NEL PRESENTE REMOTO DI GIANCARLO PONTIGGIA di Bruno Brunini

I segni che volarono, un giorno, fino a noi
e ci colpirono; le cose
che già erano prima di noi,
e restano, quasi immortali, dopo;
tutto ciò che s’impadronì dei nostri occhi
e fece vela verso il cuore, navigando
per scogli di pensieri improvvisi, di immagini
celate, inaccessibili;

emozioni
che ci scossero, sensi
che ci turbarono, congiunzioni felici; giorni
di vaste nubi accidiose, che ci spinsero
sulle rive di una morte troppo
a lungo invocata

– non furono loro che ci legarono
alla vita, al sovrano, fisico, delirante

moto delle cose?   (1)

Giancarlo Pontiggia

Abbiamo finora avuto occasione di incontrare alcuni degli autori più significativi della scena poetica italiana contemporanea. Milo De Angelis, Nanni Cagnone, Franco Loi, Roberto Roversi, Antonella Anedda, Silvio Ramat, poeti molto distanti tra loro nello stile e nel linguaggio. Proseguendo nell’esplorazione di aspetti diversi della poesia italiana degli ultimi anni, dedichiamo questo nuovo numero a Giancarlo Pontiggia.

Poeta, saggista, scrittore, studioso e traduttore dalle lingue classiche, Giancarlo Pontiggia con la sua poesia animata da un moderno sentimento della classicità, capace di unire la complessità alla limpidezza del linguaggio, è tra i poeti di maggior rilievo, uno dei punti fermi sulla mappa fluttuante dell’attuale panorama letterario. Sin dagli anni Settanta, come poeta e come critico ha dato un contributo determinante alla poesia italiana contemporanea.

Nato nel 1952 a Seregno, trascorre l’infanzia tra i giardini e gli spazi della campagna della sua città, le corti delle cascine, l’odore dell’uva, dei fichi maturi, passando il tempo a giocare lunghe partite a pallone o correndo tra i campi verdi e gli alberi da frutto della Brianza, oziando e sognando, come ogni bambino, tra i sentieri ombrosi e le stanze protettive di una casa, con il suo soffitto e i suoi armadi misteriosi. Sono questi i luoghi e i paesaggi che resteranno impressi nell’immaginario e inizieranno nel tempo a fecondare la mente e l’interiorità del poeta.

Negli anni del ginnasio comincia a percepire la bellezza e la vitalità della poesia. Dalla lettura dei testi omerici ai sonetti foscoliani, dall’Antigone di Sofocle al Canzoniere di Petrarca, passando dalla prosa degli storiografi latini e dei moralisti antichi, come Tacito e Marco Aurelio, scovati nella piccola biblioteca comunale del paese, fino a les Fleurs du mal di Baudelaire, poeta che non smetterà mai di leggere.

Terminato il liceo classico, si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano, sono i primi anni Settanta, caratterizzati dalla contestazione studentesca e da forti rivolgimenti sociali e culturali. Dai fermenti ideologici dell’epoca presto si distacca, insofferente alla logica imperante di subordinare ogni lettura al meccanico primato della politica. Proseguendo in solitudine i suoi studi, approfondisce la lettura degli autori contemporanei decisivi per la sua formazione: Montale con le sue grandi raccolte, Luzi, e poi Attilio Bertolucci sul quale darà la tesi di laurea.

LA PAROLA INNAMORATA

Dal 1977 è nella redazione della rivista milanese di poesia e di poetica “Niebo”, che pubblicherà i suoi primi componimenti poetici.

Nel 1978 insieme a Enzo Di Mauro, Pontiggia è curatore de La parola innamorata, storica antologia di poeti nuovi, che in un periodo di radicali trasformazioni della scena poetica, sancendo la volontà di uscire dagli sperimentalismi della neoavanguardia degli anni precedenti, segnerà una svolta nella poesia italiana. La parola innamorata, infatti, insofferente a ogni gabbia critica, proponendosi di restituire la poesia alla poesia, attraverso le sue voci, tenterà di definire le caratteristiche di una poesia diversa, assoluta, visionaria, rapinosa, analogica, libera da antagonismi e ideologismi. Nel contesto di queste esperienze, prenderanno forma i versi del giovane Pontiggia.

Dal 1981, inizia un periodo di cambiamenti, il poeta milanese comincia ad insegnare, dapprima nella scuola media inferiore, poi al Liceo scientifico “Casiraghi” di Cinisello Balsamo e al Liceo classico “Manzoni” di Milano. Ma dopo l’esperienza della “parola innamorata”, seguirà un lungo silenzio e i successivi anni Ottanta saranno per lui anni di ripensamenti, di ricerca interiore, di metamorfosi stilistiche. Si accorge, infatti, che i versi scritti fino a quel momento, non danno più risposte credibili alle domande di senso poste dalla condizione dell’essere umano e che la scrittura poetica, verso cui si era avviato, appartiene ormai a un ciclo della vita finito.

Ispirato dalla letteratura greco-latina e dall’idea dei poeti come maestri dell’anima, nell’affrontare l’esperienza del mondo nei suoi aspetti più intensi: la nascita, la vita, la morte, il destino, comincia a ripensare la parola poetica in “una dimensione più limpida e misurata”, come Pontiggia ha dichiarato in un’intervista. Con questa consapevolezza, matura la scelta di riprendere con passione gli studi sul mondo classico, interrotti negli anni universitari, che lo porteranno alla stesura di tre volumi sulla letteratura latina destinati alle scuole, scritti insieme alla moglie per l’editore Principato. Sarà proprio dall’immersione nei classici e dallo studio dei testi latini che prenderanno corpo le raccolte successive.

L’ESORDIO: CON PAROLE REMOTE

Superato questo lungo periodo di silenzio, nel 1998 Pontiggia ritorna alla poesia ottenendo il prestigioso premio Montale, con la pubblicazione della raccolta d’esordio Con parole remote, un libro che viene da lontano, frutto di un dialogo intenso con la tradizione greco-latina.

Dopo l’iniziale Canto di evocazione, con cui il poeta invoca le ombre, le forze oscure che animano il mondo, la raccolta, segnata da una profonda riflessione sul senso del tempo, si apre con la sezione Auguria che porta in sé l’eco degli antichi carmina latini. “Nomi e nati/io pongo i vostri confini qui”, sono i primi versi in cui “entro i confini del canto” il poeta intende recuperare la potenza nominante delle parole, dentro uno spazio rigoroso, secondo una precisa misura: “Pronuncio versi semplici/incisi in legno di olmo. Voglio credere nel loro senso”.

L’autore è ormai distante dalle esperienze precedenti, la parola da innamorata diventa remota, custode del tempo, capace di riportare in superficie qualcosa di nascosto che è in noi e non più le suggestioni  rapinose: “Cerco nomi felici:/oro, ripeto, cieli, meriggio (…)”.

Le parole, dunque, non vanno disperse, ma concepite come rivelatrici di senso, per questo il libro assume la forma di una domus romana di età tardo repubblicana, con i suoi ombrosi atrii, i suoi assolati giardini. Un luogo protetto, evocativo e fantastico, metafora generativa di questi versi che rivelano la natura dialogica della nuova poesia di Pontiggia.

Così, come un’antica casa romana, accoglie il mondo e  custodisce la forza di un’immagine, di un pensiero, ciò che è più prezioso, la poesia di Con parole remote, assorbe nella spoglia interiorità dei versi, sia la semplicità severa della domus romana che la tensione prospettica verso l’alto, verso il cielo e verso la ricchezza dei suoi affreschi, dei suoi  giardini accoglienti, animati dalla presenza di miti remoti ed esemplari.

Invoco il silenzio fedele, taccio/ogni nome, e il vostro, pensieri,/suono potente e segreto; depongo/su un’ara remota/una parola che non compare; traduco/un cielo sconfitto/in rose di versi, in fuochi solitari./Viandante che passi,/amico della polvere e del vento,/onora i tuoi lari,/qui brucia un grano d’incenso.”

E in questo testo, in cui s’immagina il lettore simile a un viandante che passa davanti a questa antica casa, e si ferma un istante, per condividere l’emozione e la bellezza, si concentra la volontà dell’autore di mantenere intatto quanto rimane di autentico, gli antenati, il fondamento che precede le nostre vite e le orienta.

Giancarlo Pontiggia ai tempi di “Niebo”

Con tale visione di riparo e ponderatezza si compie quindi il cammino della memoria, che in altri passaggi del libro porterà il poeta a ripercorrere l’età giovanile, attraverso la stagione estiva, nella luminosità della vita che si scontra con un senso di morte, come in un pomeriggio del sessantuno: “Quando/le mattine si disfano con il sole/già grande, cresce il meriggio cieco, e/più buie ombre declinano sul mondo(…)”.

In una sospensione di tempi che non si ricompongono, tra la luce che muta con il passare delle ore e delle ombre, esiste tuttavia un battito, un margine in cui la dimensione del canto potrà affermarsi come confine del mondo.

BOSCO DEL TEMPO

Negli anni successivi, per la produzione critica dell’autore, si possono leggere numerosi testi di poetica, saggi, interventi in volumi, su riviste e antologie, intimamente concatenati fra loro, per la produzione in versi, invece, nel 2005 appare la sua seconda raccolta Bosco del tempo, naturale prosecuzione del precedente volume.

La poesia iniziale di quest’opera, che conferma il valore di un poeta lontano dalle mode, annuncia, infatti, il passaggio dall’estate mitica di Con parole remote all’autunno ruvido e freddo del nuovo libro, una stagione che corrisponde all’età più matura dell’autore, il cui sguardo chiaro e paziente, al richiamo del tempo ritrovato dell’adolescenza, vede succedersi gli anni e gli uomini, le cose mutare, e i cieli colorirsi e scolorirsi: “(…)l’estate/era immensa, e ora, ovunque/, è solo un algido vuoto./ Chi è solo/resta solo;stridono le porte contro/la pietra del tempo(…)”.

In una scelta di coinvolgimento con il lettore, rendendolo partecipe con enigmi e domande essenziali in un dialogo costante, l’autore s’inoltra nei meandri del tempo, ripercorso idealmente, dalle mitiche origini della vita (“Canto ciò che fu prima/ e ciò che venne”) ai sentieri dell’infanzia, come un viandante in un bosco in parte sconosciuto, nel quale in un perdersi e ritrovarsi continuo, tra memorie remote e inabissate, all’improvviso si aprono radure, selve alte e buie e improvvise luci.

“ (…) Mi senti, lettore/benigno e sperduto? Le senti, le ore/tristi, che non passano, che battono contro/un cielo basso, anonimo, umido?(…)

Per esprimere una visione ciclica della vita, non mancano i richiami alle odi oraziane, ai poeti latini, dall’autore tanto amati, “scrutatori del cielo”, abitatori di dolci giardini filosofici. In questa trama, in cui spesso i versi sembrano avvolgersi in una coltre di sonno smemorante, si succedono diverse “soste” scandite dal ritmo musicale, che sono quelle della vita: le origini, la nascita, l’adolescenza, la contemporaneità che ci sottrae la memoria, il sogno, come nella luce solare, abbagliante, mediterranea delle Cicladi, definite dal poeta “giardini dell’anima”: “Tra queste isole, pensavo,/perirà infine/l’elegiaco imperfetto./Tutto è caldo, sublime, esatto: (…)/Non servivano i versi/tra quei mari; erano loro, i mari/liquidi e fulgenti, la stupefatta/poesia del presente.”

Lungo questo cammino, nella ricerca di un interlocutore, Pontiggia avverte il peso dello spleen, dell’inquietudine come nella sezione più drammatica del libro, Voci del tempo, dominata da una pioggia insistente e dalla presenza della morte, ma al contempo è all’ampiezza, agli spazi che si volge, dove percepire la materia molteplice del mondo, come in una delle poesie più felici del libro, modulata sulla memoria di una celebre sequenza esiodea, nella quale le Muse concedono a un pastore la facoltà del canto, capace di trasformare la materia inquieta e provvisoria della vita in “scuro / miele“.

Bel pastore – gli dicevano – di’ / le parole d’oro, / che dalla nera terra / sorgono, da un tempo che non muore. / Di’, su, ripeti, bel pastore, fa’ / tacere Zefiro e Borea, fendi / il dissonante vuoto(…)”. “(…)Così uno scuro / miele scendeva sulla bocca / del ragazzo, nella notte di giugno / odorosa, in un fuoco di vermiglia / rosa. Li senti anche tu / i bocci che non dormono, / nella sera odorosa?”.

IL MOTO DELLE COSE

Mentre la vita, in costante evoluzione, tra dubbi e contraddizioni continua a offrire materia di poesia, nel 2015 Pontiggia decide di raccogliere nel volume dal titolo emblematico Origini, la totalità della sua composizione poetica, con testi che vanno dal 1998 al 2010, ripercorrendo il cammino delle sue raccolte da Con parole remote a Bosco del tempo, più un certo numero di plaquette pubblicate entro il 2010.

Ma nel riprendere daccapo il suo lavoro poetico, nel 2017 giungerà a pubblicare la successiva raccolta : Il moto delle cose, uno dei volumi più importanti della poesia italiana di questi ultimi anni.

In questa raccolta, in cui emergono nuovi sviluppi della sua ricerca, l’autore con vivissima emozione osserva il moto delle cose in cui siamo immersi, le forze possenti e disgreganti del cosmo, in perenne fermento, nel misterioso ordine della totalità. All’esattezza, a una condizione esemplare del verso, all’elevatezza delle immagini, Pontiggia perviene mediante quell’itinerario concettuale che alimenta da sempre la sua poesia: la riflessione sul destino dell’uomo e sul senso dell’essere.

Pochi versi, ma veri./Valgano per te, come per me./Che siano limpidi-per guardare il cielo/alto-/e severi, se così è il tuo animo.” In un testo prologo del libro, con un riferimento classico, il poeta impiega il tu per rivolgersi a se stesso come Marco Aurelio  nei suoi Colloqui. Ma è un se stesso che può essere chiunque, che si apre al mondo e introduce, come nelle raccolte precedenti, una dimensione dialogica, un colloquio interiore, continuo, con la propria coscienza, che diventa uno dei temi portanti del libro.

Una linea infinita di tempo/ci precede; un’altra/ci segue; attoniti le contempliamo,(…)”.

Il sentimento del tempo, del suo mistero, tema sempre vivo nella sua opera, resta l’ispirazione originaria del libro. Ma in queste poesie per lo più brevi, epigrammatiche, a cui si alternano testi dal respiro più ampio del poemetto, lo “scuro del mondo” di Con parole remote, non viene più contemplato dal giardino segreto dell’infanzia, dove sognare. L’autore del moto delle cose sente l’incedere del tempo, il dolore della fine, che rende ogni cosa unica e transitoria.

POCHI VERSI, MA VERI

Nella percezione di un’energia primordiale, mentre la mente, che vorrebbe orientarsi e dare ordine alle cose del mondo, si perde in un cosmo grandioso, che sgomenta, dove la materia deflagra, delira, la natura collassa, la lingua si polverizza e si separa dal pensiero fino a rendersi impronunciabile, il poeta avverte che le parole e le forme del passato non bastano più a rivelare il mondo. ”I nomi si sgretolano, uno per uno, ostinati,/in polvere di suoni e di niente”.

Così, pur nella continuità del suo percorso poetico, l’io poetante si troverà nella necessità di vivere una ripartenza, una fase diversa della sua poesia per poter raffigurare il mondo. In coerenza con il suo stile sobrio e asciutto, secondo una precisa misura, nei ritmi e nell’assoluta trasparenza dei versi, senza mai cedere all’oscurità, come nell’antica poesia oraziana, l’autore, in questa raccolta, tra “inesplicabili barbagli” comprende che per arrivare a pronunciare “pochi versi, ma veri”, bisogna calarsi nella profondità, nella densità materica del mondo, che nella sua realtà di natura è “una pappa” innominabile, “fermentante”, “di tenebre molli”che assorbe tutto ”in un impluvio remoto di forme”.

A partire da questa visione, con richiami potenti alle classiche cosmogonie, la poesia di Giancarlo Pontiggia, proseguirà il suo cammino verso l’origine, per “ritrovarsi/al principio di tutto, delle cose che furono”.

Entrando nella dimensione del delirio e del disordine cosmico, cercando di orientare costantemente il pensiero, nel “niente che germina dal niente / stesso che genera stesso”, come dice il distico conclusivo di Scale, l’autore lascerà che le forze della vita tumultuose, erranti, si confrontino e si scontrino, in un vortice  di immagini, di ombre, che appaiono più volte nei suoi libri, di pensieri che si susseguono da una sezione all’altra, placandosi, come avviene nella luce di Citera, isola-mito, o deflagrando impetuose: delira/in delirio il mondo, si sfarina”; “Stridono, le cose,/ nella botola-scura – della materia”.

LA RICERCA INCESSANTE DELLE ORIGINI

Spinto in questo itinerario da una forza arcana, è incessante il rapporto del poeta con il continuo mutare delle cose, che in una visione lucreziana si trasmutano le une nelle altre senza sosta, per dare forma ai corpi e alle esistenze, nell’eterno movimento ciclico che trasforma la morte in vita, la vita in morte. La risonanza di questo tempo eterno, che confina con l’immutabile è espresso mirabilmente in questi versi: «È notte, sei / tra le cose del mondo, le cose / solide, vaganti, che si sfanno / in altre cose».

Dentro questo moto casuale e imponderabile in cui ci troviamo, come se fossimo “uncinati” a un punto, a un ordine, che per grandezza travalica la nostra volontà, come si evince dall’immaginazione del poeta, sentiamo però di essere abitati da corpi sempre più piccoli, qualcosa che non è soltanto materia, sono “gli atomi della mente”, che appaiono in una delle sezioni più significative del libro: Le muraglie del mondo. Atomi che misteriosamente, come pensieri inconsci, vivono in noi, influendo sulle nostre azioni: Nell’ordine uncinato delle cose,/nel suo fulgore di fuoco e di vento/in ciò che è/e non è/impazzano/gli atomi della mente, nomi/infrazionabili”.

Procedendo nella ricerca di un fondamento mitico dell’esistenza a cui fare ritorno, tra i numerosi significati del libro, l’autore evocherà poi un’immagine chiave della sua poesia, quella del bambino che nasce e con stupore comincia a vedere ogni cosa. “Nasce il bimbo, alla vita, e vede/ per primo il chiaro dei cieli e delle stanze/-fiamma che invade i suoi occhi/(…) Viene/dal fondo dei popoli, delle madri/antiche come la specie/(…)Risale, dai grumi e dai fanghi/di ere troppo remote/(…)” e “(…)Viene il mattino, un altro, si desta(…) E gli occhi/ s’immergono di nuovo, s’imbevono, non hanno/altro da chiedere che questo/lasciare che le cose siano, e siano…”

Il poeta immagina il nostro venire al mondo nel primo sguardo di un neonato, questo sentire originario che si imprime nel corpo che comincia a vivere. Come l’infante che si stupisce nel vedere tutto, la voce poetante del moto suggerisce infine di “lasciare che le cose siano”, di farsi catturare e assorbire dall’incessante rigenerarsi del mondo, un movimento impresso da lontano, da nebulosi tempi, perché la “discesa immedicabile degli anni” è inarrestabile, oltre questa considerazione amara non possiamo andare, non ci sono soluzioni se non di lasciarsi trasportare dal corso del tempo, sentire il pulsare delle cose e gioirne:

Gioia di sonno, e gioia di sere/e gioia di forti acquazzoni, quando/il tempo della vita s’impaluda in anse che non conosci, sei/ nel lino di giugno molle, scuro, nel ventre/ della vita che si acquatta/infima, remota/ti alzi, senti/(…)il vento, alle porte dell’anima, la tua, che retrocede/in un’altra acqua,/(…) ti arrendi /al suono suadente, al grembo che fu prima/di ogni pensiero

Inoltrandoci nell’arcaico e nel mito delle origini, liberando la forza archetipica dei nostri sogni e pensieri, dalla dimensione del sonno, del buio, della pioggia, si scende con il poeta, in acque che sono le acque profonde della vita da cui proveniamo, che si possono immaginare solo evocandone il flusso. Ed è in questo segno d’acqua che il poeta ricerca un linguaggio nuovo, un sentire puro, una forza e una parola originaria, prima delle cosmogonie e della memoria che ha edificato il tempo.

Al termine del libro, con l’immagine del tuffatore, nella bellissima poesia ispirata al celebre affresco della tomba di Paestum, si conclude quel senso di moto incessante, senza pausa e senza meta, che attraversa tutta la raccolta e che lascia aperto al lettore uno spazio di ambivalenza. Il testo coglie l’uomo un attimo prima del tuffo in un mare, che potrebbe essere il mare della vita, della palingenesi o il mare della fine.

Poche volte capita di leggere una poesia così efficace nell’incidere e nel rendere, con la forza del dubbio e dell’immaginazione, lo spessore del mistero in tutti gli aspetti non definibili della realtà. Nella voce di Giancarlo Pontiggia, che sentiamo vicina e moderna, grazie al suo stile inconfondibile, all’attenta tessitura della testualità, c’è il respiro dei grandi poemi greci e latini e insieme l’inquietudine del nostro tempo, la solitudine e il vuoto in cui siamo immersi. Nel frastuono quotidiano, dove rimbomba la confusione delle voci che ci sovrasta e offusca la nostra percezione, i suoi versi limpidi, pieni di sensi riposti e di risonanze, per quanto portino lontano dall’orizzonte abituale, arrivano al centro della nostra vita e c’inducono a tornare con lo sguardo su tutto quello che crediamo di vedere.

Nota:

(1) I segni che volarono, un giorno, fino a noi da Il moto delle cose, Mondadori, 2017

Torna al numero completo XXXII – GIANCARLO PONTIGGIA

© RIPRODUZIONE RISERVATA