
La mafia, le mafie, nelle loro diverse declinazioni, attraverso le rappresentazioni sullo schermo, per molti italiani restano spesso elemento di fascino, di attrazione, non di vergogna, di riprovazione. Secondo lei è perché viene, vengono percepite come qualcosa di altro da sé, che dunque non li riguarda da vicino, o al contrario può esserci inconsciamente un’identificazione?
Un film riguardante la mafia, non un’opera che abbia un valore didattico che ne evidenzi gli aspetti peggiori, ma che al contrario ne narri le azioni, può indubbiamente esercitare attrazione nei confronti di personaggi tratteggiati in modo carismatico. Qui entriamo in un discorso articolato… Il genere narrativo e cinematografico del giallo o del thriller, è sempre stato molto seguito per svariati motivi, per la suspence, l’interesse verso la trama, talvolta per la figura dell’assassino verso la quale si possono nutrire sentimenti non del tutto negativi… Ma qui sta allo spettatore trarne la giusta distanza. Una risposta a tale interrogativo viene suggerita da quello che è ritenuto il capolavoro di Coppola Il padrino, carismatica figura che diventa un modello di identificazione non solo per le caratteristiche personali, ma per l’affresco offerto della cultura mafiosa, dalle radici legate alla “componente protettiva” dei più deboli esposti alle vessazioni della delinquenza diffusa, che in realtà ha per obiettivo la costruzione di un impero economico basato sulla paura e sulla violenza protetto da equivoche alleanze politiche.
Gli italiani sono particolarmente esterofili, soprattutto anglofili, nel linguaggio, nei comportamenti, spesso prevale un condizionamento nei confronti di altre culture, ritenute più affascinanti, per affrancarsi dalla propria. Eppure, in contrapposizione a questo, specialmente negli ultimi tempi, emerge una predilezione per film, serie televisive italiane fortemente improntate non solo alla cultura nazionale, ma a culture regionali, come un ritrovamento, in un certo senso una regressione, un recupero di radici ataviche. Cosa ne pensa al riguardo?

In Italia, contrariamente ad altri paesi europei, sono rimaste marcate le differenze fra una realtà e l’altra, per storia, orientamenti e modelli di vita. Malgrado l’era digitale, o forse grazie ad essa, alla tendenza dei media nel loro insieme, il web, i social, a rafforzare legami col proprio territorio, si è acutizzata questa ambivalenza, soprattutto rispetto ai decenni passati. Il volersi esprimere come l’attore o il cantante statunitense e usare continuamente espressioni in inglese -il personaggio di Un americano a Roma conserva a questo proposito una sua attualità- non è vissuto in modo contraddittorio rispetto ad un parlare quotidiano che si avvicina sempre più al gergo locale.
Spesso – è stato più volte rimarcato -, in film italiani candidati a importanti concorsi all’estero o comunque a rappresentare l’Italia, prevale l’immagine di un paese borderline, da un punto di vista delinquenziale, di corruzione e inciviltà diffusa, di devianza eletta a modello sociale. Non si tratta qui di voler porre alcun limite alla libertà creativa di scelte artistiche, ma di tentare di comprendere le motivazioni nella scelta di pellicole che inevitabilmente, in quanto rappresentative del paese, concorrono a definire l’immagine italiana. Con l’obiettivo forse di promuovere le opere ritenute migliori, vengono in tal modo offerte rappresentazioni autodenigratorie. Sono secoli che paesi europei come la Francia, la Gran Bretagna, hanno costruito la “rispettabilità” nazionale attraverso l’arte, la letteratura. Come si può spiegare tale tendenza nostrana?

Anche questo aspetto è in parte riconducibile ad una differenziazione culturale e a un senso di appartenenza nazionale meno avvertito che altrove. Forse perché si è convinti dell’indiscusso valore della cultura italiana, della sua eredità nel mondo, non ci si preoccupa troppo di affidare il valore di rappresentanza a opere ritenute meritevoli, sicuri che non possano offuscare la grandezza del nostro passato. Tuttavia strizzare l’occhio ad aspetti meno edificanti e che mettono in evidenza le inadeguatezze della nostra società e della nostra cultura rispetto a quelle di altri paesi, può diventare controproducente e autolesionistico specialmente oggi, in un mondo dominato dalla velocità, dalla reazione emotiva immediata, dalle apparenze, caratteristiche che non permettono sempre un’adeguata informazione, una riflessione che vada oltre ciò che appare, per cui è soprattutto l’immagine che viene offerta di una persona, di un luogo, di una certa popolazione a determinarne il giudizio e la valutazione. In questo processo un ruolo tutt’altro che secondario è quello giocato da quanto viene rappresentato sul piccolo e grande schermo.
Da decenni, attraverso la diffusione di immagini, informazioni, programmi vari, si assiste ad un’assuefazione alla violenza, ad una progressiva indifferenza verso di essa. Non solo i giovani che si nutrono in rete di messaggi incontrollabili, ma tutti tendiamo ad essere addomesticati da una ferocia quotidiana disumanizzante, che si rischia di non percepire nemmeno più come tale. Grazie a serie televisive improntate ad una rara violenza si è ulteriormente ampliato questo immaginario, che purtroppo ha avuto emuli tra giovani nelle scuole, perfino nelle forze dell’ordine. Un tempo si tentava di confinare la rappresentazione del male a opere di genere, destinate ad un pubblico adulto. Cosa ne pensa?
Il male vissuto nel quotidiano è qualcosa che caratterizza in modo nuovo il presente, anche perché viene mostrato senza censure e portato alla conoscenza di tutti dai mezzi di comunicazione. Il male nelle sue diverse espressioni è parte dell’esistenza umana, ma per il nostro tempo, che malgrado tutto è un tempo di pace, ci sorprende per un’apparente mancanza di senso. La violenza nei rapporti uomo e donna, nelle relazioni fra le persone, la conflittualità che sfocia in gesti efferati. Il bullismo nei giovani. Determinate immagini sullo schermo non possono che essere deleterie come modelli da emulare. A questo proposito non v’è dubbio che il modo in cui attualmente le dinamiche violente e i fatti delittuosi vengono rappresentati sul piccolo e grande schermo è molto diverso dal passato. Solo come esempio si possono mettere a confronto la mafia e la lotta alla mafia rappresentate in una serie come La piovra, in cui il commissario Cattani, il buono anche se perdente, occupa il posto primario, e in una fiction recente come Gomorra, dominata dal protagonismo delle figure che delinquono.
L’Italia ha pagato e continua a pagare le guerre di mafia con un numero molto alto di vittime. Dalla metà degli anni ‘90, una parte di società, almeno una volta all’anno, le ricorda; tuttavia anche qui si riscontra una sorta di dissociazione. Terminato il momento commemorativo e la dichiarazione di impegno da parte delle istituzioni di intensificare l’educazione alla legalità, prevale il gusto, il piacere di dare spazio, di legittimare, forse inconsciamente, come epopea nazionale, la cultura mafiosa.
Non sono certo le rituali affermazioni di “mai più”, ripetute ad ogni commemorazione di eventi delittuosi e violenti, del passato o recenti, a cambiare le cose, gli atteggiamenti, i pregiudizi personali e culturali, le cui trasformazioni, che non vanno mai date per acquisite definitivamente, hanno bisogno di tempo, di impegno civile, di iniziative istituzionali energiche che promuovano una educazione civica ed etica a tutti i livelli e in tutte le sedi nevralgiche. Come si usa ripetere, vanno tenute costantemente sveglie le coscienze, che tendono facilmente ad assopirsi, e nel sopore, a rimuovere, in modo più o meno consapevole, i confini tra quanto è umanamente ed eticamente corretto e quanto se ne discosta.

(*) Prof. Dott. Nicolino Rossi Medico-Psicologo, professore Alma Mater-Università di Bologna. Membro Ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana
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