LUCIA BOSÈ E IL CINEMA di Luisa Ceretto

© Archivio Ansa

“I miei lavori migliori sono stati quelli con i registi che avevano talento e cuore, coloro che interagivano con noi attori creando un rapporto umano autentico e rassicurante. Ma la mia vita cinematografica l’ho dimenticata, e non ne so il motivo. Forse perché l’hanno scritta e diretta gli altri, gli sceneggiatori e i registi che ho incontrato. La mia vita privata però, quella la ricordo bene, perché sono stata io a dirigerla” Lucia Bosè (*)

Lucia Bosè col marito e i figli

Il percorso artistico di Lucia Bosè è centrale nelle pagine del cinema di un’Italia che dalle macerie della seconda guerra mondiale si affacciava agli anni del miracolo economico sotto la luce dei riflettori internazionali. Con la disinvoltura di una grande attrice, capace di calarsi in ruoli differenti con un talento naturale, la Bosè ha dato vita ad un immaginario femminile di donna moderna, semplice o sofisticata, emancipata e dalla bellezza statuaria, con un’eleganza e raffinatezza da tener testa alle star statunitensi.

Come altre protagoniste del cinema italiano di quegli anni ha portato sugli schermi, anche oltre confine, una ricchezza espressiva e di figure che sapeva riflettere la varietà culturale di un paese che tra molte difficoltà risorgeva, occupando un posto di rilievo nella cinematografia mondiale.

Poco premiata se non addirittura ignorata dal cinema italiano, posta a confronto con altre protagoniste del panorama nazionale, anche successivo, continua a vincere per bravura, modernità e intelligenza.

Nata il 28 gennaio 1931 alla periferia di Milano, in una cascina, una specie di villaggio denominato il Cabreo, dove vivono diverse famiglie, cresce circondata dall’affetto del padre, Domenico Bosè, della madre, Francesca Borloni e dei fratelli. 

Una vitalità inarrestabile sembra definirne il carattere sin da giovanissima, insofferente verso la disciplina, in un gesto di ribellione, dopo che a scuola le impongono le trecce col fiocco, decide di disfarsene, tagliandosi i capelli con le forbici. Nel 1940 la casa è distrutta da un bombardamento, la famiglia Bosè trova riparo a San Giuliano Milanese, vicino al capoluogo lombardo, conducendo una vita di stenti, Lucia ruba legna ai tedeschi per riscaldare la propria abitazione o per barattarla in cambio di cibo.

Lucia Bosè con sua mamma ©Federico Patellani

Nel 1946 trova impiego in uno studio legale, che presto lascia per andare a lavorare presso la pasticceria Galli in zona Porta Romana, a Milano, dove sarà notata per la bellezza del volto da Luchino Visconti, che le predice un futuro nel cinema. A sedici anni Lucia è cresciuta rapidamente, col ricordo della fame e della paura che la guerra le ha lasciato, segnata da un lutto, la perdita del fratello a soli sette anni, e da una salute cagionevole, a dieci anni rischia di morire e in seguito rimarrà afflitta da un’infezione ai polmoni. Iscritta, a sua insaputa – per aver vinto un concorso fotografico indetto dal giornale “L’Europeo”, un amico aveva spedito una sua foto – al concorso di Miss Italia, a Stresa, il 21 settembre 1947 vi partecipa, vincendo il primo premio, seguita da Gianna Maria Canale e Gina Lollobrigida, che si aggiudicano, rispettivamente, il secondo e terzo posto. 

Lucia Bosè a Stresa nel 1947

Tra i giurati, il conte trentanovenne Edoardo Visconti da Modrone che avvicinerà la neo Miss, tra i due nasce una relazione sentimentale. 

Il fratello di Luchino avrà un ruolo importante per la formazione culturale di Lucia, che determinata a superare le lacune di un’istruzione carente, con pazienza e tenacia, si accinge con umiltà ad apprendere le basi per introdursi in quella realtà.  Da Stresa, passando per Milano, per giungere a Roma, il passo è breve. Il concorso le apre le porte della settima arte, una prima collaborazione con Dino Risi sul cortometraggio 1848 (1), un progetto nell’ambito della commemorazione del primo centenario delle Cinque Giornate di Milano, l’insurrezione avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848, da parte del Regno Lombardo-Veneto per liberarsi dalla dominazione austriaca (2).

“Ti giri, sei di spalle e dici Spara!”, quello, come ricorderà in seguito la stessa Bosè, è stato il suo primo ruolo, in cui rivela appieno la bellezza e il piglio battagliero. Il suo nome comincia a circolare tra gli uffici della Lux Film, è spesso convocata a Roma.

in 1848 (1948) di Dino Risi

Con sorprendente facilità Lucia Bosè, lasciato lo stile di vita delle proprie origini, passa dai salotti milanesi per raggiungere una capitale in pieno fermento artistico  e calarsi nel mondo del cinema, entrando in contatto con le nuove personalità che di lì a breve avrebbero esordito, ma anche facendosi interprete di autori più collaudati appartenenti al Neorealismo. È una stagione ricca di impulsi, di curiosità intellettuale, le sue parole restituiscono al meglio quei momenti: “Eravamo noi stessi la fonte di intrattenimento, e nel gruppo ognuno raccontava le proprie esperienze (…) Chiunque lo desiderava, aveva la possibilità  di apprendere ogni cosa. Vivevamo anni di splendore culturale e il boom artistico, logico e naturale dopo la guerra, aveva degli aspetti quasi rinascimentali (…) Sempre in precarie condizioni economiche, trovavamo comunque i soldi per andare a Parigi, in Olanda o a Londra per vedere i film nuovi, il debutto di opere teatrali o i musei (…) La cultura, l’ansia di sapere, era qualcosa che accettavamo come prioritario ”(3)

con Silvana Mangano ©Archivio Ansa

Messa alle strette da Edoardo Visconti tra la scelta di una vita sentimentale e la carriera artistica, optando per quest’ultima, la giovane Bosè vive in una situazione di incertezza che si ripercuote anche nella salute, aggravandole una forma di tisi preesistente.

Nel frattempo, Luchino Visconti vorrebbe proporle un ruolo per Cronache di poveri amanti, ma il progetto annaspa e la segnala a Giuseppe De Santis, il quale le farà un provino per Riso amaro, che va bene ma la produzione le preferisce Silvana Mangano.

IL SUO DEBUTTO NEL CINEMA

in Non c’è pace tra gli ulivi di Giuseppe De Santis

Nel 1950 avviene il suo vero e proprio debutto come protagonista, col lungometraggio successivo di De Santis, Non c’è pace tra gli ulivi. Ritratto di un mondo arcaico segnato dalla Storia, definito un melodramma stilizzato dall’impianto brechtiano, la pellicola ritrae la Bosè affiancata da Raf Vallone, anche lui al suo primo film, nei panni di una giovane della Ciociaria. L’attrice mostra buone doti recitative e riesce ad imprimere al personaggio quel suo carattere ribelle, indomito, rivelando doti di ballerina, lanciandosi nel “Saltarello”, un ballo ciociaro piuttosto osé per l’epoca. Lo stesso anno Lucia Bosè interpreta Paola Molon in Cronaca di un amore, esordio folgorante di Michelangelo Antonioni. Era stato Luchino Visconti, ancora una volta, a suggerire il nome della giovane al regista ferrarese, per interpretare una signora ricercata dell’alta borghesia milanese. Per Antonioni, Lucia è un’apparizione “Aveva 19 anni, era meravigliosa, non si poteva non innamorarsene. Non avevo mai visto una donna così bella e appassionante”. La pellicola prende le distanze dall’esperienza neorealista, con una scrittura più personale e attenta alla dimensione interiore dei personaggi. Il film, pur non ottenendo il riscontro atteso, lancia sul piano internazionale la giovanissima attrice. “Ad Antonioni” si legge in una recensione dell’epoca “va riconosciuto il merito di aver ‘inventato’ cinematograficamente parlando, Lucia Bosè. (…) Essa suggerisce attraverso la sua levigata freddezza, l’immagine di un certo tipo di donna del nostro tempo”. (4)

con Massimo Girotti in Cronaca di un amore (1950) di Michelangelo Antonioni

Tre anni più tardi, sempre con Antonioni, gira La signora senza camelie (1953) nel ruolo di un’attrice di melodrammi. Con De Santis torna a lavorare in Roma ore 11 (1952), dove recita nei panni di un’aspirante segretaria. La vicenda del film –  uno degli ultimi titoli chiave del Neorealismo –  trae spunto da un fatto di cronaca, il cedimento di una rampa di scala in un palazzo della capitale, sulla quale erano accalcate oltre duecento donne in attesa per un colloquio di lavoro, che ha causato il ferimento di molte e la morte di una di loro.

con Raf Vallone in Roma ore 11 (1952) di Giuseppe De Santis

Se, soprattutto con i film di Antonioni, l’accoglienza da parte del pubblico italiano è piuttosto deludente, grazie ad alcune pellicole dal registro più leggero, interpretate insieme a Walter Chiari, come E’ l’amor che mi rovina (1951) di Mario Soldati o come Accadde in commissariato (1954), la notorietà di Lucia Bosè accresce sensibilmente. Una popolarità che si rinsalda quando è diretta da Luciano Emmer – il “regista delle donne”, insieme a Pietrangeli, che ha dato vita ad una galleria di personaggi femminili tratteggiati con accuratezza, con toni sospesi tra la commedia e il dramma -, in Parigi è sempre Parigi (1951) e Le ragazze di piazza di Spagna (1952), dove recita insieme a Marcello Mastroianni, Vittorio Caprioli e Aldo Fabrizi.

da Le ragazze di Piazza di Spagna di Luciano Emmer (1952) ©Osvaldo Civirani (Fondo Civirani Archivio Fotografico Cineteca Nazionale – CSC) 

Nel 1954 lavora con Glauco Pellegrini su una biografia di Schubert, Sinfonia d’amore – Schubert e subito dopo è diretta da Aldo Fabrizi nell’episodio Marsina stretta, in Questa è la vita. La fama della Bosè oltrepassa le barriere nazionali, ha infatti inizio la sua carriera artistica all’estero col primo film francese, Vacanze d’amore (Le village magique) di Jean-Paul Le Chanois. L’anno successivo è Lucia, un’operaia che si innamora del figlio di una contessa sfollato per i bombardamenti del 1943 nell’intenso Gli sbandati, dell’allora esordiente Francesco “Citto” Maselli al fianco di Isa Miranda, Jean-Pierre Mocky e Giuliano Montaldo.

con Jean-Pierre Mocky ne Gli Sbandati (1955) di Francesco Maselli

In Spagna ha l’occasione di lavorare con Juan Antonio Bardem, zio di Xavier Bardem, ne Gli egoisti (Muerte de un ciclista), una pellicola ritenuta dalla censura “fortemente dannosa”, di critica contro l’alta borghesia madrilena ma più ancora, sullo stato delle cose nella Spagna franchista. È sul set di questo film che incontra il torero Luis Miguel Dominguìn, con cui si sposa e avrà tre figli (Miguel, il celebre cantante, Lucia e Paola), andando a vivere in Spagna.

con Luis M. Dominguìn, P. Picasso e J. Cocteau ne Il testamento di Orfeo (1960) di Jean Cocteau

Gira un’ultima pellicola, diretta da Luis Buñuel, Gli amanti di domani (Cela s’appelle l’aurore, 1955), che in Italia esce parzialmente mutilata dalla censura. Ad eccezione di una collaborazione su Il testamento di Orfeo (1960) di Jean Cocteau, la Bosè mette in pausa il proprio percorso attoriale in un momento cruciale a livello della produzione cinematografica mondiale, malgrado le numerose proposte da parte di Pier Paolo Pasolini, Valerio Zurlini e dello stesso Antonioni – che la voleva come protagonista nella trilogia della incomunicabilità, L’avventura (1960), La notte (1961), e L’eclisse (1962) (ruoli che saranno poi interpretati da Monica Vitti), che con quei film, nel decennio successivo, raggiunge la piena consacrazione -.

IL SUO RITORNO SUGLI SCHERMI INTERNAZIONALI

Lucia Bosè fa ritorno sulle scene con una pellicola catalana, Nocturno 29 (1968), diretta da Pere Portabella, nel frattempo, l’anno precedente, aveva ottenuto il divorzio da Dominguìn. Una pellicola ermetica – il cui titolo fa riferimento agli anni della dittatura di Franco – che ruota intorno al personaggio di Lucia, in un ritratto femminile di una modernità decisamente inedita per il cinema spagnolo.

in Nocturno 29 (1968) di Pere Portabella

Sono trascorsi tredici anni da quando la Bosè aveva esordito nel cinema italiano, in uno scenario che nel frattempo si è modificato, non è più la diva da rotocalco, è padrona dei suoi mezzi, ha acquisito infatti una maggiore consapevolezza delle proprie doti recitative, per calarsi in ruoli intensi, in taluni casi secondari, ma importanti, in un cinema di ricerca, autoriale.

In Italia per il suo ritorno sul grande schermo lavora con Paolo e Vittorio Taviani in Sotto il segno dello Scorpione (1969), al fianco di Gian Maria Volonté, entrambi dotati di un’innata fotogenia e con un talento particolare nel catturare la macchina da presa.

con Gian Maria Volonté in Sotto il segno dello Scorpione (1969) di Paolo e Vittorio Taviani

Nello stesso anno collabora con Federico Fellini in Fellini-Satyricon (1969). Gli anni settanta sono molto intensi per l’attrice. E’ protagonista de L’ospite (1971) di Liliana Cavani, lavora con Ferreri in Ciao Gulliver di Carlo Tuzii e con Mauro Bolognini è Viola in Metello, tratto dall’omonimo romanzo di Pratolini (con cui tornerà successivamente a collaborare in Per le antiche scale (1975). Seguono La controfigura di Romolo Guerrieri, con Vittorio Caprioli, Francisco Rabal ed Helmut Berger e La colonna infame di Nelo Risi. In Francia è diretta da Marguerite Duras in Nathalie Granger (1972), insieme a Jeanne Moreau e Gérard Depardieu. Tre anni più tardi è diretta da Jeanne Moreau  in Lumière – Scene di amicizia tra donne (1975), affiancata da Keith Carradine e Bruno Ganz.

con Jeanne Moreau in Nathalie Granger (1972) di Marguerite Duras

Nel 1977 interpreta Violanta di Daniel Schmid, tratto dall’omonimo romanzo di Conrad Meyer. L’attrice si cala perfettamente nel team del regista svizzero, sul cui set, oltre a Maria Schneider e a Ingrid Caven, fa la conoscenza di Fassbinder. Violanta segna l’ultima sua interpretazione, prima di uscire nuovamente di scena, a soli quarantasette anni. Farà ritorno sul grande schermo con Francesco Rosi nell’adattamento del romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Cronaca di una morte annunciata (1987) e per un adattamento dell’Avaro di Tonino Cervi (1989).

Negli anni novanta l’attrice fa ritorno al cinema con una pellicola diretta da Maurizio Ponzi, Volevo i pantaloni (1990) e soprattutto in Harem Suaré di Ferzan Ozpetek, e lavora per la televisione in due miniserie, Il coraggio di Anna (1992) e Alta società (1995). Successivamente lavorerà nella serie Capri (2010).

ne I Vicerè (2007) di Roberto Faenza

Nel settembre del 2000 la Bosè inaugura il Museo de los Angeles, situato in una ex fabbrica di farina, a Turegano, vicino a Segovia, un paesino di una cinquantina di abitanti, dove ospita opere d’arte a tema angelico – un progetto cui tiene molto, che sosterrà fino alla sua chiusura nel 2012 -.

Torna sugli schermi nel ruolo di Donna Ferdinanda sul film di Roberto Faenza, I Vicerè, tratto dall’omonimo romanzo di Federico De Roberto.

Nel 2013, a ottantuno anni, accetta la sfida di girare in luoghi impervi, a oltre 2000 metri di altitudine, in una produzione indipendente italo-cilena, Alfonsina y el mar per la regia di Paolo Benedetti e David Sordella. Un personaggio cucito addosso alla Bosè – il film narra la vicenda di un’attrice cilena non più giovane che rientra nel proprio paese, pronta a rimettersi in gioco -, dove può recitare mantenendo i suoi capelli blu, il colore che ha scelto di indossare dagli inizi del ventesimo secolo.

in Alfonsina y el mar (2013) di Paolo Benedetti e David Sordella

Nel 2017 riceve il Premio Wilde Vip European Award per l’arte e la cultura, conferitole dalla Dreams Entertainment con l’Osservatorio Parlamentare Europeo, l’onorificenza che premia personalità dello spettacolo che abbiano contribuito a diffondere valori culturali. In una delle interviste rilasciate nel corso di una sua fugace presenza a Roma nel 2019, alla domanda se avesse dei rimpianti, dichiarava di non averne alcuno, di aver fatto ciò che aveva voluto e di “essersi programmata fino ai 105 anni”, che la sua forza era quella di non avere bisogno di nulla, di amare la lettura, il silenzio, di non lasciarsi andare mai. Alla domanda se le mancasse l’Italia, replicava che la sua casa ormai era la Spagna, che non sarebbe più tornata a vivere in Italia.
Lucia Bosè è scomparsa il 23 marzo 2020 a Segovia, all’età di 89 anni.

Abbiamo avuto l’opportunità di conoscerla in occasione di un suo soggiorno a Bologna, nel settembre del 2002, per la presentazione della versione restaurata di La signora senza camelie presso la Cineteca, e di trascorrere con lei diverse ore tra le vie felsinee, nel corso delle quali abbiamo a lungo conversato.

Resta impresso nella memoria il ricordo di quell’incontro, in compagnia di una sua amica spagnola, per la gentilezza e la schiettezza nel raccontarsi, nel condividere con noi la grande passione che l’animava il Museo degli Angeli da lei creato e di recente inaugurato, oltre che l’interesse e la curiosità manifestati verso la città che la ospitava.

© Archivio Ansa

Ma anche per l’affabilità nel fronteggiare gli inconvenienti del caso, lo smarrimento all’aeroporto della valigia, regalatale dal figlio Miguel, l’aveva costretta ad acquistare velocemente qualche oggetto di prima necessità, e malgrado ciò ne attendeva fiduciosa l’arrivo in vista dell’incontro col pubblico previsto il giorno seguente. L’indomani, nel corso del pranzo, in un celebre locale del centro, il cameriere aveva appena preso le ordinazioni, in un tavolo poco distante, una figura solitaria attirava ben presto la sua attenzione, un uomo, con indosso una tenuta sportiva che ne evidenziava la prestanza fisica. Si trattava di Rupert Everett, che dal canto suo, proseguiva in un pasto frugale, noncurante di quanto accadeva ai tavoli intorno a lui.

Nel frattempo, la valigia era stata recapitata nell’albergo dove Lucia era ospitata. La signora dai capelli blu, elegantissima, in uno splendido completo nero, blazer e pantaloni, era pronta per la sua entrata in scena a incontrare il pubblico.

Pubblichiamo l’intervista inedita

con Daniel Schmid

Note:

* Lucia Bosè in Roberto Liberatori, Lucia Bosè. Una biografia, Edizione Sabinae, Roma, 2019.

  1. Il cortometraggio di Dino Risi è stato recentemente restaurato grazie alla collaborazione della Veneranda Fabbrica con Fondazione CSC – Archivio Nazionale Cinema Impresa.
  2. Al progetto partecipano importanti personalità della cultura meneghina come Giorgio Strehler, Alberto Lattuada e lo scrittore Mario Bonfantini. Il film si apre con la prova generale di un balletto alla Scala alla presenza di pochi militari austriaci. Una Milano deserta è rotta dall’urlo di un bambino: “A fuoco la città”. Risi ricostruisce con minimi mezzi e inventiva drammaturgica la rivolta popolare a cui partecipano tutti, intellettuali, donne, seminaristi, bambini, contadini. 
  3. Lucia Bosè, op. cit. pag. 58.
  4. Giulio Cesare Castello