CONVERSAZIONE CON ROBERTO COALOA (*) di Luisa Ceretto

Come storico, cosa l’ha spinta a scrivere un volume su Lino Ventura? Perché il titolo, Ascesa e caduta di una stella?

Prima della professione di storico c’è il grande amore per il cinema. Da cinefilo endurci (incallito, ndr) dovevo farlo! Quanto amo Lino Ventura! È una bella malattia il cinema: la pellicola è la sola realtà. C’è un film dove lo sguardo di Lino Ventura mi commuove e rimanda all’amore per la Settima Arte. È Boulevard du rhum di Robert Enrico con Brigitte Bardot. È il 1971. Il film non decolla, mai, e il film non funzionò commercialmente, con la totale disperazione del regista, per la mancata intesa dei due attori principali, che all’epoca, per dirla in francese erano au sommet de leur art (al culmine della loro arte, ndr): la diva Bardot e la star Ventura. Bardot adorava Ventura, ma Lino, fedele ai suoi principi, era pudico con le donne sul set. Pare bloccato dalla bellezza straripante di Brigitte. Eppure alla fine di Boulevard du rhum c’è una sequenza magica: il protagonista del film, il picaresco capitano dedito al contrabbando di rhum all’epoca del proibizionismo americano, dal fantastico nome di Cornelius van Zeelinga, è abbandonato dalla donna che ama, un’attrice famosa, Linda Larue, ritrovandosi comunque felice, a fantasticare, con occhi grandi come quelli di un bambino, sul suo grande amore, appoggiato a una sedia di un cinema quasi vuoto. Ahimè, sono però di professione uno storico e il bello del cinema è che ti rimanda alla vita. Così, la mia segreta speranza, è stata quella di proporre una biografia, scritta a volte, dove ci son riuscito, come un romanzo, su un uomo che, una volta incontrato, valeva davvero la pena di conoscere. Un burbero, un duro dal cuore tenero. Un uomo affascinante, ma rompiscatole e, a volte, contraddittorio. Una simpatica canaglia, un amico da tenere stretto, da non deludere.

Quando poi mi sono accorto che il nome di Lino Ventura, in Italia, era relegato in un andito buio, nella cineteca di pochi appassionati, ho deciso di scrivere una biografia. Una sera, dopo una presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino, durante una cena con pochi amici, iniziai a parlare delle mie esperienze a Parigi e dello stupore provato nel conoscere la vita di Lino Ventura, una vita davvero esemplare.      

Insomma, la storia di Lino Ventura è davvero bella e doveva essere raccontata. Alla cena c’era Alessandro Orlandi, che mi chiese di scriverla “subito” per La Lepre Edizioni. Dissi di sì, in maniera definitiva. Mantengo le promesse e in poco tempo la completai. Nel raccontarla ci ho messo il rigore dello storico di professione, cercando documenti come gli «Atti del battesimo Parrocchiale San Bartolomei Anno 1919» a Parma. Per me scriverla è stata un’occasione importante per riflettere su delicate vicende familiari. Lino Ventura, nato il 14 luglio 1919, mi ricordava la generazione di mio nonno Giovanni, nato nel 1914, e quella dei miei zii piemontesi, i “Barba” (termine piemontese che significa zio): Barba Domenico, Barba Evasio. Persone eleganti, dure, decise. Ferite dalla vita, ma resistenti. Persone silenziose e sagge. Uomini dal completo grigio. Una camicia bianca e la sigaretta sempre in bocca. Grandi fumatori, condannati a una vita breve. Ascesa e caduta di una stella è il titolo. Forse appare, a prima vista, strano, insensato. Non è così! Il sottotitolo è semplicemente: La vita e i film di Lino Ventura. Se la fortuna mi donasse l’occasione di rifare una nuova edizione dell’opera, farei un libro più ampio, dal titolo, in colori blu, bianco e rosso, «Lino Ventura», e sottotitolo, in colori verde, bianco e rosso: «Il cuore italiano di una stella del cinema d’altri tempi». Il libro sarebbe arricchito da parecchio materiale inedito che continuo a collezionare. Mi piacerebbe scrivere un nuovo libro con un inserto a colori dedicato ai bellissimi manifesti dei film di Ventura degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta. Tra il 2017 e il 2018, quando ho scritto il libro, di Lino Ventura non c’era nessuna traccia online. Nessun film era disponibile in rete. Non ci potevo credere! A Parigi, invece, qualcosa c’era: una memoria costante sul personaggio, alimentata dagli amici di Lino, dalla flânerie di cinefili sofisticati e dai tanti nostalgici della “bella Italia”. Così, dopo l’intitolazione all’attore di una piazza a Parigi, nel IX arrondissement, e di una bella mostra, nel 2017, al Musée National de l’Histoire de l’Immigration, che si apriva proprio sulla vita di Lino, mi concentrai a scrivere il volume, che, uscito alla fine del 2018, anticipava il centenario della nascita dell’attore, che volevo, finalmente, far conoscere anche in Italia. Ventura è un attore ignoto alla mia generazione (1971). Figuriamoci tra i più giovani! Era, quindi, un’opera necessaria. Il mio libro, infatti, cerca di declinare l’attore in termini di umanità e fibra etica. I suoi 68 anni sono stati vissuti in modo esemplare: 34 anni con l’ascesa e il successo nello sport e gli altri 34 dedicati al cinema, in maniera totale. Pure, il destino è beffardo.

Con Jean Gabin e Jeanne Moreau in Grisbì

Ero tentato, in una prima fase di discussione con l’editore, di scegliere un titolo in francese, ispirato da una canzone di Léo Ferré, Avec le temps. Che parole! La scelta era facile. A mio modesto avviso bastava qualche strofa della canzone di Ferré per dare alla figura di Ventura un’ecografia della memoria. Avec le temps, la canzone forse più famosa di Léo Ferré, tra le più interpretate al mondo, fu pubblicata nel 1971, forse, il momento d’oro dell’attore Ventura. Si tratta di una canzone straziante, sull’amore deluso e l’atroce esperienza del tempo, che tutto cancella. Léo Ferré, quindi, era la mia scelta, prima ancora di considerare la grande poesia di altri testi amati da Ventura e composti dai suoi veri amici, come i cantautori Georges Brassens e Jacques Brel.

Lino Ventura nasce a Parma nel 1919 e poi emigra con la madre in Francia, un giovane “macaroni” di appena 8 anni, in un contesto che mal sopporta gli immigrati italiani… può parlarne?

Quando gli emigranti eravamo noi, il bambino Angiolino Giuseppe Pasquale Ventura lasciava la natia Parma per traferirsi con la mamma, Luisa Borrini, nella Parigi degli anni Venti. Il piccolo Lino e sua mamma non vivono certo la spumeggiante vita del dopoguerra della Ville Lumière. Vivono in un quartiere poverissimo, dove gli italiani vengono discriminati e i bambini italiani sono letteralmente torturati dai loro coetanei francesi.

Alla nascita di Lino a Parma, il padre, Giovanni Ventura, è poco presente e lascerà la città per cercare lavoro altrove. Parma è importante per Lino: nonostante l’assenza del padre, troverà l’affetto della nonna materna, degli zii e della famiglia Pelagitti. A Parma, il piccolo Lino resta impressionato dalla bontà di un padre francescano, Padre Lino! Il 7 giugno 1926, bambino, arriva con la mamma a Parigi, dove un ramo della sua famiglia, i Tanzi, ha una piccola fabbrica di conserve di pomodoro. La vita del piccolo Ventura è difficile, emarginato dai compagni di scuola francesi. È umiliato anche dagli insegnanti.

Il secondo capitolo del suo volume focalizza il momento cruciale dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco dei tedeschi. Per Lino Ventura, un italiano in Francia col nome di Angelo Borrini, la situazione si complica. Quale sarà la sua scelta?

È il capitolo dove è evidente, spero, il mio interesse storico sulla Francia tra le due guerre mondiali del Novecento. Un periodo davvero interessante, da studiare attentamente. Ventura ha incontrato a Parigi, nel 1936, l’amore della sua vita, Odette Lecomte. Si sposeranno quando Parigi è occupata dai nazisti, nel gennaio 1942. Sono due semplici ragazzi. Non si rendono conto dei pericoli della guerra. La situazione è sempre più incandescente, soprattutto dal momento in cui Mussolini vuole che gli italiani residenti in Francia tornino in patria per combattere. Lino è costretto ad arruolarsi nei battaglioni alpini, da dove diserta nel 1943 approfittando di un permesso di quindici giorni. È l’inizio di una pericolosissima avventura nel mondo della clandestinità. Ad un certo punto entra nella Resistenza francese.

Lino, vive gli ultimi anni della guerra a Parigi, rischiando la vita ogni giorno, in una situazione che lui definirà du chat et de la souris (del gatto e del topo, ndr) con l’occupante tedesco. È munito di falsi documenti e beneficia della sua rete di amici parigini. Poi si nasconde a Baracé, nella Maine-en-Loire, grazie agli amici della moglie. All’inizio del 1944, Lino ritorna a Parigi e riprende la lotta contro i tedeschi. Il 3 febbraio 1944 ha il battesimo del fuoco utilizzando lo pseudonimo di Angelo Borrini, che diventerà poi Lino Borrini, contrazione del suo nome con l’aggiunta del cognome materno. Ma per tutti i resistenti è chiamato con il soprannome di «L’Italien».

Nel 1969, non a caso, Ventura sarà il protagonista del film di Melville L’armata degli eroi (L’Armée des ombres), che nel mio libro definisco il più bel film sulla Resistenza francese.

Il film di Melville è speciale anche per la musica. L’autore della colonna sonora è Éric Demarsan. Il tema musicale al pianoforte che accompagna la sequenza dell’arrivo di Philippe Gerbier (Lino Ventura) e Luc Jardie (Paul Meurisse) a Londra, dove scorrono i visi dei protagonisti, la colonna di Nelson e i palazzi della capitale, è indimenticabile.

L’incontro con il cinema avviene grazie a Becker, quali sono state le figure importanti sul suo percorso artistico?

Con l’arrivo degli americani, finita la guerra, Lino diventerà un lottatore di catch. Aveva iniziato l’attività sportiva in palestra come lottatore di greco-romana. Il catch però diventa un modo di fare soldi e a Parigi, Lino, diventa per tutti gli appassionati della nuova disciplina sportiva, le champion italien. Sotto i colori dell’Italia diventa nel 1950 campione d’Europa di catch. Il successo nello sport lo gratifica e lascia il lavoro di rappresentante di commercio a Parigi. La sua figura di gran sportivo diventa così popolare ai francesi da essere notata dal regista Jacques Becker nel 1953, che lo vuole nel suo film Touchez pas au grisbi (Grisbì in italiano), che segna il ritorno nel cinema francese di Jean Gabin.

Lino Ventura in palestra

Ventura racconta di essere capitato per caso nel cinema. Se non ci fosse stato il figlio di Becker, all’epoca aiuto regista del padre, ad accompagnarlo prima delle riprese dalla star Gabin, che strinse la mano a Ventura, probabilmente l’episodio sarebbe terminato lì, senza nessuna possibilità di andare avanti. Da quel momento, invece, Ventura divenne una star del cinema. Ventura per il ruolo del “cattivo” accanto a Gabin richiese un gran compenso, che Becker accettò più che volentieri. Il film ebbe un grande trionfo di pubblico e di critica. Il secondo film fu di nuovo accanto a Gabin, Razzia sur la chnouf (La grande razzia).

È evidente che nel suo percorso artistico, Gabin per Lino è stato un esempio. Diventeranno amici per sempre. Nel cinema si scambieranno addirittura dei ruoli. Nella vita privata, quando la figlia di Jean Gabin si sposerà contro il parere del padre, sarà Lino ad accompagnarla all’altare. Jean Gabin, nato il 17 maggio 1904, è un fratello maggiore per Ventura. Simili anche nella scelta degli amici e nella decisione quasi anarchica di tenere fuori dai riflettori la loro vita privata. Gabin e Ventura sono uomini che non esistono più: eccezionali commensali sempre pronti a “pousser la chansonette” (canticchiare, ndr.) dopo un pranzo con gli amici. Gabin e Ventura si ritroveranno, nel 1969, con Alain Delon nel successo del Clan dei Siciliani di Henri Verneuil. Sceglieranno entrambi un regista come Pierre Granier-Deferre per due capolavori e drammi psicologici come Le Chat, del 1971, Gabin con Simone Signoret e La trappola (La cage), del 1975, Ventura con Ingrid Thulin.

Lino Ventura ne I Miserabili (1982) di Robert Hossein

Jean Gabin e Lino Ventura sono due uomini sensibili dietro la maschera del duro.

Dopo la morte di Gabin, nel 1976, Ventura ricorderà sempre l’amico e gli renderà un omaggio postumo interpretando Jean Valjean in Les Misérables di Robert Hossein nel 1982. Quel Jean Valjean che era stato un personaggio indimenticabile nell’interpretazione di Gabin.

Ventura, pare incredibile, interpretò anche dei ruoli comici, e ancora oggi si ride piegati in due guardando i film nei quali ha recitato accanto a un grande amico, Jacques Brel, tra i più influenti cantautori del Novecento.

Brel come attore assieme a Ventura fu una scoperta di Claude Lelouch, che scommise su quella strana coppia per il film L’aventure, c’est l’aventure. Il film uscì il 4 maggio 1972 e divenne un classico. Il secondo film popolare della coppia Brel-Ventura fu L’emmerdeur di Édouard Molinaro. Il film uscì il 20 settembre 1973. Jacques Brel, fino alla fine (morì nel 1978), è stato un amico di Lino. In un’intervista durante le riprese di L’emmerdeur, Brel diceva di amare Lino semplicemente, di amarlo per la sua tenerezza e il suo pudore.

Nel prologo si sofferma sulla notorietà di Ventura come l’attore italiano più amato dai francesi. Quali sono le ragioni di tanto successo in Francia?

Il successo di Ventura in Francia è incredibile: è il classico burbero che piace. C’è da aggiungere, però, che è stato un burbero benefico quello che hanno amato e continuano ad amare i francesi.

Lino Ventura con la moglie Odette

Dal matrimonio con Odette, Lino diventò padre di tre figlie e un figlio. Linda, diceva il papà, «è fragile come un fiore». Nel 1966, in maniera coraggiosa, Ventura diventò l’eroe dei bambini portatori di handicap mentale e il sostegno per le loro famiglie con il suo patrimonio, creando istituti di ricerca medica e l’associazione umanitaria Perce-Neige, che dopo la sua morte (22 ottobre 1987), diventò Fondazione. In Francia sono più di quaranta gli Istituti testimoni della gran sensibilità dell’attore. Ventura, in Francia, anticipava di cinquant’anni la legge sul «dopo di noi», approvata in Italia nel 2016!

E al contrario, l’Italia, afflitta da una frequente disaffezione o smemoratezza, non ha mai debitamente reso omaggio ad una figura importante come Lino Ventura. Eppure, dal canto suo, Ventura non ha mai reciso il suo legame con l’Italia, restando cittadino italiano e non francese…

A Parigi, ancora oggi, nessuno pensa che Lino Ventura sia un attore italiano. Invece, è così: Lino ci teneva a conservare la cittadinanza italiana tanto da rifiutare qualsiasi onorificenza francese, compresa la Légion d’honneur, la più alta onorificenza francese, istituita da Napoleone. Molti lo credono un franco-italiano alla Yves Montand o Michel Piccoli. Lino Ventura è rimasto sempre italiano, anzi un parmigiano doc! Ventura ritornava spesso in Italia e soprattutto a Parma. Vorrei ricordare un film e un aneddoto. Qualche anno fa ho ricordato in una rassegna cinematografica l’amico Ernest Borgnine, compagno di Lino Ventura in Il re di Poggioreale, di Duilio Coletti. Uno dei tanti film italiani di Lino (con, tra gli altri, i registi Vittorio De Sica, Francesco Rosi, Giuseppe Ferrara, Luciano Emmer e Carmine Gallone). Tra i film girati da Lino Ventura in Italia, Il re di Poggioreale, appunto, film del 1961 di Coletti. Ventura interpreta il personaggio di Bruno La Marza. Il protagonista del film, Peppino Navarra, il Robin Hood di Poggioreale, è interpretato dal premio Oscar Ernest Borgnine, pseudonimo di Ermes Effron Borgnino, nato a Hamden il 24 gennaio 1917 e scomparso a West Hollywood l’8 luglio 2012. Borgnine era di origini monferrine in quanto suo padre Camillo Borgnino era nato a Ottiglio (la madre, Anna Boselli era invece di Carpi). Borgnine, nel 2006, ospite del Torino Film Festival, visitò un borgo a me caro, Moleto e il comune di Ottiglio, che gli aveva attribuito la cittadinanza onoraria. Bellissimo film Il re di Poggioreale, con famosi interpreti oltre a Ventura e Borgnine, Keenan Wynn (Jack Di Gennaro), Salvo Randone (vescovo di Napoli) e l’attrice greca Yvonne Sanson (Mariannina). Di questo film ho collezionato bellissime fotografie originali delle riprese. Ventura e Borgnine sono due compagni meravigliosi!

Lino Ventura ne Il re di Poggioreale (1961) di Duilio Coletti

Ricordo poi un’intervista di Ventura per la Rai. Il giornalista gli chiede: “Lei è italiano”. E lui a muso duro gli risponde: “Sì!”. L’altro ribatte: “Allora parla italiano?”. “Sì”, risponde Ventura. E il giornalista: “Non le sta un po’ stretto essere paragonato a Gabin?”. A quel punto Ventura s’accende la pipa e con la sua “R” parmense alla Bernardo Bertolucci, replica: “Guardi il paragone è assolutamente inappropriato, si sa e si vede che io e Gabin siamo molto diversi”.

Confesso di voler ritrovare altri tesori nelle teche della Rai e poter ascoltare la voce di Ventura in italiano e osservarlo: lo sguardo penetrante di quegli occhi scuri, incantatori, la voce calda, i movimenti lenti del corpo. Perché c’era tanto altro in lui: c’era il fascino naturale della persona intelligente, unica, con una vita dura e straordinaria alle spalle.

Scorrendo la sua filmografia, dei 74 lungometraggi, alcuni sono veramente capisaldi della cinematografia francese dei decenni passati. Ventura ha attraversato anche momenti e correnti del cinema autoriale francese, ad esempio con autori come Melville, Sautet, con Louis Malle per Ascensore per il patibolo, considerato un outsider della Nouvelle Vague, o ancora come Lelouch, con un film come Un uomo e una canaglia (La bonne année)…

Ascenseur pour l’échafaud è davvero pas mal con Lino Ventura, a suo agio nei panni del commissario Cherrier. Film capolavoro di Louis Malle del 1957. Da rivedere. Musica da ascoltare. Il film fu girato a Parigi tra il 23 settembre e il 15 novembre 1957. La colonna sonora è di Miles Davis che, messo in contatto col regista da Boris Vian, la registra a Parigi dove si trovava per una tournée. I musicisti hanno improvvisato osservando e seguendo in musica la proiezione del film, come testimoniano alcuni bellissimi video dedicati al backstage del film. Il film uscì in Francia il 29 gennaio 1958. Incredibile la prova dei protagonisti: Jeanne Moreau e Maurice Ronet. L’attrice che vaga come una Lady Macbeth nella notte parigina è una delle sequenze indimenticabili del film.

Il mio film preferito? Dernier domicile connu (Ultimo domicilio conosciuto) di José Giovanni. Lino Ventura è l’ispettore Marceau Leonetti. Affiancato da Jeanne Dumas, interpretata dalla bellissima Marlène Jobert. Siamo a Parigi nel 1969. Il film uscì in Francia il 25 febbraio 1970. Adoro questo film. Forse il migliore, il più malinconico di Giovanni. Ventura è al massimo della sua arte. Marlène Jobert, la nouvelle auxiliaire de l’inspecteur, sublime. Nel finale, in guisa d’epilogo, una frase di Mihai Eminescu: «Car la vie est un bien perdu quand on n’a pas vécu comme on l’aurait voulu” (Perchè la vita è un bene perduto quando non si è vissuto come si sarebbe voluto, ndr. ) Eminescu è quasi la divisa di un mondo del Novecento ancora legato al secolo romantico.

Lino Ventura con Bernard Blier ne In famiglia si spara (1963) di G. Lautner

Poi c’è il Ventura comico, nel leggendario Les tontons flingueurs (In famiglia si spara) di Georges Lautner. Parodia dei film polizieschi e della malavita. Con Bernard Blier, Francis Blanche, Jean Lefebvre, Robert Dalban, Venantino Venantini…

Bella coppia in diversi film: Ventura con Charles Aznavour. Il migliore è il film antimilitarista Un taxi pour Tobrouk di Denys de La Patellière, uscito nel 1961.

Tra i film da rivedere, consiglio Le Silencieux (Sempre “sbagliato” il titolo in italiano: L’uomo che non seppe tacere) del 1972. Regia di Claude Pinoteau. Sceneggiatura di  Jean-Loup Dabadie e Claude Pinoteau, dal romanzo di Francis Ryck, Drôle de pistolet. Musica: Jacques Datin et Alain Goraguer. Due brani classici: l’ouverture Akademische Festouvertüre, Op. 80, di Johannes Brahms e il Concerto per violino, archi e basso continuo in mi maggiore (BWV 1042) di Johann Sebastian Bach. È un grande thriller. L’assoluto realismo della vicenda, le situazioni di fuga e ricerca, mai paradossali, fanno di questo film, in cui Ventura offre forse una delle sue interpretazioni più grandi, un caposaldo del genere, oltre che un documento unico sui metodi dello spionaggio Est-Ovest di quegli anni. Il film uscì in Francia il 21 febbraio 1973. In questo film lo sceneggiatore è Dabadie, grande amico di Ventura.

In ciascun film interpretato, Lino Ventura dava un tocco al personaggio che lo rendeva unico, con una specificità tutta sua, come un’impronta di umanità, una qualità rara che andava oltre l’aspetto artistico… Come sceglieva i film, ha rifiutato anche collaborazioni importanti?

Lino Ventura diventò celebre anche per i grandi rifiuti: tra i più celebri un no a Coppola per Apocalypse now. L’altro a Steven Spielberg per Incontri ravvicinati del terzo tipo, ruolo che fu dato poi a François Truffaut. In questo caso il rifiuto di Ventura fu motivato da un semplice: «Non credo agli alieni»! In un mondo del cinema d’altri tempi, fatto da grandi star e da grandi agenti, Ventura era davvero controcorrente. Non aveva nessun agente. Leggeva i copioni e sceglieva personalmente i suoi ruoli e con quali attori e registi collaborare. Era esigente, ma rifiutare di fare film con Chabrol, Coppola, Costa-Gravas, per poi ritornare a lavorare con i soliti e amati Giovanni e Pinoteau, sembra oggi un po’ strano. La verità è che Ventura era di una professionalità maniacale. Non amava lavorare con persone che lo avevano fatto aspettare per un provino o per una riunione, era diffidente del lavoro di Chabrol. Con gli americani, non essendo a suo agio con la lingua inglese, preferiva non lavorare. Eppure sono tantissimi i film di Ventura con vere e proprie star internazionali. Un esempio è The Medusa Touch di Jack Gold con Richard Burton nei panni dello scrittore John Morlar e Ventura in quelli dell’ispettore Brunel. Film incredibile, da rivedere: lo scrittore Morlar, con la forza della telecinesi, anticipa gli incubi dell’11 settembre e fa crollare la Cattedrale di Londra. A rivederlo – ora – stupiscono le lunghe scene di Ventura con la dottoressa Zonfeld, interpretata da Lee Remick, un mito di quegli anni e di quei film maledetti degli anni Settanta. Film che resta nella memoria per l’intensa prova di Richard Burton, che legò benissimo con Ventura, bravissimo e ovviamente nei suoi panni in un ruolo classico per lui. Film del 1978 con un cast eccezionale e gregari di lusso: Gordon Jackson, Derek Jacobi e Harry Andrews. Ventura, però, rimase assai deluso del film!

Lino Ventura con Charles Denner in L’avventura è l’avventura (1973) di Claude Lelouch

Personalmente mi spiace che Ventura non abbia mai lavorato con il mio attore preferito, Robert Mitchum. Nel libro, però, racconto un loro memorabile incontro. Poi sono strani alcuni rifiuti netti di Ventura a interpretare dei film che furono scritti proprio per lui. Un esempio? Le vieux fusil di Robert Enrico del 1975 con Romy Schneider. Il ruolo di Ventura fu interpretato da un magistrale Philippe Noiret. Ma sarebbe stato un grande successo, forse ancora più indimenticabile, con Ventura.

Nel suo volume si sofferma su Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi e su Cento giorni a Palermo di Giuseppe Ferrara, due film importanti per gli argomenti trattati, gli anni di piombo, il primo, e sul generale Dalla Chiesa, il secondo. Come sono stati accolti dalla critica italiana?

Cadaveri eccellenti è tra i film che preferisco. La sceneggiatura è di Francesco Rosi, Tonino Guerra e Lino Jannuzzi. Il soggetto è tratto da Il contesto di Leonardo Sciascia. È un film che rivedo spesso. Lo consiglio spesso per rassegne cinematografiche dedicate a Ventura, come quella del 2019 da me curata per la Casa del cinema di Venezia.

Lino Ventura in Cadaveri eccellenti (1976) di Francesco Rosi

Un aspetto interessante del film è rappresentato dagli incontri del commissario Rogas (Ventura), sempre serrati, con gli altri protagonisti. Celebre il confronto con Max von Sydow, ma rivedendo attentamente la pellicola devo dire che la scelta di Rosi di indugiare sul “suo” Lino Ventura a tu per tu con Alain Cuny, Paolo Bonacelli, Marcel Bozzuffi e lo straordinario Corrado Gaipa merita una riflessione ulteriore sulla capacità di Rosi di fare grande cinema. Le interpretazioni degli attori, scelti attentamente da Rosi per adattare il testo di Sciascia, aggiungono valore a questa trasposizione cinematografica.

Così Ventura lascia quasi la scena a Tino Carraro (“spietato” capo della polizia) e Luigi Pistilli (giornalista dell’Unità). Il primo testa a testa di Ventura è però con il mitologico Enrico Ragusa, il frate cappuccino di Palermo.

Grandiosa la scena dove compare il poeta Alfonso Gatto (interprete di Nocio) in guerra con Paolo Graziosi (Galano): «vogliono fare la rivoluzione permanente» … Tra i due spicca Anna Proclemer. Fernando Rey e Lino Ventura si godono l’inedito terzetto, per così dire…

Film capolavoro con le musiche di Piero Piccioni e alcuni brani di Astor Piazzolla.

Francesco Rosi notò come il suo film passasse sempre a tarda notte in televisione. In un libro intervista a Rosi, Giuseppe Tornatore osserva: «Per quindici anni Cadaveri eccellenti è sparito, non l’hanno più fatto vedere. Non si trovava da nessuna parte, le televisioni non lo programmavano».

In Francia, invece, il film di Rosi ebbe un immediato successo e fu un trionfo al festival di Cannes. Nel mio libro ho dedicato un intero capitolo per analizzare questa “censura” a Cadaveri eccellenti in Italia. Il film aveva contenuti “moderni” (come il tema dell’indagine sul potere propria di Rosi) Il film, inoltre, deluse la critica di sinistra. Della interpretazione di Lino Ventura in Cadaveri eccellenti non c’è traccia sulla stampa italiana.

Lino Ventura in Cento giorni a Palermo (1982) di Giuliano Ferrara

La stampa italiana dedicò qualche pagina a Ventura solo per il film Cento giorni a Palermo e qualche anno dopo per la sua morte. Povero Lino, completamente snobbato nella “sua” Italia! Proprio lui che ci tenne a conservare la cittadinanza italiana. La notizia della sua morte, addirittura, non compare significativamente nei due settimanali di politica e cultura più diffusi allora, come L’Espresso e Panorama. Forse perché, solo in Italia, Lino Ventura era considerato un “attore francese”, come dimostrano certi pezzi a lui riservati, quasi in un andito buio, in quegli anni, dalla stampa italiana.

Con Giuliana De Sio in Cento giorni a Palermo

Cento giorni a Palermo è il film di Giuseppe Ferrara dedicato alla memoria del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, uscito due anni dopo la sua atroce uccisione mafiosa. Il film deluse le aspettative di Ventura. Secondo lui la sceneggiatura era troppo lineare, la conclusione nota a tutti, e avevano commesso l’errore di doppiarlo. Il suo italiano era stato giudicato troppo caratteristico: «Va bene, ho un accento – aveva risposto l’attore – ma è quello di Parma, dove il generale è nato!». Niente da fare: i produttori non avevano voluto conservare la sua voce, e Lino si era un po’ indispettito. Mentre in Cadaveri eccellenti di Rosi, il personaggio di Ventura conserva la sua voce, in Cento giorni a Palermo, è l’attore Adalberto Maria Merli, tra i protagonisti minori del film, ad essere anche il doppiatore di Ventura. Cento giorni a Palermo è un film da rivedere solo per la grande interpretazione di Ventura, quasi somigliante alla figura del generale Dalla Chiesa. Per entrare nella parte, come aveva fatto per Cadaveri eccellenti, Ventura si documentò scrupolosamente su chi scriveva contro la mafia in Sicilia: lesse tutti gli articoli apparsi su L’Ora di Palermo del grande scrittore Vincenzo Consolo.

(*) Roberto Coaloa, storico, slavista, traduttore e critico letterario, è autore di Ascesa e caduta di una stella. La vita e i film di Lino Ventura, La Lepre Edizioni, 2018.

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