
Lino Ventura, nome d’arte di Angiolino Giuseppe Pasquale Ventura, nasce a Parma il 14 luglio 1919 nel borgo Paggeria, dove vive una vita modesta ma circondata dagli affetti famigliari. È figlio di Luisa Borrini e di Giovanni Ventura, che sarà poco presente nella sua vita e lascerà presto la famiglia per andare in Francia come rappresentante di commercio. Nel 1926 la madre di Lino decide, insieme al figlio, di andare in Francia, per raggiungere il marito a Parigi, dove avrà inizio la dura vita da immigrati. Si ritrova sola a Montreuil, in un clima xenofobo, nel quartiere che ospita una comunità di italiani, dove nelle abitazioni non c’è elettricità, tanto meno servizi igienici.
Lontano dall’Eldorado auspicato, i due riescono a lasciare la città operaia e a trasferirsi a Parigi, nel IX° arrondissement, dove Luisa trova lavoro come cameriera nell’Hotel Baudin (in seguito divenuto Hotel du Pré), e il figlio potrà frequentare la scuola comunale in rue Milton. In classe Lino, insieme ad un altro ragazzo italiano, si trova a dover fare i conti con i pregiudizi dei compagni di scuola e più ancora con quelli della maestra, che consegna lavagne per scrivere a tutti gli allievi, eccetto che ai due “petits macaroni”. Una ferita indelebile, un’umiliazione che lascerà il segno. “La condizione di immigrato l’ho risentita molto e ha segnato la mia vita” avrà in seguito modo di dichiarare. (1)

Ventura abbandona presto la scuola, per aiutare economicamente la madre; è fattorino e a dodici anni è assunto come ragazzo dell’ascensore nell’albergo dove lavora lei, oltre ad essere addetto a piccole manutenzioni.
Un incontro casuale con un campione di lotta, è l’occasione di riscatto che Lino cercava. Invitato a seguire un allenamento di lotta greco-romana, Ventura ne è subito affascinato e ci si butta, iniziando anche lui a praticare la lotta greco-romana. A 17 anni sente di aver intrapreso la strada giusta. Ciò che lo convince di quello sport – come affermerà la figlia, Clélia – è il confronto uno contro uno, senza imbroglio, la propria forza contro quella dell’avversario.

Nel gennaio 1942, da poco sposato con Odette, la donna della sua vita con cui avrà quattro figli, riceve l’ordine di arruolarsi e di raggiungere l’esercito italiano sotto il regime fascista di Mussolini.
Ventura si trova a dover combattere sotto la bandiera italiana contro il suo nuovo paese di adozione. Trascorsi alcuni mesi, è l’inizio del 1943, ricevuto un permesso di licenza, il giovane attraversa la frontiera e va a Parigi: è un disertore e come tale, rischia la fucilazione.
Vive a Parigi in clandestinità, senza documenti, in una città occupata dai tedeschi.

I suoi amici lottatori gli propongono di riprendere i combattimenti. La palestra dove si allena si trova in rue Réaumur, in terreno nemico, è nello stesso immobile del “Pariser Zeitung”, il giornale di propaganda nazista. Il rischio della delazione è sempre più elevato e, all’insaputa della moglie, Lino Ventura è portato a Baracé, un paesino nel Maine-en-Loire.
Nell’estate 1944, a Liberazione avvenuta, Ventura è ormai rientrato nella capitale francese e si dedica al catch, sport che va di gran moda, per le qualità sportive eccezionali richieste.
Lino Ventura, alias, il “Razzo italiano”, impone il suo stile e dà spettacolo, è molto dotato e diviene campione europeo dei pesi medi.
Un incidente sul ring, nel marzo 1950, mette fine alla sua carriera sportiva. Ma il bisogno di respirare l’”odore degli spogliatoi” e di frequentare il mondo dello sport induce il giovane ad allenare e organizzare incontri.
“ Appena arrivo in teatro, farò in modo di vedere il signor Gabin. E se qualcuno cerca di… un diretto in faccia, e me ne torno a casa! “ (2)
Nel 1953 ha inizio per caso la carriera cinematografica di Ventura, quando è scelto da Jacques Becker per il ruolo di Angelo in Touchez pas au grisbi (Grisbì), a fianco di Jean Gabin.
Ultimate le riprese Ventura torna al suo lavoro e alla sua scuderia di lottatori. Due anni più tardi avrà la seconda occasione, sempre al fianco di Gabin, in La grande razzia (Razzia sur la chnouf ) di Henri Decoin, nei panni dello scagnozzo di un boss.

Ancora un ruolo da duro per la terza pellicola, La legge della strada (La loi des rues, 1956) di Ralph Habib, dove lavora per la prima volta con Louis de Funès e fa la conoscenza di Claude Pinoteau, aiuto regista.
Il dado è tratto (Le rouge est mis, 1957) di Gilles Grangier, al fianco ancora una volta di Jean Gabin, segna per Ventura un altro incontro importante con il dialoghista e sceneggiatore, Michel Audiard.
Ventura ha ormai bucato lo schermo, è molto amato dal pubblico.
Sarà il commissario Cherrier ne l’Ascensore per il patibolo (1957) di Louis Malle e l’ispettore Torrence in L’ispettore Maigret (Maigret tend un piège) di Jean Delannoy.
Jacques Becker gli offre il secondo vero inizio della carriera, per uscire dal cliché del bruto in Montparnasse 19 (Les amants de Montparnasse) in cui Ventura è Morel, un commerciante di quadri.
Nel 1958 con Il gorilla (Le gorille vous salue bien) di Bernard Borderie, Ventura ha il suo primo ruolo da protagonista assoluto nei panni dell’agente segreto Charles Vanel. È un periodo denso di proposte e di successi, tra gli altri, Asfalto che scotta (Classe tous risque, 1959) del giovanissimo e a quei tempi poco noto Claude Sautet, dove Ventura richiede Jean-Paul Belmondo, ancora sconosciuto, al suo fianco.
Anche il nuovo decennio sarà ricco di successi. Nel 1961 con Luciano Emmer è interprete in La ragazza in vetrina nei panni di un minatore italiano immigrato in Olanda. L’anno seguente su Un taxi per Tobruk (Un taxi pour Tobrouk) di Denys de la Patellière, lavora a fianco di Charles Aznavour in un film antimilitarista.
Sempre nel 1961 è diretto da Duilio Coletti in Il re di Poggioreale e in seguito lavora con Vittorio De Sica nel film a episodi Il giudizio universale.

Nel 1963 si cimenta nella commedia, con la parodia dei film polizieschi, In famiglia si spara (Les tontons flinguers) di Georges Lautner. Ancora una commedia con Quattro spie sotto il letto (Les Barbouzes) firmata dallo stesso Lautner. Recita nuovamente per Claude Sautet in Corpo a corpo (L’Arme à gauche) nei panni di un giovane marinaio.
Nel dicembre 1965 Ventura, andando contro la sua proverbiale riservatezza, decide di lanciare un annuncio in tv, un appello di sensibilizzazione e di richiesta di fondi, che ha inizio con la dichiarazione di avere una figlia “diversa”, Linda, con cui poneva le basi per una associazione a sostegno dei portatori di handicap e delle loro famiglie per assicurare loro un futuro. Prende il via l’Associazione Perce-Neige (Bucaneve), la prima casa-famiglia sarà creata a Sèvres nel 1979, completata nel 1982, e dove Linda, insieme ad altri giovani di varia età, potrà avere la propria residenza. Divenuta dopo la sua morte Fondazione Lino Ventura, l’associazione ha dato vita, fino a questo momento, a cinquanta case-famiglia.
Il successo che ne consacra il talento
Gli anni sessanta consacrano il talento di Ventura: seguono Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide (Le Deuxième Souffle, 1966) di Jean-Pierre Melville dove Ventura è un bandito evaso, Il rapace (Le Rapace) di José Giovanni e L’armata degli eroi (L’armée des ombres) di Melville. E ancora Il Clan dei Siciliani di Henri Verneuil col trio Ventura, Gabin, Delon e Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu, 1969) di José Giovanni, dove Ventura è un ispettore decorato con la Legione d’onore. Il nuovo decennio si apre con una commedia, Il rompiballe…rompe ancora (Fantasia chez les ploucs, 1970) di Gérad Pirès. L’anno seguente è Cornelius, un capitano di una nave dedito al contrabbando nella Via del rhum (Boulevard du rhum) di Robert Enrico.

Fruttuoso l’incontro con Claude Lelouch, lavorerà sulla commedia, L’avventura è l’avventura (1972) in cui Ventura fa la conoscenza di Jacques Brel. Come racconta lo stesso Lelouch, crea ruoli su misura per Ventura, gli propone una “commedia surrealista” e lo convince. L’anno seguente è diretto in Una donna e una canaglia (La bonne année). Sempre nel 1973 è un killer di professione in L’emmerdeur di Edouard Molinaro a fianco di Jacques Brel. Il film avrà un remake americano, per la regia di Billy Wilder, la sua ultima, Buddy Buddy con Jack Lemmon e Walther Matthau.
L’anno seguente Lo schiaffo (La gifle) di Claude Pinoteau vede Ventura impegnato nei panni di un professore. Seguono due interpretazioni dirette da Pierre Granier-Deferre, La trappola (La cage) e Dai sbirro (Adieu poulet), dove è nuovamente un commissario.
Nel 1976 collabora con Francesco Rosi in Cadaveri eccellenti, tratto dal romanzo Il contesto di Leonardo Sciascia, accolto con entusiasmo dalla critica francese. Un altro ruolo memorabile in Morti sospette (Un papillon sur l’épaule, 1978) di Jacques Deray, che lo vede tra gli altri interpreti, con Laura Betti. Concludono il decennio, Il tocco della medusa di Jack Gold e Labirinto (L’homme en colère) di Claude Pinoteau. Nel 1981 è diretto nell’ultimo e straordinario ispettore di polizia in Guardato a vista (Garde à vue) di Claude Miller, interpretato da un trio eccezionale composto da Lino Ventura, Michel Serrault e Romy Schneider.
L’anno seguente accetta la parte di Jean Valjean già interpretata da Gabin ne I miserabili di Robert Hossein, un ruolo testamento per Lino Ventura. Ancora due collaborazioni con registi già sperimentati, come José Giovanni, Una cascata tutta d’oro, Le Ruffian e Claude Pinoteau, La 7ème Cible. Nel 1984 calza i panni del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in Cento giorni a Palermo di Giuseppe Ferrara. È diretto nel 1987 nel film La Rumba di Roger Hanin dove appare in un cameo.
Lino Ventura muore il 22 ottobre 1987 a Saint-Cloud (Parigi) all’età di 68 anni.
NOTE:
- Lino Ventura in Odette Ventura in collaborazione con Christian Brincourt e Gilles Lambert, Lino. Vita e passioni di un grande attore, Guanda Editore, 1997, pag. 23.
- Op. cit. pag. 60.
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