca. Cosa è stata l’isola mi chiede? Certamente la Sardegna è isolata, ed è lontana dall’Italia, è più vicina alla Corsica. L’isola è più esposta ai venti, alle invasioni, e anche esposta alla realtà di non rendere possibile la fuga, soprattutto la Sardegna, mentre la Sicilia è legata, c’è questo cordone ombelicale con l’Italia, la Sardegna no. Quest’isola è davvero un luogo da cui o si prende un aereo o una nave… perché è il luogo da cui non si può scappare a piedi, ma è anche il luogo che c’induce a sognare quello che ci può essere oltre il mare. Quindi ho sempre avuto la consapevolezza di questa situazione e allo stesso tempo il desiderio di certe aree geografiche come la  Mongolia, le steppe, certe distese di territorio. Questo  isolamento reale, soprattutto all’interno, si percepisce ancora oggi. Ecco, per me l’isola è questo, il sardo lo sente proprio. Io sono nata a Roma, ma ho sempre avuto il senso dei luoghi.

Vorrei che parlasse di due libri che, per continuità di ricerca, forse in qualche modo sono legati: La vita dei dettagli e Salva con nome. Inizierei con La vita dei dettagli, che è uno dei suoi scritti di prosa dedicati all’arte. Un’opera emblematica della sua scrittura che attraversa e mescola i generi letterari, il sottotitolo è “scomporre quadri, immaginare mondi”. In questo libro, grazie alla sua formazione di storica dell’arte, s’interroga sul senso dell’arte e riflette su alcuni particolari delle opere, soffermandosi sull’importanza dei dettagli che possono diventare mondi e offrire altre possibilità. Che valore hanno i dettagli nella sua poetica e quali artisti più significativi ha incontrato in questo percorso?

Io vivo di dettagli, anzi stavo per concepire un’altra opera di dettagli casuali, ma un po’ l’ho fatto nell’ultimo libro Geografie uscito nel 2021. I dettagli sono vitali per quello che scrivo, nel senso che per formazione sono un’osservatrice e il dettaglio di volta in volta è come se ci facesse un cenno, ci chiamasse. Quasi sempre il testo nasce dall’osservazione di un dettaglio, che può essere anche un dettaglio mentale, un dettaglio rimasto nascosto.

In questo libro ho anche un po’ scherzato su questa terribile realtà del riconoscimento attraverso l’analisi del dettaglio, che per l’attività di formazione artistica, si adopera per passare il perfezionamento. Non so se ancora si faccia,  c’era un esame scritto fondato sul riconoscimento, veniva mostrato il particolare di un immagine e bisognava dire da quale quadro e da quale autore provenisse, era l’incubo di ogni storico dell’arte. Durante questo studio si è sviluppato anche il pensare a dei dettagli come un piccolo giallo, mostrarli a chi legge, far indovinare e poi mettere le soluzioni rovesciate alla fine del libro. Ne La vita dei dettagli, poi, mentre scrivevo, la riflessione sulla perdita è diventata sempre più forte e mi ha portata progressivamente a scomporre il libro fino al collage finale. Quest’opera contiene anche le mie passioni artistiche, ci sono figure che amo, che mi hanno ispirato come Mandel’štam o come due artiste per me molto importanti: Sophie Calle e Jenny Holzer e poi c’è Joseph Cornell, con le sue “scatole” e molti altri.

Salva con nome, del 2012, è la pubblicazione successiva a La vita dei dettagli. È un libro non solo di versi, ci sono prose, dettagli di fotografie o di opere figurative, elementi comparsi già nel libro precedente, che diventano le ragioni della sua poesia. Il titolo è molto originale, legato all’informatica, allude all’uso di rinominare i file, ma anche a una impossibile salvezza del nome e qui ritorna la riflessione sull’identità, l’intreccio tra ispirazione autobiografica e riferimenti iconografici. Nelle diverse sezioni che compongono il libro si trovano vari percorsi, c’è una sorta di immaginario domestico che emerge, la raccolta si sposta dal reparto di un sanatorio a una serie di cucine,stanze da letto, camere d’albergo e c’è un percorso poetico attraverso gli elementi della natura, aria, acque, fuochi,terra. Colpisce poi l’ultima prosa del libro, molto bella nella sua costruzione, accompagnata da un originale collage di fotogrammi giustapposti, di corpi di epoche diverse, visi di sconosciuti, alcuni vivi altri già morti, può parlare di questa scena? Può dire anche che rapporti ha quest’opera con la ricerca avviata con La vita dei dettagli?

Vedo che lei ha ben presente quello che scrivo, sono domande in cui mi trovo veramente a mio agio e non succede spesso. L’ultimo testo di Salva con nome è un po’ lo specchio del primo, quello della “Sartiglia”, e ritorna sul dettaglio, è quindi legato alla ricerca del libro precedente, La vita dei dettagli, ma anche a un altro tema che è il rapporto con gli scomparsi, il confine tra vita e morte. In questo libro infatti è intervenuto il desiderio di mescolare i visi di persone conosciute della famiglia con visi di sconosciuti, immagini trovate nei mercatini, a Roma poi c’è Porta Portese, dove avevo trovato un’intera raccolta di foto di una famiglia dell’800 o dei primi del ‘900 svedese. Questi album perduti, questi visi mi commuovono, quando trovo i visi di persone sulle foto del passato, persone che non conosco, che sono perdute, che stanno lì abbandonati in questi mercati, mi viene il desiderio di metterli insieme, di creare un collage di vivi e di morti, come ho fatto con il viso di mia madre, e di farli interagire come succede alle pellicole. La figura di mia madre, tra l’altro, è legata all’immagine del Sanatorio di Vallesana che adesso non c’è più. Nell’ultima prosa del libro, a cui lei fa riferimento, parlo della Chiesa della Trinità nell’isola della Maddalena, dove si trova una parete interamente coperta di ex voto, fatti di ritagli di fotografie, alcune molto antiche, altre recenti. Sembravano esposte in un collage contemporaneo quasi da arte contemporanea americana e mi aveva colpito che ci fossero tutti questi visi. A quella immagine ho associato il ricordo di una teca trovata nella cattedrale di Otranto, in un mio viaggio, che conserva le ossa mischiate delle persone uccise durante un’incursione dei turchi. Parlo di cose che conosco, che ho visto, la mia, credo sia una poesia del visibile.

L’attenzione per l’altro nella sua scrittura poetica, come ha detto, si manifesta nei dettagli, nei frammenti sparsi della quotidianità. L’atto del cucire, ad esempio, che compare in alcuni suoi testi, si lega alla memoria, al tenere insieme parti lontane? A cosa è finalizzato il gesto del cucire? E sempre in tema di filo di tessitura, cosa ha significato per lei un’artista come Maria Lai?

Moltissimo, perché io sono cresciuta in una casa in campagna, in un paese che si chiama Isili, che è al centro della Sardegna. In un vicolo del paese c’era una donna che tesseva, ricordo perfettamente il telaio di questa signora, a Isili poi c’è il museo del tappeto, e quindi per me questa realtà mi è familiare e il lavoro di Maria Lai, che ha questa intuizione geniale di fare del telaio un’opera monumentale, per me è importante. Mi interessa moltissimo la scelta davvero etica di Lai di legare la montagna, di legare le persone anche nemiche di un paese e di tessere delle relazioni che prima non c’erano. M’interessano  poi queste fiabe cucite, il ritmo che c’è nel cucire, io faccio il mezzo punto ed è un momento di concentrazione, se ha presente nel mezzo punto c’è un vuoto del canovaccio, se il ritmo s’interrompe il punto slitta e si esce, e questo gesto mi avvinceva, il cucire come il ricucire relazioni.

In Cosa sono gli anni lei scrive: “Ci sono versi che si possono immaginare scritti solo nella povertà di una cucina, accanto a una minestra che bolle, a una sedia intiepidita dal fuoco. Capiamo che alla fine gli oggetti saranno mischiati al linguaggio”. La sua è una scrittura radicata nelle cose, che parte dalla terra, dalla realtà che si evidenzia anche attraverso una quotidianità domestica, ma che poi rimanda all’universale. Di fronte alla fugacità dell’esistenza, del tempo che dissolve e inghiotte tutto, solo la forza della parola riuscirà a testimoniare, a salvare qualcosa del nostro passaggio sulla terra e a darci l’energia per non soccombere al nulla. Può dire qualcosa al riguardo?

Non so, certamente se rileggo Omero, se ancora una volta incontro dei dettagli, sento che c’è qualcosa che continua, possono essere anche le frittelle di miele di cui parla Omero o il legno d’ulivo, ecco, forse proprio il continuare a radicarsi nelle cose che vedo, nella realtà quotidiana, questo vedo come una possibilità di conservazione, anche se è una parola che non mi piace. Ci sono però dei gesti che sono eterni, ci sono delle cose, degli oggetti che continuano a essere usati, può essere un piatto fondo, una ciotola, che alla fine ritroviamo.  Almeno nella mia memoria è ancora molto forte una realtà arcaica, forse questo è un po’ l’argine alla fugacità del tempo. Al nulla? Chissà forse non è così male, non lo sappiamo.

Nella sua ultima raccolta di versi Historiae, pubblicata nel 2018, tornano in modo nuovo alcuni temi fondamentali della sua poetica. Tacito è l’ispiratore di questo libro. Perché Tacito, che cosa ha cercato in lui, nel suo stile? Mi pare poi che ci siano due elementi decisivi nella composizione del libro, uno è quello dell’esilio, che è un tema planetario, e l’altro è la riflessione sulla scrittura, con la sua predisposizione alla “nudità dei fatti”. Questi due elementi emblematici si trovano nella parte centrale del libro, uno nell’esergo: “ci sono tracce o sento solo io i perduti…”, e l’altro è nella poesia  Annales: “rileggendo Tacito durante questa estate di massacri il conforto veniva dal latino, la nudità dei fatti…” È  così?

 Sì, lei coglie cose giustissime, c’è stata una rilettura di Tacito, perché avevo trovato questo passaggio dalle Historiae, in cui Tacito parla di  scogli macchiati di sangue, di questi esuli che vengono dal mare, mi sembrava terribilmente attuale e del latino m’interessa la sintesi, la concisione, questo evitare inutili giri di parole, un po’ torniamo a quello che stavo dicendo prima sul linguaggio. Tacito ovviamente va ricondotto al suo tempo, non è certo da condividere completamente. Come uomo del suo tempo, era un potente romano, ma riesce a dire alcune verità: i romani massacrano, invadono e chiamano tutto questo pace, e in qualche modo riconosce così la violenza del potere e questo non è così usuale ai nostri tempi, è raro che ci sia questa amara consapevolezza. Poi c’è il rapporto con la storia e con la realtà della storia romana, prima parlavamo dei classici, io ho sempre amato la letteratura, si faceva latino e greco al terzo liceo, la storia letteraria greca e romana, quindi se rileggo Orazio, se rileggo Tacito, trovo sempre qualcosa di nuovo che mi parla dell’attualità, degli elementi che continuano a esistere.

Geografie, la sua ultima pubblicazione, del 2021, e’ un libro che ci dà un’ampiezza di sguardo, e anche qui c’è una scrittura che attraversa i generi, che caratterizza la sua ricerca. Lo spazio, il tempo, e il loro rapporto, le distanze, il significato dei mutamenti sono al centro della narrazione. Geografie è un libro di peregrinazioni che parla di luoghi del mondo, vicini, lontani, sommersi dalla nostra disattenzione, attraversati non solo dalla storia, dall’arte, dagli uomini, ma anche dalla natura, dal mondo vegetale e animale. In quest’opera, tra l’altro, continua la riflessione sullo spazio, un elemento per lei essenziale,sin da Residenze Invernali. Va detto che la sua scrittura ha anche il  merito di recuperare uno scambio tra la letteratura e pensiero scientifico, cosa non frequente nella poesia contemporanea. L’astronomia, la geologia, la biologia, sono discipline che la coinvolgono. Da cosa nasce il titolo Geografie e quali sono gli elementi di maggiore interesse che l’hanno portata alla stesura del libro?

Sì, in Geografie torna questo interesse per lo spazio e non è un libro di confessioni, non c’è autobiografia, c’è invece la memoria dei luoghi, il desiderio, come ha detto lei, di perlustrare i luoghi che sono anche i luoghi della mente, ma anche quelli del dolore fisico qual è lo spazio dell’otite, della nausea. È un tentativo di perlustrare spazi fisici e spazi mentali. Per il titolo ho scelto Geografie perché sono un’appassionata di libri che raccontano  esperienze geografiche del passato, come quella storia dei mongoli e di un monaco Guglielmo di Rubruck, che arriva in Mongolia e parla di questi spazi. Confesso che il grande modello, oltre all’attenzione per le scienze, sono stati i Saggi di Montaigne, questo parlare senza giudicare.

Ma Geografie è anche un libro che si confronta con il presente e con le sue catastrofi. Ci sono riferimenti alla pandemia, soprattutto in alcune pagine, quando lei parla di come l’informazione è stata data o quando sottolinea la necessità di riscoprire i rapporti tra il vicino e il lontano e di rifare le mappe…

Per quanto riguarda la pandemia spesso ci sono delle cronache, effettivamente all’inizio se ne è parlato spesso a sproposito, mentre avendo io questa sponda scientifica, sapevo che poi in realtà non se ne sapeva nulla. Quando nel libro parlo di “rettifica” è perché venivamo bombardati, si affollavano tante ipotesi, a un certo punto il povero pangolino che non c’entrava niente, era diventato la causa del virus. Credo comunque che questi due anni di pandemia abbiano modificato molto il nostro senso dello spazio e per questo mi sono venute in aiuto le passioni scientifiche, che in questo periodo di cui lei parla mi hanno dato conforto.

A parte il suo libro, mi pare che più in generale in ambito artistico e culturale, la situazione che si è vissuta ci ha lasciato ancora un po’ frastornati, c’è più l’intento, peraltro motivato, di ricominciare, di ritornare alla normalità e la tendenza è di non elaborare quanto la vita di tutti ne sia stata sconvolta, a partire dalla percezione del quotidiano e dalle distanze che ha generato la pandemia, salvo ovviamente chi ne è stato maggiormente colpito…

Questo è vero dell’essere frastornati, perché effettivamente non è facile… d’altra parte però va detto che ci sono già molti testi che riguardano la pandemia. Quando mi avevano chiesto, all’inizio del contagio, di parlare di quello che stava accadendo o di dedicare una poesia, non sono riuscita se non a parlare invece di un antico poeta cinese, perché mi sembra che l’unico modo di vedere il presente, e questo rientra nel discorso che facevamo sui classici, sia osservare un’altra cosa apparentemente lontana, e forse sì, adesso siamo ancora frastornati, abbiamo capito che, come per ogni cosa, l’ottimismo a tutti i costi non era la strada e neanche il catastrofismo e forse ci vorrà un po’ di tempo, come per tutto, per metabolizzare ciò che è accaduto.

Collages dal volume Salva con nome

Nell’attuale epoca digitale non ci sono più i maestri, i movimenti letterari che hanno caratterizzato il novecento. Il ruolo della critica mi sembra in crisi, le riviste che una volta avevano una funzione di orientamento sono scomparse. È emersa una situazione certo più fluida, aperta, ma anche confusa, dispersiva, sempre più persone scrivono, pochi leggono e pochi si confrontano con la letteratura, in un contesto in cui il ruolo della cultura è svalutato. Oggi  il web offre delle nuove possibilità espressive e di comunicazione delle esperienze, ma nello stesso tempo si presenta come un magma informe in cui si viene sommersi dalla quantità di testi. Così diventa più difficile orientarsi, individuare i percorsi più significativi. Cosa ne pensa? Come vede il lavoro silenzioso dei poeti in un tempo così difficile e incerto?

Non lo so, è un realtà complessa, nel senso che effettivamente anche molti poeti sono nel web, nei social, facebook, instagram , twitter, sembra che ormai i poeti che non sono online siano destinati all’oblio, e allora pazienza. C’è una frase di Kafka, che trovo molto bella, che dice riferendosi ai suoi libri: “il loro definitivo perdersi esaudirebbe il mio più vero desiderio”,  e quindi si perderà, pazienza! In fondo quando io scrivo un testo è come se la realtà diventasse più reale, e alla fine è questo che trovo più interessante. Certamente c’è poi questa realtà performativa, ma io sono in imbarazzo, non dico che abbia scritto per non essere presente, sono contenta di aver pubblicato, non sto dicendo questo, però sono un po’ stupita del fatto che poi mi si chieda di essere una performer. Non lo sono, sembra che la reticenza, uso un termine antico, e anche un po’ il riserbo, siano qualcosa di cui non tener conto, ed io non sono a mio agio con questi mezzi. Non li demonizzo, uso il computer, uso google per fare delle ricerche, anche per cose frivole,  però questa necessità di essere anche un attore, un’attrice, insomma, ognuno ha il suo lavoro. Lei ha detto bene, sì, siamo sommersi e qualsiasi cosa si faccia, si viene registrati, bisogna dire a tutti i costi che va bene, la propria faccia può andare ovunque, c’è un po’ questo elemento da Grande Fratello. Io non ho proprio la pazienza per essere la regista di me stessa.

Ci può anticipare qualcosa del suo futuro, a quale opera sta lavorando?

Sta per uscire un libro sui due Darwin, nipote e nonno: Charles ed Erasmus, e Leopardi, soprattutto l’ultimo, quello dei Paralipomeni e della Ginestra, si intitola Le piante di Darwin e i topi di Leopardi. Ragiona sulle intuizioni protoevoluzionistiche e antiantropocentriche in Leopardi che a mio parere sono state influenzate anche dalla lettura dell’opera di Erasmus Darwin, medico, antischiavista e anticipatore di molte delle idee del nipote Charles. Per il futuro in genere non faccio progetti, lascio che si sedimenti qualcosa, soprattutto per la poesia e cerco, cerco come il piovanello descritto da un poeta che amo molto: Elizabeth Bishop, in una poesia che si intitola Sandpiper.

Pietro Spirito, Antonella Anedda e Boris Pahor premiati al X Concorso di “Trieste scritture di frontiera”

POESIE DI ANTONELLA ANEDDA

Da RESIDENZE INVERNALI (1989)

Le nostre anime dovrebbero dormire

Le nostre anime dovrebbero dormire
come dormono i corpi sottili
stare tra le lenzuola come un foglio
i capelli dietro le orecchie
le orecchie aperte
capaci di ascoltare. Carne
appuntita e fragile, cava
nel buio della stanza. Osso lieve.
Cosí la membrana stringe
la piuma alla spalla dell’angelo.

Trasparenti sono le orecchie dei malati
dello stesso colore dei vetri
eppure ugualmente sentono
il rullio dei letti
spostati dalle braccia dei vivi.
Alle quattro, nei giorni di festa
hanno fine le visite. Lente
le fronti si voltano verso le pareti.
Nei corridoi vuoti scende una pace d’acquario.
Luci azzurre in alto e in basso
sulla cima delle porte
sul bordo degli scalini.

Foto di Dino Ignani

Luci notturne.
I malati dormono gli uni
vicini agli altri posati
su letti uguali.
Solo diverso è il mondo
di piegare le ginocchia
se le ginocchia
possono piegare, diversa
l’onda delle loro coperte.
Pochi riescono ad alzarsi sulla schiena
come nelle malattie di casa
e ogni letto ha grandi ruote di metallo dentato
molle che di scatto
serrano il materasso
o di colpo lo innalzano.
Il letto stride, si placa.

Luci di Natale.
La corsia è una pianura con impercettibili tumuli.
Con quali silenziosi inchini s’incontrano i pensieri dei morti.

Luci d’inverno.
Nella sala degli infermieri luccicano carte di stagnola
l’odore del vino sale nell’aria.
Se i vivi accostassero il viso ai vetri appannati
se allungassero appena le lingue
il vapore saprebbe di vino.
C’è un attimo prima della morte
la notte gira come una chiave.
Quali misteriosi cenni fanno i lampioni ai moribondi,
quante ombre lasciano i corpi.

Le dieci. Sulla tovaglia un coniglio rovesciato di fianco
patate bollite, asparagi passati in casseruola.
Nella stanza regna una solenne miseria.

I vivi chiamano come da barche lontane.

Da NOTTI DI PACE OCCIDENTALE (1999)

Non esiste innocenza in questa lingua

Non esiste innocenza in questa lingua
ascolta come si spezzano i discorsi
come anche qui sia guerra
diversa guerra
ma guerra – in un tempo assetato.
Per questo scrivo con riluttanza
con pochi sterpi di frase
stretti a una lingua usuale
quella di cui dispongo per chiamare
laggiù perfino il buio
che scuote le campane.

***

C’è una finestra nella notte
con due sagome scure addormentate
brune come gli uccelli
 il cui corpo indietreggia contro il cielo.
 Scrivo con pazienza
 all’eternità non credo
 la lentezza mi viene dal silenzio
 e da una libertà – invisibile –
 che il Continente non conosce
 l’isola di un pensiero che mi spinge
 a restringere il tempo
 a dargli spazio
 inventando per quella lingua il suo deserto.
   
  La parola si spacca come legno
  come un legno crepita di lato
  per metà fuoco
  per metà abbandono.

Da IL CATALOGO DELLA GIOIA (2003)

Silenzio mattutino. Una qualità dei passi sul selciato

delle voci. È il suono delle saracinesche

che si sollevano sui negozi intatti: un segnale di pace

l’annuncio dello shofar nel giorno.

Sole silenzioso sulle coperte, sui pavimenti

sulle tazze della colazione e lo smalto del vassoio.

Sì. Non benedetto abbastanza ogni risveglio silenzioso e vivo

non ancora malato non ancora schiavo.

F

È  la lettera della felicità terrena del soffio che fugge dalle

labbra, è la fiducia dei fiori che si flettono quando scende il sole,

ma è anche la lettera del fulmine, della fiamma che fende il buio.

“Fa freddo” diciamo e la f si raddoppia nello stesso fiato della

bocca sul fuoco.

Da IL BALCONE DEL CORPO (2007)

L’aria è piena di grida

Pensi davvero che basti non avere colpe per non essere puniti,
ma tu hai colpe.
L’aria è piena di grida. Sono attaccate ai muri,
basta sfregare leggermente.
Dai mattoni salgono respiri, brandelli di parole.
Ferri di cavalli morti circondano immagini di battaglie
Le trattengono prima che vadano in un futuro senza cornici.

Cosa ci rende tanto crudeli gli uni con gli altri?
Cosa rende alcuni più crudeli di altri?
Le crudeltà subite e poi inghiottite fino a formare una guaina
con aculei sul corpo ferito?
O semplicemente siamo predestinati al male,
e la vita è solo fatta di tregue dove sostiamo
per non odiare e non colpire?

Da SALVA CON NOME (2012)

Spazio dell’invecchiare

Solo la nudità alla fine ci raggiunge

esatta come la luna cre­scente nei capelli.

Esi­ste una gioia nella reticenza

e un riparo per­fino in que­sto spazio

che ha un ini­zio e una fine.

Non voglio scri­vere un’elegia alla vecchiaia,

solo dire che spin­gere le brac­cia den­tro il freddo

è una prova che ha il senso di tro­vare il verbo in una frase.

Senti come gua­da­gni la via del corridoio.

Non è scon­tato il passo col respiro.

Conta i mat­toni pen­sando ai ciot­toli di fiume

all’acqua che ti fasciava il piede

ricorda quanta tena­cia c’è voluta a decifrare

le mappe den­tro alle parole.

Da HISTORIAE (2018)

Confini 

L’ennesima notizia della strage arriva questa sera
nell’ora in cui messi gli ultimi panni in lavatrice
si scoperchiano i letti per dormire.
Sullo schermo del televisore unica luce nella stanza buia
scorrono visi morti e morti vivi, lampi di armi,
corpi nudi e dentro ai calcinacci un cane.
La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla
ai confini degli imperi nell’èra di ferro che ci irradia.
Ha inizio un assedio senza nome.
Acque reflue, alluvioni, rocce spaccate
in cerca di petrolio. Resistono gli schiavi
intenti a costruire le nostre piramidi di beni.

Esilii

Oggi penso ai due dei tanti morti affogati
a pochi metri da queste coste soleggiate
trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati.
Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo
e cosa ne sarà del sangue dentro il sale.
Allora studio – cerco tra i vecchi libri
di medicina legale di mio padre
un manuale dove le vittime
sono fotografate insieme ai criminali
alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali.
Niente paesaggi solo il cielo d’acciaio delle foto,
raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo,
i piedi sopra una branda, nudi.
Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis.
Il sangue si raccoglie in basso e si raggruma
prima rosso poi livido infine si fa polvere
e può – sí – sciogliersi nel sale.

OPERE

  • Residenze invernali, con una nota introduttiva di Gianluca Manzi, Stamperia Bulla, Roma 1989; poi Crocetti, Roma 1992 (ristampa 2008)
  • Tre stazioni, Lietocolle, Falloppio 1996 (ristampe 2003 e 2007)
  • Cosa sono gli anni. Saggi e racconti, Fazi, Roma 1997
  • Nomi distanti, Empirìa, Roma 1998; poi, in una nuova edizione e con una postfazione di Andrea Cortellessa, Nino Aragno, Torino 2020
  • Notti di pace occidentale, Donzelli, Roma 1999
  • La luce delle cose. Immagini e parole nella notte, Feltrinelli, Milano 2000
  • La lingua disadorna, L’Obliquo, Brescia 2001
  • Il catalogo della gioia, Donzelli, Roma 2003
  • Dal balcone del corpo, Mondadori, Milano 2007
  • La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi, Donzelli, Roma 2009
  • Acque che insegnano la sete, prefazione di A. Carson, Antropologia dell’acqua. Riflessioni sulla natura liquida del linguaggio, a cura di Anronella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello, Donzelli, Roma 2010
  • Salva con nome, Mondadori, Milano 2012
  • Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena, Laterza, Roma-Bari 2013
  • Historiae, Einaudi, Torino 2018
  • Geografie, Garzanti, Milano 2021
  • Con Elisa Biagini: Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola, a cura di Riccardo Donati, Chiarelettere, Milano, 2021 ISBN 978-8832962451