Numero XXXI – Gennaio 2024
Sommario:
- Memoria della Shoah. Il racconto dell’indicibile di Anna Albertano
- Piero Martinetti: un filosofo nel “Giardino dei Giusti” di Milano di Maria Cristina Fenoglio Gaddò
MEMORIA DELLA SHOAH. IL RACCONTO DELL’INDICIBILE di Anna Albertano
PRIMI PIANI dedica il suo XXXI numero alla memoria della Shoah attraverso il racconto per frammenti di alcuni sopravvissuti e qualche appunto di storia. Da anni, in occasione del Giorno della memoria del 27 gennaio, si moltiplicano gli eventi e le occasioni di commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Come è stato affermato da più parti, quelle sconcertanti pagine della storia dovrebbero essere ricordate anche al di fuori di tale ricorrenza, e far parte in modo adeguato dei programmi di studio scolastici oltre che dell’informazione sui media. Il cammino di PRIMI PIANI prosegue nell’attenzione rivolta, numero per numero, al relativo contesto storico. Ricordare la Shoah oltre a un tributo commemorativo è un’occasione per conoscerne maggiormente la storia.

C’è un punto della terra che è una landa desolata, dove le ombre dei morti sono schiere, dove i vivi sono morti, dove esistono solo la morte, l’odio e il dolore. Di notte lo circondano e separano dalla vita le fitte pareti dell’oscurità, di giorno l’infinità dello spazio, il sibilo del vento, il gracchiare dei corvi, il cielo tempestoso, il grigio delle pietre.(…)
Giuliana Tedeschi (1)
L’ ANTISEMITISMO IN EUROPA
L’antisemitismo, manifestatosi in tutti i tempi, si diffonde soprattutto nel XIX secolo, sommosse antiebraiche e pogrom si propagano in Germania e nell’Europa dell’est, l’Affaire Dreyfus scoppia in Francia alla fine dell’ottocento. Nella Germania nazista la politica di discriminazione e persecuzione nei confronti degli ebrei iniziata sin dagli anni trenta, culmina nel gennaio del 1942 con la Conferenza di Wansee, che giunge alla definizione del piano di “Soluzione finale della questione ebraica”, la cui attuazione porta allo sterminio degli ebrei d’Europa.

In Polonia, che per secoli ha ospitato la più vasta comunità di ebrei nel mondo e rappresentato il principale centro di cultura ebraica, lo sterminio nazista ha quasi completamente distrutto la comunità ebraica. Dei sei milioni di ebrei uccisi nei lager, tre milioni, la metà di tutti gli ebrei uccisi, erano ebrei polacchi.
La Slovacchia e la Polonia sono paesi religiosissimi, dove la Chiesa ha contribuito a creare odio nei confronti degli ebrei con l’accusa di deicidio, e questo rancore è stato portato avanti per generazioni.
Goti Bauer (2)
LA PERSECUZIONE EBRAICA IN ITALIA
In Italia, nel 1933, la comunità ebraica, una delle più antiche d’Europa, contava circa 50.000 membri, pienamente integrati nella cultura e nella società del paese. Nonostante l’alleanza con la Germania, le autorità militari italiane in genere si rifiutarono di partecipare all’uccisione in massa degli ebrei, o di facilitarne la deportazione dall’Italia o dai territori occupati. Tra il 1941 e il 1943, migliaia di ebrei fuggirono dai territori occupati dai tedeschi in quelli occupati dagli italiani in Francia, Grecia e Jugoslavia. Le autorità italiane trasferirono in Italia 4.000 rifugiati ebrei, che furono poi incarcerati nel meridione e sopravvissero alla guerra. È sotto la Repubblica Sociale italiana, la Repubblica di Salò, comprendente le regioni del Centro-Nord, a eccezione del Trentino, dell’Alto-Adige, della provincia di Belluno, del Friuli e della Venezia Giulia, dell’Istria, annesse di fatto al Terzo Reich, che vengono deportati ebrei.
L’antisemitismo in Italia forse non ha avuto le proporzioni di quello manifestatosi in altri paesi, per le stesse dimensioni della comunità ebraica italiana. Ma insieme a zelanti fascisti che arrestavano, delatori, persone che intascavano i soldi per accompagnare ebrei in fuga al confine per consegnarli poi all’autorità di frontiera, ci sono stati insospettabili traditori. Come ha scritto Enrico Mentana (3), l’orrore prima che dalla persecuzione nazista nasce dai vicini, quelli che hanno voltato la faccia. Sono spesso amici, conoscenti, che da un momento all’altro non salutano più. È il vuoto che si crea intorno.

Come afferma Goti Bauer,” in quei giorni gli amici ti voltavano le spalle, quasi tutti, perché non era conveniente avere rapporti con gli ebrei. “(4)
Molti sono stati gli ebrei che in Italia hanno trovato rifugio nei conventi cattolici, molti sono stati salvati da italiani, persone che, talvolta anonimamente, hanno offerto aiuto rischiando la propria vita.
Come ricorda Primo Levi, “Mia madre e mia sorella sono sopravvissute grazie alla ospitalità, non di amici cristiani, ma di gente per bene che aveva capito benissimo che queste due strane persone che cercavano ricovero erano delle ebree e poi l’hanno ammesso alla fine della guerra. Noi lo sapevamo. Ma per tutto questo periodo hanno avuto la delicatezza di non dirlo e di non farlo sapere e rischiavano molto”. (5)
Sono stati tanti gli italiani che hanno messo a repentaglio la propria vita per salvarne altre. Non si può non ricordare Giorgio Perlasca, imprenditore italiano che in Ungheria, spacciandosi per console spagnolo, ha salvato la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi. E si ricordano i militari italiani che nella Francia meridionale occupata hanno dato rifugio agli ebrei in fuga. (6)
Sotto la Repubblica di Salò sono stati deportati 6806 ebrei, di cui solo 837 hanno fatto ritorno.

Enrica Jona ricorda la stazione di Carpi, vicino al Campo di Fossoli:
“Ci sono delle scene che non si possono dimenticare… Ci hanno fatti stare lì, sulla banchina prima di salire su quel vagone; c’erano con noi tanti ebrei romani, giovani, uno ha cercato di scappare(…) Non c’erano più i carabinieri, ma i soldati tedeschi, e con il mitra gli hanno sparato dietro, l’hanno colpito alle gambe, l’hanno preso da terra, tutto sanguinante, e l’hanno buttato sul vagone così com’era, l’hanno fatto viaggiare con noi (…) io non so com’è arrivato là (…) Sapevamo cos’erano i tedeschi, ma vederlo con i nostri occhi (…) davanti a quei bambini (…)“(7)

Nel 1945, al momento della liberazione dei campi di concentramento, gli Alleati si trovano di fronte a scenari impressionanti.
Alcune unità cinematografiche entrano al seguito dell’esercito alleato in diversi campi di sterminio nazista, la relativa documentazione filmica è sconvolgente, montagne di cadaveri, camere a gas, forni crematori. I sopravvissuti, figure scheletriche che non si reggono in piedi.
Da tali riprese, Alfred Hitchcock, il regista inglese maestro del brivido, trasferitosi negli Stati Uniti, è incaricato a dirigere il documentario britannico sull’Olocausto.
La pellicola, intitolata German Concentration Camps Factual Survey viene ultimata nel 1945 (8), il governo inglese e quello americano, tuttavia, viste le immagini scioccanti contenute, ritengono inopportuno divulgarla, per facilitare la riconciliazione ed evitare polemiche con l’allora governo di Bonn.
Sempre nel 1945, viene realizzato il documentario di Billy Wilder, regista ebreo galiziano emigrato negli Stati Uniti con l’avvento del nazismo, uno dei cameramen che avevano ripreso i lager al momento della liberazione. Prodotto dal Dipartimento di guerra degli Stati Uniti d’America, è un cortometraggio intitolato I mulini della morte, Death Mills o Die Todesmühlen. Destinato al pubblico tedesco per educarlo e informarlo sulle atrocità commesse dal regime nazista (9), il film è una versione molto abbreviata di German Concentration Camps Survey. Ma anche questo documentario dopo qualche proiezione sparisce dalla circolazione.

In Germania, “è stato Adenauer, la sua politica, a ipotizzare il 1945 come l’’anno zero’ a partire dal quale una nuova società potesse crescere, senza guardare indietro, a ciò che era stato fatto prima, e senza fare i conti col passato.” (10)
Ma in Germania c’è stata la “generazione della colpa”, generazione di tedeschi, artisti, intellettuali, che hanno avvertito il peso dell’eredità, che sono stati marchiati dalla colpa, e diventati adulti con la vergogna di provenire dal paese dei nazisti.
AMNESIA e RIMOZIONE DELLE RESPONSABILITÀ
In Italia sono arrivati presto i tempi della dimenticanza. L’odio e la persecuzione razziale operata dal regime fascista occupa un posto limitato nella memoria storica e giuridica del nostro paese. Nel ’45 migliaia di fascisti vengono espulsi dall’industria e dall’amministrazione pubblica, ma presto, per ragioni di “ripresa politica ed economica” si concedono amnistie diffuse. I crimini commessi contro la popolazione ebraica rimangono impuniti. Dopo un primo bisogno di fare i conti col passato, segue un lungo periodo di amnesia, sorretto dal mito di una nazione costruita sui valori della Resistenza. La responsabilità dei crimini commessi viene quasi interamente ribaltata sui nazisti.
Come ha detto Liliana Segre, in Italia “gli armadi della vergogna non si sono mai aperti. C’è un presidente della corte costituzionale che ha preso parte attiva nella emanazione delle leggi razziali… ora hanno tolto il busto ma verrà forse rimesso.”(11)
E inoltre: “In Italia all’indomani della Liberazione quasi tutti i funzionari fascisti hanno mantenuto i loro incarichi ministeriali. “(12)

Giuliana Tedeschi ricorda che ai fascisti hanno ridato subito cattedra e stipendio, a lei ci sono voluti più di due anni per ottenere la cattedra di ginnasio superiore. (13)
Anche in Francia, da dove più di 75.000 ebrei sono stati deportati nei campi di sterminio, è prevalsa la rimozione, l’antisemitismo nazionale è stato a lungo taciuto.
Nel ’56 esce il film Nuit et Brouillard di Alain Resnais, Notte e nebbia, un cortometraggio di 32 minuti, basato sulle riprese girate dalle forze alleate al momento della liberazione dei lager, le stesse dei film di Hitchcock e di Billy Wilder, alle quali Resnais alterna però lo sguardo presente. Autore della sceneggiatura è Jean Cayrol, scrittore e poeta francese che prende parte alla Resistenza, e nel ’43 è deportato a Mauthausen. È il primo documentario sull’orrore dei lager ad avere, per quanto ridotta, una circolazione nelle sale europee. Lo stesso anno in Italia arriva al Festival di Venezia. Ma prima ancora il film viene bloccato dalla censura francese perché vi compare un’immagine scattata nel campo di Pthiviers, dove sono ammassati ebrei, si vede il Kepi di un poliziotto francese, immagine che prova la complicità dei francesi nello sterminio. Il film circola solo nei cineclub fino al 1960 e fino al 1997 mutilato dell’immagine incriminata.

La narrazione promossa da de Gaulle a partire dal 1944, e fatta propria ancora da Mitterand, secondo cui quasi l’intera nazione francese è stata unita nella resistenza all’occupazione nazista, ad eccezione di alcuni disonorevoli traditori, ha reso difficile riconoscere il ruolo dei funzionari, poliziotti e gendarmi francesi nella “Soluzione finale”.(14)
Anche il film Le Chagrin et la pitié (Il dolore e la pietà) di Marcel Ophüls, del 1969, riguardante il rapporto dei francesi col nazismo, solleverà le stesse polemiche, scoperchiando la mitologia di una nazione compatta contro l’occupante.
Ci vorranno decenni perché la documentazione filmica dei lager giunga al pubblico, molte foto scattate dalle truppe alleate nei lager vengono invece diffuse dai media sin dal 1945.
In Italia, nell’immediato dopoguerra, escono diversi libri di deportati, anche di deportati politici.
Se questo è un uomo di Primo Levi esce nel 1947 (Casa Editrice De Silva).

Levi aveva iniziato a scriverlo ad Auschwitz, “avevo cominciato in Lager stesso (…) io scrivevo –ha spiegato-, sapendo benissimo che rischiavo, perché era considerato spionaggio scrivere, e che comunque non avrei potuto salvare quegli appunti. Affermando anche: Io sono ritornato con l’impressione di essere sopravvissuto allo scopo di scrivere, cioè che in qualche modo il desiderio, il bisogno di raccontare queste cose mi avesse aiutato a tener duro…” (15)
Appena tornato a Torino, Levi avverte infatti l’esigenza di parlarne, in casa, ad amici, familiari, a sconosciuti e trova ascolto.
Levi parlava con tutti, anche in treno, raccontava tra passeggeri mai visti prima ciò che aveva vissuto e tutti lo ascoltavano.
“Ricordo con precisione di aver fatto dei viaggi in treno, subito dopo il mio ritorno nel novembre-dicembre del ’45, in mezzo a gente che non conoscevo e di aver raccontato a ruota libera, a rotta di collo, queste mie cose, e francamente non ricordo di nessuno che mi abbia detto non dico di tacere, che si sia distratto.“(16)
Alcuni dei sopravvissuti hanno scritto o testimoniato subito, altri molti anni dopo. C’è stato chi per difendersi ha preferito dimenticare, chi è stato costretto al silenzio.

Edith Bruck, ebrea ungherese, sopravvissuta ai campi di sterminio, insieme alla sorella, tornata in Ungheria, ritrova il fratello, come loro sopravvissuto, che racconta la morte del padre, anche lui deportato, aggiungendo: “È l’unica volta che vi racconto, non voglio mai più parlarne“, e così è stato. Ma anche per lei, che al contrario voleva ricordare, è difficile. “La cosa più triste, più tragica, è che nessuno ci ha ascoltato, non volevano che parlassimo di ciò che era accaduto, la motivazione era ‘anche noi abbiamo avuto la fame, anche noi abbiamo sofferto’, anche in famiglia, con mia sorella maggiore, ci hanno chiuso la bocca, non si poteva parlare, niente, assolutamente, silenzio.” (17)
Ovunque prevaleva il rifiuto, non c’era la disponibilità all’ascolto. Come ha spiegato Liliana Segre, ricordando il clima nell’Italia al suo ritorno:
“Nel mondo che mi circondava era impossibile parlare di lager. Il Nord Italia aveva subito 5 anni di bombardamenti, la Guerra civile, l’occupazione nazista. La gente voleva ballare, divertirsi, nessuno voleva sentire parlare di guerra, di Auschwitz.” (18).
La gente voleva tornare alla vita. Nell’immediato dopoguerra c’era la necessità di voltare pagina. Molti dei sopravvissuti, non solo in Italia, hanno iniziato a testimoniare molti anni dopo.
Anche Goti Bauer, una tra le più autorevoli testimoni della Shoah italiana, racconta la difficoltà di trovare ascolto:
“Il nostro più grande desiderio, il nostro bisogno, era dire a tutti quello che ci era successo, ma ci siamo subito accorti che le persone non volevano credere e non volevano più sentir parlare di tristezze, perché anche qui avevano sofferto per la guerra… ‘Basta adesso non parliamo più di dispiaceri.’ …all’inizio non abbiamo parlato perché non volevano ascoltarci.”(19) La testimonianza per lei è iniziata nel ’92.
Elisa Springer ebrea austriaca, arrestata a Milano nel 1944 e deportata ad Auschwitz, poi nel campo di Bergen Belsen dove ha conosciuto Anna Frank (20), ricorda la difficoltà di parlare della terribile esperienza nei lager. Nel 1946 si trasferisce col marito in Puglia dove stenta a comunicare e ad integrarsi in un mondo che non sa nulla della Resistenza né della guerra, malgrado qualche bombardamento, soprattutto dove nessuno vuole sapere alcunché del suo passato di deportata nei lager.


Anche Settimia Spizzichino (21), una ragazza esuberante che “se ne infischiava” delle leggi razziali, “io a Roma andavo a bermi il caffè dove volevo, anche fuori dal ghetto,” sopravvissuta all’Olocausto, ha il desiderio di raccontare, ma nei primi anni è frenata dalla paura che la sua testimonianza porti ancora più dolore a chi intorno a lei è sopravvissuto e cerca di ricominciare. “E tu come hai fatto a sopravvivere? Ti sei venduta? ” Tale è l’ignoranza sui campi di sterminio negli anni dopo la guerra.
Insieme alla difficoltà di raccontare la devastante esperienza vissuta, a dissuadere dal parlare è stata appunto la sordità a lungo incontrata, come ha spiegato Liliana Segre:
“Ho affrontato anni da disadattata, disperata di essere viva sentendo che la banalità dell’esistenza non poteva accogliere l’enormità di quanto avevo subito.”(22)
A questo proposito, Simone Veil, ebrea francese sopravvissuta alla Shoah, prima donna Presidente del Parlamento europeo, scrive:
“Si sente dire spesso che i deportati hanno voluto dimenticare e hanno preferito tacere. Ciò è probabilmente vero per qualcuno, ma non per la maggior parte di essi. Per quanto mi concerne, per esempio, sono sempre stata disposta a parlarne, a testimoniare. Ma nessuno aveva voglia di ascoltarci. (…) È vero che la stupidità di alcune domande, i dubbi che talvolta venivano avanzati sulla veridicità dei nostri racconti o, al contrario, le domande ‘golose’ di coloro che desideravano dei racconti ancora più orribili della realtà per soddisfare un’immaginazione sadica e avida di elementi sensazionali, ci hanno portato ad essere prudenti (…).” (23)
L’insensibilità, l’indifferenza, l’incapacità di ascoltare, di comprendere, hanno a lungo prevalso.
Nei programmi televisivi riguardanti sopravvissuti all’Olocausto trasmessi nei decenni passati, si avverte talvolta da parte degli intervistatori uno sguardo attento, probabilmente più critico e consapevole rispetto a quello di oggi, ma anche di maggiore distanza. Come se a prevalere fosse l’esigenza di obiettività nel porsi verso i testimoni, quasi a scrutarne le reazioni, le espressioni. Dall’altra parte, nei testimoni, c’è forse un certo controllo, la percezione in qualche modo che il proprio discorso verrà sottoposto all’esame di chi si ha di fronte. Con l’esperienza è stata elaborata nei testimoni una maggiore consapevolezza nel racconto, e col tempo negli interlocutori un atteggiamento di maggiore empatia.

Se questo è un uomo di Primo Levi, definita una delle più importanti, se non la più importante opera testimoniale sui campi dello sterminio nazista (24), malgrado la difficoltà iniziale ad essere pubblicato e diffuso, oltre ad essere uno fra i più bei libri della letteratura europea nata nei lager, diventa punto di riferimento nazionale e internazionale per lo studio sulla Shoah.
Come coscienza critica della deportazione, Primo Levi costituisce un termine di confronto o rimando anche per altre testimonianze.
Ruth Kluger, ebrea austriaca sopravvissuta all’Olocausto, emigrata poi con la madre negli Stati Uniti, che mantiene un atteggiamento critico sia verso la Germania che verso il paese d’adozione, dove pregiudizi ed emarginazione non sono terminati nel dopoguerra, nel suo volume di memorie, Vivere ancora, in riferimento al “disconoscimento, al rifiuto dell’esistenza del prigioniero, del suo diritto ad esserci” da parte dei nazisti, cita Levi, “Primo Levi l’ha descritto nel suo libro Se questo è un uomo”, e riconosce in lui il “sentimento di sé di un europeo adulto e compiuto, con una salda patria spirituale nel razionalismo, e una salda patria geografica in Italia” (25).
Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e i salvati, opere che Levi ha dedicato al tema della Shoah e alla propria esperienza nel lager, sono ritenute opere cardinali del Novecento letterario. Pur distinte fra loro per l’emergere del valore della testimonianza, o del racconto, dell’acutezza di analisi e nella traduzione dell’intraducibile dell’orrore, sono opere di grande rigore e profondità di sguardo nella forza evocativa e nella tragica nitidezza della sua riflessione.
La scrittura di Primo Levi è per certi aspetti straniante, un continuo richiamo all’attenzione, un appello a guardare e cogliere l’abisso della Shoah.

Sull’annientamento spirituale e fisiologico, l’annullamento della personalità umana, in Se questo è un uomo, scrive: “La nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo(… ) Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli (…) Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di far sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.“
Eppure, nella stessa opera, ci sono momenti in cui riserva all’inumano della vita nell’universo concentrazionario un respiro lirico:
“Con tutte le nostre forze abbiamo lottato perché l’inverno non venisse. Ci siamo aggrappati a tutte le ore tiepide, a ogni tramonto abbiamo cercato di trattenere il sole in cielo ancora un poco, ma tutto è stato inutile.(…) stamattina è inverno.“
Mantenendo costantemente un’estrema lucidità e concretezza:
“In qualunque momento del giorno ci accada di prestare ascolto alla voce di nostri corpi, di interrogare le nostre membra, la risposta è una: le forze non ci basteranno. Tutto intorno a noi parla di disfacimento e di fine.”
In una denuncia pacata e netta, nella Tregua, cogliendo l’indole nazista, rivolge l’accusa con precisione da intaglio. Come a proposito dei magazzini degli ex Lager e delle infermerie e farmacie tedesche abbandonate, le cui scorte “erano frutto di precedenti saccheggi condotti dai tedeschi in tutte le nazioni d’Europa“.
O in riferimento alla ritirata tedesca, quando tutti gli edifici “erano stati sottoposti a una devastazione e spoliazione tedescamente meticolosa: le armate germaniche in fuga avevano asportato tutto quanto era asportabile: i serramenti, le inferriate, le ringhiere, gli interi impianti di illuminazione e riscaldamento, le tubazioni dell’acqua, perfino i paletti del recinto. Dalle pareti era stato estratto fin l’ultimo chiodo. Da un raccordo ferroviario adiacente erano stati divelti i binari e le traversine(…) Piu di un saccheggio, insomma: il genio della distruzione, della controcreazione, qui come ad Auschwitz; la mistica del vuoto, al di là di ogni esigenza di guerra o impeto di preda“.
E ricorda i russi liberatori, che entrano ad Auschwitz il 27 gennaio 1945 e il loro senso di vergogna di fronte allo scempio dei lager:
“Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche(…) Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”.
Primo Levi viene arrestato in Val d’Aosta nel dicembre del 1943 insieme ad altri componenti di una banda partigiana. Fra loro Luciana Nissim Momigliano, deportata insieme a Primo e Vanda Maestro nel febbraio del ’44 ad Auschwitz.

Grazie all’intuito, al momento della rasatura dei capelli, Luciana afferma di essere medico e questo le salverà la vita, dopo un mese di quarantena viene trasferita all’ospedale femminile del campo.
Luciana Nissim Momigliano scrive nel ’46 la propria testimonianza, in cui ricorda momenti spaventosi dell’arrivo in massa di ebrei ungheresi:
“Gli ungheresi non capivano nulla: stavano ordinati in fila davanti ai crematori (…) dovevano aspettare perché erano troppi, e le camere a gas non erano abbastanza grandi (…) aspettavano, e non capivano che quel fumo e quelle fiamme erano quanto restava dei loro parenti ed amici, aspettavano pazientemente che venisse il loro turno di morire. Quando l’afflusso dei trasporti fu davvero troppo grande per la possibilità dei crematori esistenti, le SS fecero scavare in una località vicina delle grandi fosse, dove la gente, appena stordita da un po’ di gas, veniva bruciata viva (…)” (26)
Ida Marcheria (27), triestina trasferitasi a Roma nel dopoguerra, ha scritto questo testo tra i suoi libri di memorie, una invettiva contro l’amnesia tedesca:
“Non dicano, oggi come allora, che non sapevano.

Vedevano ad Auschwitz il fumo dei crematori, l’odore di carne bruciata è stato nell’aria per anni. Ci vedevano, miserabili relitti umani, lungo le strade del loro paese. Molti campi di sterminio erano vicini a città importanti. Abbiamo lavorato da schiavi nelle loro fabbriche, in quelle famose allora e famose ancora oggi. Hanno indossato i nostri vestiti, hanno camminato con le nostre scarpe, guardato l’ora sui nostri orologi, scritto con le nostre penne…sapevano, tutti sapevano.
I miei genitori, i miei nonni, i miei fratelli, cugini, zii. Tutti sono andati in fumo. E quanto e quale potrebbe essere il risarcimento per la mia adolescenza rubata, per le mie sofferenze. Per la mia salute minata, per le mie notti insonni, per il furto dei miei sogni, per il regalo dei miei laceranti incubi.
Perché ogni notte io torno a Birkenau.
C’è anche chi afferma che è giunto il momento di perdonare.
Io non posso perdonare. Non perdonerò mai.“
Sono tanti i sopravvissuti italiani che negli anni hanno testimoniato la Shoah, le cui voci restano vive negli studi, nelle ricerche, negli archivi di storia.
A loro, e a tutti quelli che invece non sono tornati, abbiamo dedicato il nostro contributo, consapevoli che l’esercizio della memoria non si esaurisce in un giorno. Come diceva Primo Levi, “la memoria è un dovere“.
Solo molto più tardi, e a poco a poco, alcuni di noi hanno poi imparato qualcosa della funerea scienza dei numeri di Auschwitz, in cui si compendiano le tappe della distruzione dell’ebraismo d’Europa. Ai vecchi del campo il numero dice tutto: l’epoca d’ingresso al campo, il convoglio di cui si faceva parte, e di conseguenza la nazionalità. (…) Primo Levi, Se questo è un uomo

NOTE:
1. Giuliana Tedeschi, C’è un punto della terra… Una donna nel Lager di Birkenau, La Giuntina, 1988, p.11. Giuliana Fiorentino Tedeschi (Milano, 9 aprile 1914 – Torino, 28 giugno 2010) è stata una scrittrice e superstite dell’Olocausto italiana, autrice di memorie sulla sua esperienza di sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz. Si sposa con l’architetto Giorgio Tedeschi, trasferendosi nel 1939 a Torino, luogo d’origine del marito. Qui l’8 marzo 1944 Giuliana è arrestata con il marito e la suocera, Eleonora Levi, le loro due bambine vengono fortunosamente messe in salvo dalla fedele domestica.
2. Daniela Padoan, Come una rana d’inverno Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, Bompiani, 2004, p.88.
3. Enrico Mentana e Liliana Segre, La memoria rende liberi, Rizzoli, 2015, Introduzione di Enrico Mentana, pp. 9 e 19.
4. Daniela Padoan, op.cit. p.67. Agata (Goti) Herskovits Bauer (29 luglio 1924) è una superstite dell’Olocausto e scrittrice italiana, autrice di memorie sulla sua deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz e attiva testimone della Shoah italiana. Nasce a Berehove (centro culturale della minoranza ungherese in Ucraina, allora in Cecoslovacchia) il 29 luglio 1924, da famiglia ebraica. Il padre è di origine polacca, la madre di origine cecoslovacca. La famiglia dal 1929 risiede a Fiume, allora italiana. Goti viene arrestata il 2 maggio 1944, con i genitori e il fratello Tiberio, a Cremenaga (Varese), mentre cercano di attraversare il confine italo-svizzero con documenti falsi: arrivati al confine, sono traditi da coloro che li avevano aiutati a cercare di fuggire dall’Italia. Detenuti prima nei carceri di Ponte Tresa, Varese, Como e infine nel San Vittore a Milano, vengono fatti viaggiare dal binario 21 della Stazione di Milano Centrale verso il campo di transito di Fossoli, per poi essere deportati nel campo di concentramento di Auschwitz, dove giungono il 23 maggio 1944. Da Auschwitz Goti è trasferita a Wilischtahl nel novembre 1944, e quindi al campo di concentramento di Theresienstadt, dove si trova al momento della liberazione il 9 maggio 1945. Sarà l’unica della famiglia a sopravvivere.
5. Lucia Borgia, Il veleno di Auschwitz, in Primo Levi a cura di Mario Barenghi, Marco Belpoliti e Anna Stefi, Marcos y Marcos, 2017 p.89.
6. Tutti i territori occupati dall’Italia divennero un sicuro rifugio per gli ebrei che fuggivano dalle persecuzioni tedesche. Dopo le occupazioni del novembre 1942, migliaia e migliaia di ebrei francesi che vivevano nella Repubblica di Vichy si rifugiarono nei territori presidiati dalla Quarta Armata: si calcola che furono circa l’80% degli ancora 300.000 israeliti rimasti in Francia. A Lione il comandante della Quarta Armata, fece liberare gli ebrei internati; ad Annecy un reparto italiano assediò una caserma nella quale erano tenuti prigionieri alcuni ebrei, ottenendo la loro liberazione; dopo l’armistizio, migliaia di ebrei seguirono la Quarta Armata in Italia. Subito dopo l’8 settembre lo stesso Eichmann si precipitò con i suoi uomini in Costa Azzurra, ma fu beffato: la polizia italiana aveva infatti distrutto gli elenchi degli ebrei.
7. Enrica Jona (Asti, 11 febbraio 1910 – Asti, 24 agosto 2000), allontanata dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali (1938), viene arrestata ad Asti il 25 maggio 1944; due giorni dopo avviene l’arresto dei genitori. Imprigionata a Torino e a Milano, viene poi trasferita al campo di transito di Fossoli; di qui è inviata ad Auschwitz il 26 giugno 1944, venendo poi immatricolata a Birkenau. Trasferita a Ravensbrück e Neustadt-Glewe, viene liberata durante l’evacuazione da quest’ultimo Lager. Nel febbraio del‘’46, tornata ad Asti, affida al giornale locale “Il Cittadino”, la propria testimonianza di sopravvissuta alla Shoah, quando ancora sono poche le voci a farlo.
8. La pellicola rimane sepolta per decenni nei depositi dell’Imperial War Museum di Londra e non viene mostrata al pubblico che negli anni ottanta. Incompleta per via di materiale danneggiato, è presentata infatti nel 1984 al Film Festival di Berlino col titolo Memory of the Camps. Nel 2014 il film, dopo essere stato restaurato, è stato ripreso dal regista André Singer (Night Will Fall).
9. Subito dopo la liberazione dei campi di concentramento, molti civili tedeschi vengono costretti a visitarli, a seppellire i cadaveri o a riesumarli dalle fosse comuni. Ma la campagna di denazificazione in Germania, avviata dagli Alleati, viene dopo poco abbandonato. Vedi il n. XIX di PRIMI PIANI
10. Vedi Incontro con Volker Schlondorff
11. Liliana Segre (10 settembre 1933, Milano) superstite dell’Olocausto e testimone attiva della Shoah, nel 2018 è stata nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Mattarella. Conferenza di Liliana Segre, ospite dell’Usi, Università della Svizzera italiana, a Lugano, del dicembre 2018. (ndr. Il riferimento è a Gaetano Azzariti, presidente della Commissione sulla razza durante il regime fascista, divenuto presidente della Corte Costituzionale dal 1957 al 1961.)
12. Enrico Mentana e Liliana Segre, op.cit. p.221.
13. Daniela Padoan, op. cit. p.164.
14. È Chirac, nel 1995, con riferimento al rastellamento del Velodromo d’inverno (Rafle du Vel’ d’Hiv), a riconoscere la corresponsabilità francese nella persecuzione degli ebrei, poi Hollande, nel 2012, a parlare di un crimine commesso “in Francia, dalla Francia” e infine Macron, nel 2017, a denunciare il ruolo della Francia nell’Olocausto e il revisionismo storico che negava alla Francia la responsabilità del rastrellamento del 1942 e la successiva deportazione di 13 000 ebrei.
15. Lucia Borgia, op.cit. p.87.
16. Ivi p. 90.
17. Vedi Incontro con Edith Bruck
18. Enrico Mentana e Liliana Segre, op. cit. p.173.
19. Daniela Padoan, op. cit. pp.121 e 123.
20. Elisa Springer, L’eco del silenzio, Marsilio, p.72. Elisa Springer, ebrea di origine ungherese (Vienna 12 febbraio 1918 – Matera, 19 settembre 2004) fugge dalle persecuzioni austriache e si rifugia a Milano nel 1940. Qui intraprende l’attività di traduttrice privata. Tradita da una donna, spia fascista, viene arrestata nel 1944. Superstite dell’Olocausto, è autrice di memorie sulla sua esperienza di deportata e testimone della Shoah italiana.
21. Settimia Spizzichino (Roma 1921 – Roma 2000) è stata una superstite dell’Olocausto italiana, unica donna dei 16 ebrei sopravvissuti al rastrellamento del ghetto di Roma. Nel corso degli anni è divenuta una tra le preminenti testimoni della Shoah italiana. Il 16 ottobre 1943 fu deportata insieme alla madre, due sorelle e una nipotina ad Auschwitz Birkenau. Sopravvive alla scabbia, al tifo e a tutte le altre malattie che le iniettano per sperimentare le cure. Settimia sopravvive alla marcia della morte dell’inverno 1945, e poi a una fucilazione di massa, nascondendosi per giorni sotto alcuni cadaveri. Viene liberata il 15 aprile.

22. Enrico Mentana e Liliana Segre, op. cit p.225.
23. Annette Wieviorka, L’era del testimone, Raffaello Cortina Editore, 1998 p.86.
24. Marco Belpoliti, Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda, 2015, p.107.
25. Ruth Kluger, Vivere ancora, Einaudi, 1995, p.108. Ruth Kluger (30 ottobre 1931 Vienna – 6 ottobre 2020 Irvine California) ebrea austriaca sopravvissuta alla Shoah, germanista, è stata docente universitaria a Irvine in California.
26. Luciana Nissim Momigliano, Ricordi della casa dei morti e altri scritti, La Giuntina, 2008, pp.65-66. Luciana Nissim Momigliano (Torino, 20 ottobre 1919 – Milano, 1º dicembre 1998) è stata una pediatra e psicoanalista, partigiana, superstite dell’Olocausto italiana. Rientrata a Torino il 20 luglio 1945, ritrova la famiglia e gli amici e presto anche Primo Levi. Immediatamente rende la propria testimonianza degli orrori cui ha assistito nel racconto Ricordi della casa dei morti, pubblicato già nel 1946 nel volume Donne contro il mostro assieme ad un’analoga testimonianza di Pelagia Lewinska.
27. Ida Marcheria (Trieste, 13 agosto 1929 – Roma, 3 ottobre 2011) è stata una scrittrice, attivista e superstite dell’Olocausto italiana. Nata a Trieste, di famiglia ebraica, originaria dell’isola di Corfù. Nel 1943 la famiglia fu la prima ad essere arrestata a Trieste dai tedeschi, su segnalazione delle autorità italiane. Furono reclusi nel carcere di Coroneo di Trieste e da lì deportati nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Trasferitasi a Roma col marito, dal ’94 ha svolto attività di testimonianza con la pubblicazione di libri di memorie e opera di informazione nelle scuole, dibattiti pubblici e celebrazioni ufficiali.
PIERO MARTINETTI: UN FILOSOFO NEL “GIARDINO DEI GIUSTI” DI MILANO di Maria Cristina Fenoglio Gaddò

Pubblichiamo un testo di Maria Cristina Fenoglio Gaddò su Piero Martinetti, l’unico filosofo tra i docenti universitari italiani a non prestare giuramento al regime fascista.
Maria Cristina Fenoglio Gaddò vive nella casa di Spineto che fu del filosofo Piero Martinetti. Nel 2005 ha conferito una parte della casa per costituire la “Fondazione Casa e Archivio Piero Martinetti onlus”, della quale è Presidente. (1)
Il 6 marzo 2020 il filosofo Piero Martinetti (Pont Canavese, 1872-Castellamonte, 1943) è entrato a far parte del “Giardino dei Giusti” di Milano, fondato e gestito da una associazione di cui fanno parte Gariwo (Gardens of the Righteous Worldwide), il Comune di Milano e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Nell’ambito della rete di “Giardini” creata da Gariwo, il 5 maggio 2023 la prima pianta del “Giardino dei Giusti” dell’IIS “Piero Martinetti” di Caluso è stata dedicata al filosofo.
Come è noto, il concetto di “Giusto” è tratto dal passo del Talmud che afferma che ”chi salva una vita salva il mondo intero”, concetto sul quale è stato costituito lo Yad Vashem a Gerusalemme, che celebra come “Giusti” i “gentili” che durante la Shoah hanno salvato vite ebraiche. Gariwo ha voluto estendere il concetto di “Giusto” dalla Shoah a tutte le forme di persecuzione, di dittatura, di genocidio.
Piero Martinetti, filosofo metafisico, docente di filosofia teoretica all’Università di Milano dal 1906 al 1931, visse in uno dei periodi più bui del Novecento e si oppose con la forza dell’esempio tanto alla dittatura fascista quanto alle famigerate “leggi razziali” del 1938.
Le motivazioni che leggiamo nella pratica relativa al suo inserimento nel “Giardino dei Giusti” di Milano sono due: avere rifiutato di prestare il giuramento al regime fascista reso obbligatorio per tutti i docenti universitari nel 1931; essersi rifiutato di compilare il questionario sulla razza imposto dalle “leggi razziali” del 1938 per tutti i soci di qualsiasi tipo di Accademia.
Soltanto 12 professori su 1251 rifiutarono il giuramento del 1931. Soltanto due accademici su centinaia di iscritti alle più svariate Accademie italiane rifiutarono di compilare il questionario sulla razza del 1938: Piero Martinetti e Benedetto Croce.
Il momento del rifiuto al giuramento è il momento più noto e celebrato nella vita di Martinetti e segna lo scontro definitivo con il regime. Il rifiuto alla compilazione del questionario sulla razza è un fatto assai meno noto, venuto alla luce solo in anni recenti grazie alle ricerche di Annalisa Capristo e Andrea Cavaletto prima e poi alla puntuale ricostruzione storica effettuata da Pier Giorgio Zunino (Profilo di Piero Martinetti in: Le carte di Piero Martinetti a cura di Luca Natali, Olschki Editore, 2018) e Luca Natali (La minuta delle lettere di Martinetti all’Indice e la risposta al censimento razziale in: Rivista di Storia della Filosofia, Franco Angeli, n.3, 2022).
Ma questi due momenti, questi gesti di coraggio di fronte alla pavidità dei tanti, non rappresentano degli eventi eccezionali nella vita di Martinetti. Al contrario, si inseriscono in modo assolutamente coerente in un lineare percorso di vita e di pensiero.

Piero Martinetti nasce nel 1872 a Pont Canavese da una famiglia di idee estremamente aperte. Il padre era avvocato, ardente mazziniano e convinto anticlericale. La mamma e la nonna materna erano donne colte, appassionate delle idee dell’illuminismo e avide lettrici di Byron e Voltaire. E’ dunque in questo contesto laico e aperto che si sviluppa la personalità di Piero Martinetti.
Dotato di un precocissimo ingegno e di una straordinaria sensibilità nei confronti dell’ingiustizia e del dolore del mondo, dopo gli studi presso il Regio Ginnasio-Liceo di Ivrea si iscrive alla facoltà di filosofia dell’Università di Torino. Si laureerà nel 1893 con una tesi sul sistema Sankhya, il più antico sistema filosofico dell’epoca prebuddhista, che gli vale il premio Gautieri dell’Accademia delle Scienze di Torino e la pubblicazione. In questo scritto vi è innanzitutto l’idea che la filosofia sia da concepire nel suo fine e valore pratico, nel suo tentativo di rispondere al tema centrale dell’esistenza umana: la continua tensione dell’uomo alla felicità e alla ricerca del proprio perfezionamento morale. In nuce, vi sono già i temi che informeranno la filosofia di Martinetti.
Dal 1894 al 1895 Martinetti sarà a Lipsia, in Germania, per approfondire gli studi sugli amati filosofi tedeschi (in primis Schopenhauer, Kant, Wundt) e perfezionare la conoscenza della lingua. Al ritorno intraprende il lavoro alla “Introduzione alla Metafisica” e nel contempo, vinto il concorso nazionale, inizia a insegnare nei licei. La pubblicazione della “Introduzione alla Metafisica-Teoria della conoscenza” è del 1902 e del 1904 la prima ristampa. L’opera ha una grande risonanza e gli dà immediatamente fama nazionale. Come scrisse Luigi Pareyson (Prefazione a: Piero Martinetti. Funzione religiosa della filosofia, Armando Editore, 1972): “divenne famosissima e magistrale e su di essa si sono formate intere generazioni di studiosi”.
L’”Introduzione alla Metafisica” gli vale la libera docenza e gli apre le porte dell’insegnamento universitario. Nel 1906 viene chiamato alla cattedra di filosofia teoretica dell’Accademia Scientifico-letteraria di Milano (poi Università degli Studi di Milano). La prolusione al suo magistero, “La funzione religiosa della filosofia”, ben sintetizza sia gli assunti metafisici fondamentali della sua opera maggiore sia i suoi propositi di insegnamento, laici e acattolici. Tutta l’opera di Martinetti sarà permeata da una profonda religiosità aconfessionale e anticlericale, una religiosità tesa alla “comunione delle anime”. Le sue lezioni diventano subito popolarissime, soprattutto per il suo alto insegnamento morale e per la sua straordinaria chiarezza.
A Milano Martinetti fonda nel 1920 la “Società di studi filosofici e religiosi”, volta a sollecitare il confronto della “società civile” su temi sia filosofici che di attualità, tramite conferenze tenute da relatori italiani e stranieri. La conferenza tenuta da Martinetti su “Il compito della filosofia nell’ora presente”, che sostiene la supremazia della filosofia sulla politica, è l’occasione per la rottura definitiva con Giovanni Gentile.

Era inevitabile che la centralità del problema morale portasse Martinetti in rotta di collisione con il regime fascista, instauratosi in Italia a partire dal 1922. Martinetti, a differenza di importanti intellettuali italiani come lo stesso Croce, mantenne nei confronti di Mussolini e del suo movimento un parere fortemente critico fin dal loro emergere. La forza utilizzata come strumento del consenso, la violenza nei confronti degli avversari politici erano, ai suoi occhi, segno del prevalere di un carattere nichilista, oppressivo dell’ideale di libertà a cui il filosofo era fortemente legato. Nel “Breviario spirituale”, pubblicato proprio nel 1922, l’anno della marcia su Roma, scriverà:
“Un’opinione oggi molto diffusa celebra come virtù ideale dell’uomo la forza, esalta l’orgoglio dominatore e volge uno sguardo di sprezzo verso la bontà, la mitezza, l’umiltà, che sono soltanto le false virtù dei vinti. Questa dottrina ha assunto sovente, soprattutto nei bassifondi della filosofia giornalistica, forme repulsive ed ignobili: la celebrazione della vita possente si è risolta in un inno alla vita bestiale.”
E’ del 1923 la nomina di Martinetti all’Accademia dei Lincei e la sua immediata rinuncia. Nella lettera inviata al Presidente dell’Accademia, Vittorio Scialoja, scrive: “circostanze pesantissime mi vietano nel modo più reciso di poter accettare.” Le “circostanze pesantissime” altro non erano che la progressiva fascitizzazione dell’Accademia per volontà di Mussolini.
E arriva il momento della prima dura, aperta frizione con il regime. La fama di Martinetti è confermata dal fatto che gli viene conferito l’incarico di organizzare e presiedere il Congresso Nazionale di Filosofia del 1926. Il Congresso è preceduto da azioni velenose, sia da parte clericale che da parte di alcune autorità fasciste, volte a screditare Martinetti. Le pressioni per inserire fra i relatori personaggi vicini al regime e alla chiesa cattolica e ad escludere elementi non graditi sono fortissime. Martinetti non si piega, respinge qualsiasi pressione e conferma l’inserimento fra i relatori di Ernesto Buonaiuti, scomunicato vitando. L’aula del Congresso è infiltrata da elementi fascisti pronti all’azione: quando la parola passa a Buonaiuti scoppia la gazzarra, i lavori vengono sospesi dal Prefetto per motivi di ordine pubblico e immediatamente dopo il Congresso viene sciolto.
In un’atmosfera sempre più difficile Martinetti continua a insegnare, a pubblicare e ad essere riferimento morale per molti, oltre che autorità accademica indiscussa. Del 1928 è la pubblicazione de “La libertà”, il cui messaggio è chiarissimo, a partire dal titolo stesso.
Nella conclusione dell’opera Martinetti scrive:
“L’amore della libertà è l’amore più alto ed universale dell’uomo: egli la cerca sotto tutti i cieli, in tutti i gradi della civiltà, in tutte le forme dell’attività sua: e l’uomo che lotta per la libertà ci riempie l’anima di simpatia e di rispetto (…). Per questo la libertà è anche la condizione indeclinabile di ogni forma di giustizia e di progresso sociale: senza un energico senso della libertà la personalità umana si immiserisce e si degrada: senza libere istituzioni, la prosperità economica e la grandezza politica dei popoli non sono che apparenze senza sostanza.”
E arriviamo al 1931. Con la legge del 28 agosto il regime fascista rende obbligatorio entro novembre per tutti i professori universitari il giuramento di fedeltà al regime, a completamento della formula già introdotta nel 1927 (fedeltà al re e alle leggi). E’ chiaro sin da subito che Martinetti non giurerà. Ispirati da Gentile e dallo stesso ministro Balbino Giuliano ci sono diversi contatti per suggerire a Martinetti di proporre forme diverse di giuramento, che nulla valgono a smuovere il filosofo. Nella sua famosa lettera di rifiuto indirizzata al ministro Balbino Giuliano scriverà:
(…) Ho sempre diretto la mia attività filosofica secondo le esigenze della mia coscienza e non ho mai preso in considerazione, neppure per un momento, la possibilità di subordinare queste esigenze a direttive di qualsivoglia altro genere. Così ho sempre insegnato che la vera luce, la sola direzione e anche il solo conforto che l’uomo può avere nella vita, è la propria coscienza; e che il subordinarla a qualsiasi altra considerazione, per quanto elevata essa sia, è un sacrilegio. (…)
Martinetti non giura, insieme ad altri 11 professori universitari, su 1251: Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Bartolo Negrisoli, Francesco e Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra.
Chi non giura non può mantenere la cattedra: Martinetti viene collocato in pensione e decide di lasciare Milano per ritirarsi nel suo podere di Spineto, una frazione di Castellamonte, in Canavese, da sempre luogo amato di vacanza, di meditazione, di lavoro. L’uomo che si ritira a Spineto ha sessant’anni, è all’apice della sua fama. Lascia tutti gli incarichi ufficiali, compreso quello di direttore della “Rivista di filosofia”. Mantiene il titolo di membro corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino e della Regia Accademia di Scienze e Lettere di Milano, così come sarà sempre l’anima occulta della “Rivista di filosofia” (ne sarà direttore Luigi Fossati e segretario Norberto Bobbio). Nel ritiro canavesano Martinetti rimarrà tuttavia operosissimo, oltre che riferimento per ex allievi e non che ritroveremo poi nell’antifascismo militante. Fra loro Ennio Carando, Ludovico Geymonat, Vittorio Enzo Alfieri.
Nel 1934 pubblica un’opera monumentale, che soltanto il ritiro spinetese gli ha consentito di portare a termine: “Gesù Cristo e il Cristianesimo”. L’opera si fonda su due elementi portanti: la demitizzazione della figura di Cristo e la rivalutazione della sua ebraicità. La storia della Chiesa si divide per Martinetti in due filoni: un filone istituzionale, che ha visto la Chiesa cattolica macchiarsi di crimini orrendi, ed uno spirituale, di cui fanno parte le figure messe ai margini nella storia della Chiesa. Conclude Martinetti:
“La diffusione e il trionfo esteriore non hanno alcuna importanza: soltanto i nostri occhi, acciecati dal mondo, possono indurci a credere che la verità divina possa soffrire delle tenebre che in certi momenti sembrano addensarsi sulla terra. La religione vive nelle anime, non nel mondo: e la luce che risplende in una coscienza pura non conosce tramonti. Quindi essa può guardare con indifferenza le cose del mondo, perché per essa niente veramente accade. L’unica attività vera è l’attività silenziosa dello spirito che si libera dal mondo.”
L’opera verrà immediatamente sequestrata e potrà circolare in Italia solo dopo la Liberazione. Nel 1937 interverrà la condanna del Sant’Uffizio e la messa all’Indice, oltre che di “Gesù Cristo e il cristianesimo”, di altre due opere di Martinetti: “Ragione e Fede” e “Il Vangelo”.
Attentissimo alle vicende europee, Martinetti sente arrivare, sgomento, la terribile ondata di antisemitismo proveniente dalla Germania. Nel 1937 il fascismo dà inizio alla propaganda antiebraica e in quell’anno, in una lettera all’amica Nina Ruffini, Martinetti scrive “Il mondo è così fatto che le tenebre prevalgono sempre: ma la luce non si spegne mai completamente (…) Questo è lo stato di cose che spiega le persecuzioni, le inquisizioni ecc e che quando giunge all’apogeo è qualche cosa di spaventoso”.
Nel luglio del 1938 viene pubblicato sul “Giornale d’Italia” il cosiddetto “Manifesto della razza” e il 9 agosto il ministro dell’educazione nazionale Giuseppe Bottai rende obbligatorio per il personale docente e non docente di tutte le Università e per i membri di tutte le Accademie italiane il “questionario sulla razza”. Come socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino e dell’Accademia di Scienze e Lettere di Milano, Martinetti riceve due questionari. Li respingerà entrambi. Nella lettera al Presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino scriverà in modo secco: “Le respingo il questionario ricevuto, al quale mi rifiuto di rispondere. Col dovuto ossequio. Piero Martinetti”.
Come ricordato più sopra, oltre a Martinetti, solo Benedetto Croce rifiutò la compilazione del questionario. Una pagina drammaticamente buia nella storia dell’Università e delle Accademie d’Italia.
La posizione di Martinetti è chiarissima. Ma dal rifugio spinetese Martinetti non ha più alcuna possibilità di far giungere la sua voce. Riuscirà artatamente a inserire in un saggio su Schopenhauer pubblicato nel 1940 sulla “Rivista di filosofia” una frase di condanna, che provocherà la sospensione per un anno della pubblicazione della “Rivista”: “la schiavitù ha fatto di nuovo oggi, sotto mutato nome, la sua apparizione e ha trovato i suoi apologisti. Che cosa è la teoria delle razze inferiori se non un appello al ritorno della schiavitù?”
Come scrive Andrea Tagliapietra ne “Il pudore dei Giusti” (Libreria Editrice Cafoscarina, Venezia, 2022): “Non sarebbe troppo azzardato affermare che la forza dei Giusti, il potere che essi riescono ad esercitare sul destino del mondo, si concentrano proprio in quello che potremmo chiamare il loro pudore, cioè nella vita nascosta, silenziosa e inapparente, che essi conducono, nella loro avversione strutturale ad ogni forma di spettacolo, ossia di dominio spettacolare”.

Sappiamo che nel ritiro spinetese Martinetti silenziosamente si adopera, tramite l’amica Nina Ruffini, perché il dottor Schiffer, di ascendenza ebraica, possa continuare ad esercitare la sua attività di medico a Castellamonte. Ed è in questo suo appartato operare che si inserisce un bellissimo episodio che riguarda una sua ex allieva, Anna Fargion.
Anna Fargion (Milano, 1902-1997), appartenente ad una famiglia ebraica cosmopolita, si era laureata nel 1929 con Piero Martinetti con una tesi su “Il concetto di libertà in Schopenhauer” ed era sempre rimasta molto legata a quello che chiamava “il mio Maestro”. In seguito alla legge fascista del 9 dicembre 1926, che aveva escluso le donne dall’insegnamento nei licei e negli istituti superiori di molte materie, fra le quali la filosofia, Fargion, che parlava correntemente più lingue, decise di prendere l’abilitazione per l’insegnamento della lingua inglese. Il sopraggiungere delle “leggi razziali” vede il fratello di Anna, Ruggero, già emigrato in Iran e la sorella, Perla, sposata in Francia, a Marsiglia, mentre coglie Anna e la madre Matilde ancora a Milano. Privata della possibilità di lavorare e su pressione dei fratelli decide di riparare all’estero con la madre. La Questura, tuttavia, darà alla madre un permesso di espatrio temporaneo per visitare la figlia a Marsiglia ma non concederà ad Anna il visto di espatrio. La madre parte e Anna, ottima sciatrice, decide di fuggire con gli sci tramite la Val di Susa. Non prima, però, di andare a salutare il “Maestro”. Anna giungerà a Spineto in un giorno dell’inverno 1938, sarà ospitata da Martinetti e ripartirà il giorno successivo per raggiungere Clavière, da lì la Francia e poi, con la madre, sarà per un anno a Londra. Unitamente alla madre Matilde sarà oggetto di un provvedimento di espulsione da parte dell’Inghilterra e partirà con lei alla volta dell’Iran, raggiungendo Ruggero. Rientrerà in Italia nel 1948.
Fedele al “pudore dei Giusti”, Martinetti non parlerà mai di questo episodio, che riemerge solo ora grazie ai ricordi di due nipoti di Anna Fargion.
Ancora Tagliapietra ne “Il pudore dei Giusti”: “L’ospitalità è, quindi, sia un luogo (…) sia l’atto perfetto del prendersi cura, ovvero quell’estendere “la mia responsabilità per l’altro uomo”, scriveva Lévinas commentando il Talmud, “fino alla responsabilità per la propria responsabilità””.
Martinetti morirà a Spineto il 23 marzo del 1943. Come ebbe a scrivere di lui Norberto Bobbio in “Italia civile” (Lacaita Editore, 1964):
“La limacciosa fiumana dei tempi in cui visse non riuscì a smuoverlo di un millimetro. Ed è per questo che ora riemerge da tante macerie. E chi provi ad andargli incontro, lo trova ancora fermo e ritto al suo posto”.
1. La famiglia Scavini di Rivarolo Canavese, a sua volta, ha conferito alla Fondazione tutto l’archivio privato di Piero Martinetti, affidatole dalla sorella del filosofo nel 1952. Gli obiettivi della Fondazione sono quelli di promuovere la conoscenza del pensiero e dell’opera di Piero Martinetti e di stimolare e sviluppare gli studi nel campo della filosofia, dell’etica, della libertà di pensiero e dei diritti umani. Nel 2017 l’insieme archivistico della Fondazione ha ricevuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo il riconoscimento di “Archivio storico particolarmente importante”.
Per approfondimenti: Fondazione Casa e Archivio Piero Martinetti
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