
Il Giappone è esattamente questo, un cielo in cui sfioriscono giardini.
Muriel Barbery
Muriel Barbery, scrittrice francese, nata a Casablanca in Marocco, si è laureata all’École Normale Supérieure e ha insegnato per 15 anni filosofia. Nel 2000 ha pubblicato il suo primo romanzo, Une gourmandise, al quale nel 2006 è seguito L’Élégance du hérisson, presto divenuto un vero e proprio caso letterario in Francia e all’estero.
Anche in Italia L’eleganza del riccio, uscito nel 2007 per le Edizioni e/o, ottiene una grande notorietà, e nel 2008 il suo primo libro, già uscito nel 2001, ma passato come in Francia inosservato, viene ripubblicato col titolo Estasi culinarie.

Romanzo colto e raffinato che ha per sfondo la vita di un signorile palazzo in rue de Grenelle a Parigi, L’eleganza del riccio ha per protagoniste Renée Michel, la portinaia cinquantaquattrenne, incredibilmente erudita aldilà di ogni apparenza, che ama l’arte, la filosofia, la musica, il cinema e la cultura giapponese, e Paloma Josse, una ragazzina dodicenne, figlia di un ministro, un politico progressista, troppo intelligente e riflessiva rispetto alla sua età, che detesta la propria famiglia, incapace di cogliere la bellezza della vita.

Le affinità fra loro sono alimentate da una comune idiosincrasia nei confronti dell’ambiente circostante. L’interesse suscitato dall’uscita del libro, che coglie tutti di sorpresa, è dato anche da questa strana alleanza tra le due voci dissonanti verso il mondo in cui vivono, che travalica barriere sociali e anagrafiche.
È un romanzo che incontra il gusto di palati esigenti per il susseguirsi di citazioni e argomentazioni contenute, ma anche di un pubblico più vasto per lo spirito d’ironia espresso dall’arguzia delle due protagoniste.

Un successo inaspettato che per l’autrice, allora trentasettenne, determina una svolta radicale nella vita. Estremamente riservata, Muriel Barbery, per sua ammissione impreparata a sostenere l’improvvisa risonanza, si trasferisce infatti in Giappone col marito Stéphane, conosciuto ai tempi dell’Università, che sin dall’inizio, quale ispiratore, consulente, editor, collabora ai suoi romanzi. Abbandona dunque l’insegnamento e diventa scrittrice a tempo pieno.
Nel 2009, intanto, esce il film Il riccio di Mona Achache, liberamente ispirato al suo bestseller, che sebbene riuscito come film, non ne restituisce appieno la vivacità, riporta anzi il soggetto all’ordinarietà di una trama anche divertente, dove tuttavia la sottigliezza di humour, l’ampiezza di soluzioni e spunti narrativi del romanzo svaporano. L’autrice ne prende le distanze.(1)
Il trasferimento in Giappone comporta nel frattempo mutamenti di prospettiva, come lei stessa ha dichiarato: «nel 2008 e nel 2009 ho vissuto a Kyoto… A lungo ho cercato di buttare giù romanzi ambientati lì. Volevo trascrivere il mio stupore ma non funzionava e allora ho inventato il mondo degli elfi…» (2).
Dopo due anni a Kyoto, viaggia molto, torna in Francia, successivamente si trasferisce ad Amsterdam.

Vita degli elfi esce nel 2016 (l’anno prima in Francia), nove anni dopo L’eleganza del riccio, è un romanzo molto diverso, che incontra il favore dei lettori soprattutto all’estero.
Definito una meditazione poetica sull’arte, la natura, i sogni e il ruolo dell’immaginazione, è una riflessione sull’armonia, sulla bellezza minacciata dagli uomini.

Pur nella sostanziale diversità di genere, una narrazione immersa nella dimensione fantastica di creature soprannaturali, vi si ritrovano elementi presenti nell’opera precedente. Anche in Vita degli elfi protagoniste sono due figure femminili, Maria e Clara, due bambine dotate di straordinari poteri. Altro punto ritornante è la ricerca della bellezza, come accesso all’eterno.
Nell’Eleganza del riccio, Paloma, la ragazzina dodicenne, scrive: «…forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso … un sempre nel mai… ».
Col tempo, da giovane autrice che rifugge i riflettori, Muriel Barbery è entrata a pieno titolo nel proprio ruolo, dosa sapientemente le risposte e si destreggia in dichiarazioni che soddisfano i lettori: «… qualunque cosa sia la scrittura per me, è un momento di leggera trance dove ogni cosa diventa possibile; devo soprattutto fare attenzione a non prevedere nulla, ad avere pochi obiettivi all’infuori del piacere di scrivere liberamente…» (3).
Con la complicità del marito, di gatti, di ameni spazi e residenze immerse nella campagna, in realtà mette a punto una scrittura elaborata, dove nulla è lasciato al caso.
Se i primi due libri hanno origine da un humus francese, il terzo e il quarto, spesso considerati fantasy, sono affini fra loro per una narrativa del fantastico.

Un étrange pays (Uno strano paese), uscito in Francia nel 2019, è infatti la continuazione della Vita degli elfi. Romanzo d’avventura, atemporale, riporta una curiosa cronologia, che mescola un tempo immaginario con la Storia.
Uno strano paese risente dell’influenza di Jean Giono, il grande scrittore provenzale di origine piemontese, della Valchiusella, ed è ispirato all’estetica asiatica e soprattutto giapponese.

L’amore per il Giappone e la sua cultura risale a molti anni prima, ed è palese già nel bestseller. Anche in seguito al soggiorno a Kyoto, il Giappone le rimane nel profondo, ma è solo dopo anni, dopo essersene allontanata, che dà vita a due opere che lo riguardano.
Dopo l’uscita nel 2020 de I gatti della scrittrice, infatti, nel 2021 viene pubblicato Una rosa sola. È il viaggio che una donna di quarant’anni intraprende alla ricerca di se stessa. Rosa vive a Parigi dove lavora come botanica, in seguito all’apertura del testamento del padre, giapponese, mai conosciuto, parte per Kyoto, accompagnata nel suo viaggio da Paul, segretario del padre. In Giappone scoprirà la possibilità di una vita diversa. Con questo romanzo l’autrice ritorna ad una narrativa realista.

A Una rosa sola è legato il romanzo successivo, uscito in Italia nel 2023. In un processo a ritroso, Un’ora di fervore ripercorre la vita del padre di Rosa, Haru Ueno, mercante d’arte di successo. Oltre a incontrare Haru, si ritrova Paul Delvaux, il suo assistente, che lo ha affiancato per lunghi anni e ha condiviso con lui momenti diversi. (Curiosamente anche nell’Eleganza del riccio, il segretario di Kakuro Ozu si chiama Paul.)
Un’ora di fervore trae il titolo da un brano di Saint-Exupéry, da Terra degli uomini, e il termine fervore compare più volte già in Uno strano paese, associato ai valori della poesia e della bellezza. Descritto come romanzo sulla solitudine, sul tempo, sull’esistenza, è soprattutto un romanzo sull’amore e sulle relazioni umane. Una storia di amori, di amicizie e di lutti, che avanza in tono poetico, a tratti elegiaco, facendo entrare il lettore, passo dopo passo, nella sensibilità giapponese, attraverso un progressivo avvicinamento a personaggi, a vicende presenti e remote, cogliendo continue suggestioni dall’ambiente narrato. A dar colore e forma alle relazioni che prendono vita o che tornano dal passato, sono spesso alternanze di iris e camelie, di aceri e bambù, e naturalmente magnolie.

Calata nel milieu giapponese, con leggeri tratti di pennello, l’autrice scandaglia l’animo dei protagonisti, dando espressione ai più piccoli scarti nell’evolvere del loro orizzonte, in un linguaggio figurato che attinge a simbologie e visioni del mondo lontane, della natura, della vita e della morte, dove anche i frammenti di dialoghi traducono l’essenza profonda di un’affascinante cultura.
Non si può far a meno di tornare, seppure di tutt’altro sapore e spirito, a un altro sguardo francese sul mondo nipponico: nel film Hiroshima mon amour, di Alain Resnais, scritto da Marguerite Duras, in un incontro tra un giapponese e una francese, il ricordo di un amore impossibile non dà tregua alla protagonista. Anche in Un’ora di fervore emerge un amore impossibile, ma non appartiene al passato, è una impossibilità che Haru persegue tutta la vita dopo il concepimento della figlia mai conosciuta, e che coltiva attraverso il dialogo immaginario con lei, nel suo seguirla a distanza, negli anni, attraverso le foto: «Haru continuava mattino e sera a raccontarle del fiume, dei fratelli e degli antenati lontani…», in un ininterrotto percorso che quasi scolpisce le impronte del proprio sentire e delle proprie origini.

In opposizione al senso letterale del titolo, il romanzo è una decantazione di temi, incontri, separazioni, legami familiari di un’intera vita. In Un’ora di fervore si avverte la ritualità giapponese, quella quotidiana, nella successione dei più minuti gesti, ma viene evocata anche quella teatrale, una scena, nelle sue diverse forme, assai stilizzata, dove si cristallizzano nuclei di un’antica civiltà.
Una narrazione anche nel segno della scansione temporale, secondo una cadenza delle stagioni che predilige l’inverno, il ghiaccio, la neve, che ricopre ogni cosa del suo chiarore, esaltando la bellezza di atmosfere rarefatte.

L’ultima fatica letteraria di Muriel Barbery è il romanzo, appena uscito in Francia, Thomas Helder. Ambientato nell’Aveyron, riguarda la morte di uno scrittore olandese e la riunione fra amici e parenti che segue la cerimonia funebre nella casa di famiglia, nella regione occitana. Un Huis clos –con riferimento all’opera teatrale di Sartre A porte chiuse-, che culmina nell’incontro tra il fratello del defunto e un’amica misteriosamente scomparsa da anni, alla quale Thomas ha lasciato una lettera. L’allusione ad una scena teatrale è data anche dall’unità di tempo, di luogo e azione in cui si svolge il romanzo. L’autrice ha tratto ispirazione dal celebre racconto di Joyce I morti (da Gente di Dublino), racconto epifanico che rimane nel tempo fonte di grande suggestione per opere letterarie e filmiche sull’inesauribile tema dei morti, che col loro riverbero continuano a vivere nel presente.
NOTE
(1) «In cerca di un soggetto per il suo primo film, Mona Achache, dopo aver letto il romanzo di Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, si confronta con la produttrice per poterne acquisire i diritti per il cinema, presso Gallimard, riuscendo nel suo intento, non era l’unica regista ad averne fatto richiesta. Il romanzo, a quel tempo, non aveva ancora ottenuto il successo che avrebbe invece avuto di lì a poco… La trama del film pare non distanziarsi troppo da quella del testo letterario… Come in più occasioni ha dichiarato la regista: ‘Con Muriel Barbery ci siamo incontrate, ci siamo accordate, ma lei per prima ha deciso che le due cose, libro e film, dovevano essere separate.’ In Italia, all’uscita del film nelle sale cinematografiche, la scelta da parte del distributore di non riportare nella locandina la dicitura ‘liberamente ispirato a’, ha indotto Muriel Barbery a ribadire ulteriormente la propria presa di distanza dal film, affermando: ‘non considero questo film espressione dello spirito del romanzo, perché è troppo diverso.’» Da Il riccio, un adattamento per il grande schermo liberamente tratto dal bestseller di Muriel Barbery di Luisa Ceretto, in “Zeicon Archivi”, marzo 2011.
(2) Muriel Barbery: Un riccio elegante mi ha rubato la vita. Gli Elfi e il Giappone me l’hanno restituita. di Leonardo Martinelli, “La Stampa. Tuttolibri”, 25 luglio 2020.
(3) La leggerezza surreale di Muriel Barbery, intervista di Elvira Grassi, Oblique Studio, 13.10.2008.

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