Numero XXXIV – Ottobre 2024
Sommario:
- Muriel Barbery. La ricerca della bellezza di Anna Albertano
- Incontro con Muriel Barbery di Anna Albertano
- Opere
MURIEL BARBERY. LA RICERCA DELLA BELLEZZA di Anna Albertano

Il Giappone è esattamente questo, un cielo in cui sfioriscono giardini.
Muriel Barbery
Muriel Barbery, scrittrice francese, nata a Casablanca in Marocco, si è laureata all’École Normale Supérieure e ha insegnato per 15 anni filosofia. Nel 2000 ha pubblicato il suo primo romanzo, Une gourmandise, al quale nel 2006 è seguito L’Élégance du hérisson, presto divenuto un vero e proprio caso letterario in Francia e all’estero.
Anche in Italia L’eleganza del riccio, uscito nel 2007 per le Edizioni e/o, ottiene una grande notorietà, e nel 2008 il suo primo libro, già uscito nel 2001, ma passato come in Francia inosservato, viene ripubblicato col titolo Estasi culinarie.

Romanzo colto e raffinato che ha per sfondo la vita di un signorile palazzo in rue de Grenelle a Parigi, L’eleganza del riccio ha per protagoniste Renée Michel, la portinaia cinquantaquattrenne, incredibilmente erudita aldilà di ogni apparenza, che ama l’arte, la filosofia, la musica, il cinema e la cultura giapponese, e Paloma Josse, una ragazzina dodicenne, figlia di un ministro, un politico progressista, troppo intelligente e riflessiva rispetto alla sua età, che detesta la propria famiglia, incapace di cogliere la bellezza della vita.

Le affinità fra loro sono alimentate da una comune idiosincrasia nei confronti dell’ambiente circostante. L’interesse suscitato dall’uscita del libro, che coglie tutti di sorpresa, è dato anche da questa strana alleanza tra le due voci dissonanti verso il mondo in cui vivono, che travalica barriere sociali e anagrafiche.
È un romanzo che incontra il gusto di palati esigenti per il susseguirsi di citazioni e argomentazioni contenute, ma anche di un pubblico più vasto per lo spirito d’ironia espresso dall’arguzia delle due protagoniste.

Un successo inaspettato che per l’autrice, allora trentasettenne, determina una svolta radicale nella vita. Estremamente riservata, Muriel Barbery, per sua ammissione impreparata a sostenere l’improvvisa risonanza, si trasferisce infatti in Giappone col marito Stéphane, conosciuto ai tempi dell’Università, che sin dall’inizio, quale ispiratore, consulente, editor, collabora ai suoi romanzi. Abbandona dunque l’insegnamento e diventa scrittrice a tempo pieno.
Nel 2009, intanto, esce il film Il riccio di Mona Achache, liberamente ispirato al suo bestseller, che sebbene riuscito come film, non ne restituisce appieno la vivacità, riporta anzi il soggetto all’ordinarietà di una trama anche divertente, dove tuttavia la sottigliezza di humour, l’ampiezza di soluzioni e spunti narrativi del romanzo svaporano. L’autrice ne prende le distanze. (1)
Il trasferimento in Giappone comporta nel frattempo mutamenti di prospettiva, come lei stessa ha dichiarato: «nel 2008 e nel 2009 ho vissuto a Kyoto… A lungo ho cercato di buttare giù romanzi ambientati lì. Volevo trascrivere il mio stupore ma non funzionava e allora ho inventato il mondo degli elfi…» (2).
Dopo due anni a Kyoto, viaggia molto, torna in Francia, successivamente si trasferisce ad Amsterdam.

Vita degli elfi esce nel 2016 (l’anno prima in Francia), nove anni dopo L’eleganza del riccio, è un romanzo molto diverso, che incontra il favore dei lettori soprattutto all’estero.
Definito una meditazione poetica sull’arte, la natura, i sogni e il ruolo dell’immaginazione, è una riflessione sull’armonia, sulla bellezza minacciata dagli uomini.

Pur nella sostanziale diversità di genere, una narrazione immersa nella dimensione fantastica di creature soprannaturali, vi si ritrovano elementi presenti nell’opera precedente. Anche in Vita degli elfi protagoniste sono due figure femminili, Maria e Clara, due bambine dotate di straordinari poteri. Altro punto ritornante è la ricerca della bellezza, come accesso all’eterno.
Nell’Eleganza del riccio, Paloma, la ragazzina dodicenne, scrive: «…forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso … un sempre nel mai… ».
Col tempo, da giovane autrice che rifugge i riflettori, Muriel Barbery è entrata a pieno titolo nel proprio ruolo, dosa sapientemente le risposte e si destreggia in dichiarazioni che soddisfano i lettori: «… qualunque cosa sia la scrittura per me, è un momento di leggera trance dove ogni cosa diventa possibile; devo soprattutto fare attenzione a non prevedere nulla, ad avere pochi obiettivi all’infuori del piacere di scrivere liberamente…» (3).
Con la complicità del marito, di gatti, di ameni spazi e residenze immerse nella campagna, in realtà mette a punto una scrittura elaborata, dove nulla è lasciato al caso.
Se i primi due libri hanno origine da un humus francese, il terzo e il quarto, spesso considerati fantasy, sono affini fra loro per una narrativa del fantastico.

Un étrange pays (Uno strano paese), uscito in Francia nel 2019, è infatti la continuazione della Vita degli elfi. Romanzo d’avventura, atemporale, riporta una curiosa cronologia, che mescola un tempo immaginario con la Storia.
Uno strano paese risente dell’influenza di Jean Giono, il grande scrittore provenzale di origine piemontese, della Valchiusella, ed è ispirato all’estetica asiatica e soprattutto giapponese.

L’amore per il Giappone e la sua cultura risale a molti anni prima, ed è palese già nel bestseller. Anche in seguito al soggiorno a Kyoto, il Giappone le rimane nel profondo, ma è solo dopo anni, dopo essersene allontanata, che dà vita a due opere che lo riguardano.
Dopo l’uscita nel 2020 de I gatti della scrittrice, infatti, nel 2021 viene pubblicato Una rosa sola. È il viaggio che una donna di quarant’anni intraprende alla ricerca di se stessa. Rosa vive a Parigi dove lavora come botanica, in seguito all’apertura del testamento del padre, giapponese, mai conosciuto, parte per Kyoto, accompagnata nel suo viaggio da Paul, segretario del padre. In Giappone scoprirà la possibilità di una vita diversa. Con questo romanzo l’autrice ritorna ad una narrativa realista.

A Una rosa sola è legato il romanzo successivo, uscito in Italia nel 2023. In un processo a ritroso, Un’ora di fervore ripercorre la vita del padre di Rosa, Haru Ueno, mercante d’arte di successo. Oltre a incontrare Haru, si ritrova Paul Delvaux, il suo assistente, che lo ha affiancato per lunghi anni e ha condiviso con lui momenti diversi. (Curiosamente anche nell’Eleganza del riccio, il segretario di Kakuro Ozu si chiama Paul.)
Un’ora di fervore trae il titolo da un brano di Saint-Exupéry, da Terra degli uomini, e il termine fervore compare più volte già in Uno strano paese, associato ai valori della poesia e della bellezza. Descritto come romanzo sulla solitudine, sul tempo, sull’esistenza, è soprattutto un romanzo sull’amore e sulle relazioni umane. Una storia di amori, di amicizie e di lutti, che avanza in tono poetico, a tratti elegiaco, facendo entrare il lettore, passo dopo passo, nella sensibilità giapponese, attraverso un progressivo avvicinamento a personaggi, a vicende presenti e remote, cogliendo continue suggestioni dall’ambiente narrato. A dar colore e forma alle relazioni che prendono vita o che tornano dal passato, sono spesso alternanze di iris e camelie, di aceri e bambù, e naturalmente magnolie.

Calata nel milieu giapponese, con leggeri tratti di pennello, l’autrice scandaglia l’animo dei protagonisti, dando espressione ai più piccoli scarti nell’evolvere del loro orizzonte, in un linguaggio figurato che attinge a simbologie e visioni del mondo lontane, della natura, della vita e della morte, dove anche i frammenti di dialoghi traducono l’essenza profonda di un’affascinante cultura.
Non si può fare a meno di tornare, seppure di tutt’altro sapore e spirito, a un altro sguardo francese sul mondo nipponico: nel film Hiroshima mon amour, di Alain Resnais, scritto da Marguerite Duras, in un incontro tra un giapponese e una francese, il ricordo di un amore impossibile non dà tregua alla protagonista. Anche in Un’ora di fervore emerge un amore impossibile, ma non appartiene al passato, è una impossibilità che Haru persegue tutta la vita dopo il concepimento della figlia mai conosciuta, e che coltiva attraverso il dialogo immaginario con lei, nel suo seguirla a distanza, negli anni, attraverso le foto: «Haru continuava mattino e sera a raccontarle del fiume, dei fratelli e degli antenati lontani…», in un ininterrotto percorso che quasi scolpisce le impronte del proprio sentire e delle proprie origini.

In opposizione al senso letterale del titolo, il romanzo è una decantazione di temi, incontri, separazioni, legami familiari di un’intera vita. In Un’ora di fervore si avverte la ritualità giapponese, quella quotidiana, nella successione dei più minuti gesti, ma viene evocata anche quella teatrale, una scena, nelle sue diverse forme, assai stilizzata, dove si cristallizzano nuclei di un’antica civiltà.
Una narrazione anche nel segno della scansione temporale, secondo una cadenza delle stagioni che predilige l’inverno, il ghiaccio, la neve, che ricopre ogni cosa del suo chiarore, esaltando la bellezza di atmosfere rarefatte.

L’ultima fatica letteraria di Muriel Barbery è il romanzo, appena uscito in Francia, Thomas Helder. Ambientato nell’Aveyron, riguarda la morte di uno scrittore olandese e la riunione fra amici e parenti che segue la cerimonia funebre nella casa di famiglia, nella regione occitana. Un Huis clos –con riferimento all’opera teatrale di Sartre A porte chiuse-, che culmina nell’incontro tra il fratello del defunto e un’amica misteriosamente scomparsa da anni, alla quale Thomas ha lasciato una lettera. L’allusione ad una scena teatrale è data anche dall’unità di tempo, di luogo e azione in cui si svolge il romanzo. L’autrice ha tratto ispirazione dal celebre racconto di Joyce I morti (da Gente di Dublino), racconto epifanico che rimane nel tempo fonte di grande suggestione per opere letterarie e filmiche sull’inesauribile tema dei morti, che col loro riverbero continuano a vivere nel presente.
NOTE
(1) «In cerca di un soggetto per il suo primo film, Mona Achache, dopo aver letto il romanzo di Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, si confronta con la produttrice per poterne acquisire i diritti per il cinema, presso Gallimard, riuscendo nel suo intento, non era l’unica regista ad averne fatto richiesta. Il romanzo, a quel tempo, non aveva ancora ottenuto il successo che avrebbe invece avuto di lì a poco… La trama del film non pare distanziarsi troppo da quella del testo letterario… Come in più occasioni ha dichiarato la regista: ‘Con Muriel Barbery ci siamo incontrate, ci siamo accordate, ma lei per prima ha deciso che le due cose, libro e film, dovevano essere separate.’ In Italia, all’uscita del film nelle sale cinematografiche, la scelta da parte del distributore di non riportare nella locandina la dicitura ‘liberamente ispirato a’, ha indotto Muriel Barbery a ribadire ulteriormente la propria presa di distanza dal film, affermando: ‘non considero questo film espressione dello spirito del romanzo, perché è troppo diverso.’» Da Il riccio, un adattamento per il grande schermo liberamente tratto dal bestseller di Muriel Barbery di Luisa Ceretto, in “Zeicon Archivi”, marzo 2011.
(2) Muriel Barbery: Un riccio elegante mi ha rubato la vita. Gli Elfi e il Giappone me l’hanno restituita. di Leonardo Martinelli, “La Stampa. Tuttolibri”, 25 luglio 2020.
(3) La leggerezza surreale di Muriel Barbery, intervista di Elvira Grassi, Oblique Studio, 13.10.2008.

INCONTRO CON MURIEL BARBERY di Anna Albertano

Lei ha scritto racconti sin dalla più giovane età, da dove nasce questo gusto di scrivere?
I miei genitori erano professori di francese e grandi lettori. Sono cresciuta fra i libri, con la fortuna di ascoltare leggere poi di leggere, nel gusto della finzione. Suppongo che scrivere fosse il prolungamento naturale di questo gusto.

Quando ha pensato per la prima volta di scrivere un libro? Il suo debutto letterario in Francia è stato Une gourmandise, nel 2000 (Una golosità nel 2001, poi Estasi culinarie, nel 2008). Cosa l’ha spinta a inviare il manoscritto a case editrici?
Ho scritto la mia prima fiction a dodici anni! Era una serie di ritratti. Alla fine si capiva che tutti i personaggi si trovavano sulla stessa barca -si chiamava del resto La Barca, mio padre aveva dattilografato il racconto e l’aveva rilegato con una bella illustrazione di barca sulla copertina-. Il tutto è andato perduto in un trasloco. In seguito, ho continuato a scrivere delle note, osservazioni, descrizioni, ma la fiction seguente non l’ho scritta che a trent’anni ed è diventata Estasi culinarie, il mio primo romanzo pubblicato. È mio marito che allora mi ha convinta a inviarlo a case editrici, non ci avevo mai pensato, la scrittura mi bastava. Non ho mai voluto essere scrittrice, volevo scrivere e scrivevo, ecco tutto. La pubblicazione è un’altra avventura, di cui non mi pento, ma che per me resta secondaria.

Com’è nata l’idea de L’eleganza del riccio, il soggetto, la definizione del contesto, la struttura narrativa?
In Estasi culinarie che si trova nello stesso immobile dell’Eleganza del riccio, c’era già il personaggio della portinaia dell’immobile. Il mio editore, lo scrittore Jean-Marie Laclavetine, mi aveva detto, ricevendo il manoscritto di questo primo romanzo, che la facevo parlare in modo troppo caricaturale, troppo stereotipato, e ho riscritto il suo monologo in modo molto più letterario. Qualche anno dopo, mi sono ricordata di questa nota, e ho avuto l’idea di riprendere questo personaggio di portinaia atipica, di apparenza grezza, ma di spirito fine ed erudito. La voce è arrivata subito. Quando, dopo un certo numero di capitoli, è apparso un interessante personaggio di ragazzina, ho dato anche a lei una voce e sono risalita nel testo per intercalare i suoi monologhi con quelli di Renée. La scena era già definita nel precedente romanzo, il seguito dei monologhi non comportava vincoli narrativi complessi: si è scritto da solo.

L’eleganza del riccio è stato definito un testo filosofico, le due protagoniste dell’immobile altoborghese di rue de Grenelle, 7, Renée la portinaia erudita e Paloma la ragazzina appartenente a una famiglia agiata che progetta di suicidarsi, sono gli ingredienti di un successo internazionale inatteso…
Ciò che accade dopo la scrittura sfugge per definizione all’autore, il successo o l’insuccesso dipendono da fattori strani e spesso incomprensibili. Non mi sono mai posta la domanda che mi è stata posta infinite volte della ragione di questo successo, non mi interessa.
Nove anni più tardi, lei ha pubblicato un romanzo molto diverso. Dopo un bestseller come L’eleganza del riccio avrebbe potuto proseguire con lo stesso modulo narrativo… Intanto ha abbandonato il suo lavoro di insegnante di filosofia in Normandia, ha vissuto due anni in Giappone e poi viaggiato molto. Può parlare di questo cambiamento, di vita e letterario…

Il successo de L’eleganza del riccio ha cambiato la mia vita personale e professionale: ho potuto lasciare l’insegnamento, andare a vivere in Giappone, viaggiare molto, e, soprattutto, consacrarmi alla scrittura. È considerevole. Ci sono stati alcuni anni dedicati alla scoperta del Giappone poi dei Paesi Bassi, ai viaggi, a tutti i cambiamenti nella mia vita, ad accompagnare il mio testo all’estero. Poi, naturalmente mi sono rimessa a scrivere e questo ha portato a Vita degli elfi, un testo molto diverso, in effetti, ma non era premeditato: semplicemente non posso rifare la stessa cosa, tutti i miei romanzi sono differenti gli uni dagli altri per la semplice ragione che nascono da un desiderio d’esplorazione di territori sconosciuti, narrativamente e stilisticamente parlando.

Vita degli elfi, definito un romanzo onirico, poetico, è una riflessione sull’incanto della bellezza minacciata dalle miserie umane. Le protagoniste sono due bambine, Maria e Clara, in contatto con la natura e con mondi magici, che grazie ai loro talenti straordinari, possono connettere questi differenti mondi. Clara proviene dall’Abruzzo. Conosce questa regione italiana?
Certo, contrariamente ai miei personaggi, che sono tutti inventati, i luoghi dei miei romanzi sono per la maggior parte appartenenti al tempo reale. È l’amicizia di un italiano incontrato nei Paesi Bassi, ove vivevo, che ha deciso dei miei viaggi in Abruzzo. Era stato chef nel migliore ristorante italiano di Amsterdam, Toscanini, e mi aveva regalato un libro di cucina dell’Abruzzo, le cui foto mi avevano affascinata. Ci sono andata e ho amato tutto della regione: i suoi paesaggi, la sua poesia, la sua asprezza, la sua cucina.
La Vie des elfes è uscito nel 2015. In considerazione degli eventi drammatici di quel periodo, l’attacco al Bataclan a Parigi, preceduto dall’attentato a Charlie Hebdo, lo si potrebbe vedere anche come un preciso cambiamento della sua narrazione, da un piano realistico a un piano immaginario…

Il romanzo è stato terminato prima degli attentati. Inoltre, l’attualità non ha alcun tipo d’incidenza sui miei testi, può farne parte, ma non li influenza. Inseguo il sogno di una forma interiore indubbiamente nutrita delle mie esperienze ma che le trascenda e di un’estetica che trascuri le tematiche reali. I miei passaggi da un genere all’altro non fanno che testimoniare tale ricerca.
Uno strano paese, uscito nel 2019, è un romanzo di avventura e di meditazione ispirato all’estetica orientale, ove si ritrova il mondo degli elfi ma anche il mondo dei morti. Il romanzo segue una cronologia astorica, dove per esempio la Prima guerra mondiale porta le date 1910-1913, e l’inizio della seconda il 1932. A proposito di Uno strano paese lei ha menzionato la paura del Nazismo e del Fascismo che si profilava tra le due guerre. Può parlarne?

Avevo in mente di raccontare la caduta di un mondo. Il modello di caduta di cui dispone una europea nata, come me, alla fine degli anni sessanta, è quello della sequenza delle due guerre mondiali che ha messo fine agli imperi e partorito mostri. Ma siccome non avevo alcuna mira realista o storica, ho giocato liberamente con le alleanze e le date, conservando della storia soltanto l’atmosfera e le sue grandi poste in gioco.
In questo romanzo, ha detto, c’è la profondità orientale e l’ironia occidentale, il mondo dei morti che vivono accanto ai vivi, ma non manca lo humour. È così?
La fusione della profondità orientale e dell’ironia occidentale è infatti per me un ideale esistenziale! Sono profondamente sincretica, non ho il gusto dei sistemi, e, a costo talvolta della coerenza, non smetto di sognare un mondo che voglia prendere in prestito da ogni cultura le sue più belle realizzazioni morali o estetiche. In un certo senso, questo si esprime nei miei romanzi.

Una rosa sola è stato pubblicato in Francia nel 2020. È il racconto del viaggio di una giovane donna alla ricerca di se stessa. Rose, francese, è nata da un padre giapponese che non ha mai conosciuto. Definito «un poema in prosa», riflette un legame profondo col Giappone e la sua cultura. Cosa ama di più del Giappone?
L’estetica, certamente, in ciò che non è mai pura ricerca della forma ma anche cammino spirituale. Conosco poche culture che abbiano portato così in alto l’idea secondo cui la bellezza non è un accessorio ma un’arte di vivere.
La morte è una costante nelle sue opere, sin dal suo primo libro, quasi un rendez-vous, circostanza frequente, eppure vissuta con un certo distacco, non sconvolge l’ordine delle cose. È d’accordo?
Sì, c’è molta morte e morti nei miei testi ma non si tratta mai del soggetto principale, che rimane l’arte del vivere bene, cosa che richiede, tra le altre e logicamente, una riflessione sulla morte.
In Un’ora di fervore, il romanzo successivo, il protagonista Haru Ueno è sul punto di morire. Un’ora di fervore riguarda i temi universali dell’esistenza, a volte un’ora può donare un senso alla vita intera. Questo romanzo costituisce l’antefatto di Una rosa sola, ma l’ha scritto dopo. Come ha concepito questo viaggio all’indietro?

Con Una rosa sola è accaduta una cosa inedita: ho avuto difficoltà ad abbandonare i miei personaggi e nello stesso tempo una grande curiosità per quelli che nel romanzo erano secondari o assenti. Da ciò è nata l’idea di raccontare la storia del padre dopo quella della figlia, in un secondo romanzo che sarebbe stato lo specchio capovolto del primo. È appassionante risalire anche il corso del tempo, imbastire un’altra storia che doveva rispettare gli sviluppi della prima e apprendere a conoscere un assente, conoscenza che non poteva avvenire che attraverso la scrittura.
A proposito dell’influenza di Jean Giono, sulla sua scrittura, lei ha detto che rappresenta i due aspetti della sua vocazione di scrittrice: la potenza del racconto e al contempo la poesia della lingua. Può aggiungere qualcosa?
Ci sono poche cose da aggiungere a Giono! Associare la potenza del racconto alla poesia della forma, è il programma di ogni autore. Alcuni di noi, tuttavia, sono più interessati alla narrazione che alla scrittura o viceversa, ma ciò non toglie che i grandi autori sono quelli che associano entrambe le cose. Personalmente non posso iniziare un romanzo fino a che non ho un sentimento, un’intuizione della sua estetica, della sua scrittura, ma con gli anni mi interesso più in profondità agli aspetti narrativi, sposo questa ricerca allo stesso modo, e questo rende il lavoro sempre più appassionante.
Qual è la sua ultima opera?
Il mio settimo romanzo, che si intitola Thomas Helder, è appena stato pubblicato in Francia.

OPERE

- Une gourmandise (Gallimard, 2000), Una golosità (Garzanti, 2001), Estasi culinarie (Edizioni e/o, 2008)
- L’Élégance du hérisson (Gallimard, 2006), L’eleganza del riccio (Edizioni e/o, 2007)
- La Vie des Elfes (Gallimard, 2015), Vita degli elfi (Edizioni e/o, 2016)
- Un étrange pays (Gallimard, 2019), Uno strano paese (Edizioni e/o, 2020)
- I gatti della scrittrice, con illustrazioni di Maria Guitart (Edizioni e/o, 2020)
- Une rose seule (Actes Sud, 2020), Una rosa sola (Edizioni e/o, 2021)
- Une heure de ferveur (Actes Sud, 2022), Un’ora di fervore (Edizioni e/o, 2023)
- Thomas Helder (Actes Sud, 2024)

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