XXVII – ROSETTA LOY

Numero XXVII – Gennaio 2023



Sommario:



ROSETTA LOY, UNA SCRITTRICE E LA SUA STORIA di Anna Albertano

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Dimenticare l’orrore delle persecuzioni antisemite di questo secolo e il suo spaventoso finale può essere molto pericoloso. È come essere miopi e buttare via gli occhiali.   Rosetta Loy

Dedichiamo questo numero a Rosetta Loy, autrice che volevamo incontrare e che purtroppo non abbiamo fatto in tempo a raggiungere, è scomparsa il 1° ottobre 2022, all’età di 91 anni.

Annoverata fra gli scrittori della “Generazione degli anni Trenta”, comprendente autori molto diversi fra loro, nati nel quarto decennio del XX secolo, Rosetta Loy ha vissuto gli anni del fascismo, del secondo conflitto mondiale e del dopoguerra ed è stata tra i protagonisti del panorama culturale italiano degli ultimi cinquant’anni.                                                                                          

Ci interessavano insieme alle sue opere la sua figura, con la propria storia e le proprie scelte, un percorso biografico e letterario ricco di incontri con artisti, scrittori e critici.  

Nata a Roma il 15 maggio 1931, è l’ultima di una famiglia di quattro figli, ha due sorelle e un fratello. Il padre è un ingegnere piemontese, la madre romana, lavora nella capitale, la solarità nel sorriso e la riservatezza nei modi traducono bene l’equilibrio fra i due elementi. L’autrice amava Roma, viveva nella sua casa immersa nel verde, ma era forte, forse accresciuto nel tempo, il legame con la terra d’origine del padre e per suo espresso desiderio è stata tumulata nella tomba di famiglia paterna a Mirabello Monferrato. Cresciuta in un contesto familiare altoborghese cattolico, abita in un prestigioso palazzo e va a scuola dalle suore, se ne allontana negli anni giovanili. Nel 1955, dopo una lunga frequentazione, Rosetta Provera sposa Peppe Loy, fratello minore del regista Nanni, nelle opere adotterà il suo nome. È una scelta di distacco dall’ambiente d’origine che influirà nel proprio orientamento di narratrice. Il marito, che lavora nel mondo del cinema, le fa conoscere la poesia e la letteratura francese. Dal matrimonio con Loy nascono quattro figli e l’unione dura trent’anni, fino alla morte di lui nell’81. Intanto Rosetta, affermatasi come scrittrice, entra a pieno titolo nell’ambiente letterario, con il grande saggista e critico Cesare Garboli inizia una lunga e intensa relazione, che comporta ulteriori elementi di confronto per la propria scrittura.

Rosetta Loy (a sinstra) col fratelli e il padre

La sua vocazione letteraria è stata assai precoce, inizia a scrivere il primo racconto a nove anni, e la determinazione a diventare scrittrice si manifesta tra i 24 e i 25 anni, ma solo a 43 anni pubblica il suo primo libro. Il suo esordio letterario avviene infatti nel 1974, quando grazie all’appoggio di Cesare Garboli, riesce a pubblicare il suo primo romanzo con Einaudi, La bicicletta.



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Ambientato in una grande casa di campagna, ha per tema la vita d’una famiglia dell’alta borghesia italiana negli anni della guerra e del dopoguerra. Natalia Ginzburg, che firma la nota introduttiva, sottolinea nel racconto “una cura amorosa e minuziosa e radunando particolari infimi e leggeri, come di chi contasse sul palmo della mano noccioli di frutta o conchiglie”, cogliendo i suoi protagonisti in un’istantanea fulminante: “I personaggi guardano la realtà come dall’alto di una finestra o d’una terrazza. Non riescono ad afferrarne che gli echi e i lampi… illuminata nei suoi più esatti contorni si delinea così l’inconsistenza di una classe sociale e di una generazione, nutrita di privilegi e di privazioni e viva solo per un avido e fragile desiderio di vivere”.

Segue La porta dell’acqua, del 1976  incentrato sulla solitudine della protagonista, una bambina di sette anni, avvolta dall’asfittica educazione cattolica, e sulla sua governante, Fräulein Anne Marie, figura che tornerà in altre opere. È indubbiamente una prova di maturità di scrittrice.                

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Dal secondo libro trascorrono sei anni prima che venga pubblicata una nuova opera, in parte assorbiti da una crisi depressiva che l’autrice riesce a superare per amore dei figli e grazie all’aiuto del marito, in questi anni collabora alla rivista “Noi donne”. Nel 1981 Peppe muore improvvisamente per infarto.                                                               

L’estate di Letuchè esce nel 1982. Come riporta nell’introduzione Cesare Garboli, “Al centro la storia di una giovane donna attirata da un gruppo di amici che la accoglie, la vuole, la rigetta, la usa… nel gruppo si riflette parecchia sinistra italiana abbagliata da se stessa, illusa da un chimerico protagonismo politico…”

In L’estate di Letuchè, riguardante i movimenti studenteschi sessantottini, c’è un continuo slittamento tra piani temporali diversi, con riferimenti a episodi e stagioni distanti, e i personaggi, i loro atteggiamenti, che valgono più dei loro vissuti, divengono tracce di percorsi che costruiscono una parvenza di trama. Un andamento narrativo che adotterà anche in altre opere e che in qualche modo, per sua stessa ammissione, mette a fuoco la propria ricerca, “Io sono nata allora e non ho ancora una storia.”

Rosetta Loy ha lasciato ormai alle spalle l’ambiente di provenienza, la frequentazione di figure come Natalia Ginzburg oltre che Garboli è probabilmente per lei motivo di riflessione sulle proprie scelte, sul proprio percorso. 

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All’insaputa della notte, un libro di racconti ambientati nell’estate del 1939, esce due anni dopo (1984). Cesare Garboli, che nell’Introduzione a L’estate di Letuchè aveva scritto ”Presente e passato sono entrambi due false pareti. Nessuno dei due tempi tiene l’altro”,  nella Prefazione di quest’opera scrive: “La memoria in Rosetta Loy è sempre una falsa pista… All’insaputa della notte è un libro senza memoria… Il passato, la storia non conta”, mettendo in evidenza un aspetto della sua narrazione, “una ricerca d’identità non solo esistenziale e psicologica ma intellettuale, politica”, ”un bisogno di conoscenza”, aggiungendo una nota essenziale: “Nei romanzi di Rosetta Loy la nostalgia della vita non ha mai fine”.        

È probabilmente dalle parole di Garboli che conosce bene lei e la sua scrittura, avendone seguito l’evoluzione sin dall’inizio, che se ne ricava, per queste opere, il ritratto più calzante. Rosetta Loy nelle sue opere assume la responsabilità del proprio sguardo verso quegli anni, quando era bambina, ne diventa in un certo senso testimone, a posteriori.                                    

Come è stato osservato da più parti, nei suoi romanzi e racconti torna sullo stesso periodo di storia italiana, gli anni più bui del fascismo, le leggi razziali, la guerra e il dopoguerra, anni devastanti, li ripercorre attraverso i protagonisti, persone reali che ha conosciuto o inventate, la loro quotidianità, e dalle cose minute, dai dettagli, procede la narrazione.

Il grande successo di pubblico e di critica arriva nel 1987 con il suo romanzo storico Le strade di polvere. È la storia di una famiglia monferrina, un maestoso affresco, narrato con una scrittura ricca e capace di illuminare con acume un mondo a lei familiare, pur se appartenente a secoli precedenti. Anche in quest’opera c’è una grande casa e l’intrecciarsi di storie individuali con la Storia, nel passaggio di generazioni dalla fine del Settecento agli anni dell’Unità d’Italia.

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Le strade di polvere, che resterà il suo romanzo di maggior successo, vince molti premi, viene tradotto in molti paesi e la fa conoscere nel mondo, rappresenta una tappa diversa. Nel raccontare le vicende di una famiglia che dalla condizione di contadini, alla fine dell’età napoleonica, passa a quella di proprietari di terre ai primi anni dell’Italia unita, l’autrice rivela il legame per il Monferrato, la terra del padre dove ha trascorso sin da bambina le estati, e un legame profondo verso la sua lingua, anche solo negli accenti, un idioma acquisito nel tempo che fa proprio in quest’opera. Le strade di Polvere, nella fitta narrazione è popolato di personaggi dai nomi curiosi, il Gran Masten, il Pidrèn, il Giai, il Mandrognin, lo Scarvé, il Tambiss, il Gerumin, le Munje.                      

Nella quarta di copertina, le parole di Garboli descrivono la sua scrittura “rapida, essenziale, concreta”, Rosetta Loy “come certi scrittori dell’Ottocento, si esalta in quegli argomenti sui quali finiamo sempre col misurare, per abitudine, il talento dei romanzieri: l’amore, la guerra i bambini, la morte”.   

A partire da questo momento, ogni descrizione delle sue opere adotterà o ricalcherà quelle parole, talvolta in modo un po’ fuorviante rispetto al suo stile raffinato e alla sua scrittura per accenni, permeata di rimandi culturali che spesso con brevi impressioni restituiscono il senso di determinate epoche, o anche soltanto dei sommovimenti dell’esistenza.

                                                       

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Sogni d’inverno, del 1992, è un romanzo che copre quasi cinquant’anni, dagli anni Trenta agli anni Settanta, l’inesorabile trascorrere del tempo che “seppellisce sogni ed ideali” dei protagonisti. Un altro libro che si compone di tasselli lontani, di spostamenti temporali e geografici, di fotogrammi di giovani degli anni Cinquanta, generazione di eterni ragazzi, di vicende che a tratti si illuminano e poi ripiombano nell’ombra.

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Alle leggi razziali e all’Olocausto Rosetta Loy, che già in opere precedenti aveva affrontato il tema dell’antisemitismo, negli anni Novanta dedica due importanti libri Cioccolata da Hanselmann (1995) e La parola ebreo (1997).

Il romanzo Cioccolata da Hanselmann narra una storia che dal’inizio degli anni Quaranta si dipana fino al dopoguerra, tra Italia, Svizzera e Francia. Una vicenda che ha per antefatto un pomeriggio negli anni Trenta in una pasticceria di Saint Moritz, e pur nella diramazione e nello sviluppo di eventi che riguardano i diversi personaggi, avanza, avvolgente, su di un’unica trama, una “maledetta memoria”. Vi si ritrova, percorrendo ad esempio la via Canebière a Marsiglia nel ’42, l’atmosfera tesa che si percepisce in quegli anni attraversando altre strade d’Europa. Il terrore della persecuzione e del rastrellamento di ebrei, lo stesso percorso verso il baratro.

La parola ebreo (1997) è un libro in cui convergono la memoria familiare e una scrupolosa ricerca storica. La sua famiglia, cattolica osservante, non aveva aderito al fascismo, ma nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali fasciste, assistette a quanto stava accadendo senza averne coscienza e senza prendere posizione. Rosetta Loy ricostruisce gli anni della sua infanzia e adolescenza, allora frequentava gli istituti religiosi gestiti da suore francesi e in casa aveva un’istitutrice tedesca, Anne-Marie, che non nascondeva il proprio antisemitismo, e col peso di una responsabilità storica e morale, analizza i sentimenti degli adulti nei confronti delle leggi razziali. Accennando ad esempio alle angherie della portiera, Elsa, verso Giorgio Levi, che con la sua famiglia abitava nel loro palazzo, anche se portinaia, in quanto ariana si sente autorizzata ad usare prepotenza verso un “miserabile giudeo”, oppure ricordando persone che frequentavano la sua famiglia, improvvisamente diventate “altre”, scomparse nei campi di sterminio dopo il grande rastrellamento del Ghetto di Roma, compiuto dai nazisti nel 1943. Un libro d’impegno e frutto di un’accurata ricerca d’archivio, un’opera da rileggere in questi tempi di latente antisemitismo, in realtà mai del tutto sopito, e di un senso di responsabilità individuale e collettivo sempre più raro.

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Ahi, Paloma esce nel 2000. In questo breve e intenso libro, che prende il titolo da una vecchia canzone, l’autrice racconta l’agosto del ’43, l’ultima estate dell’innocenza di un gruppo di ragazzi in Valle d’Aosta, sfollati dalle città bombardate. Anche al Grand Hotel Brusson si consumano pasti poveri e sempre uguali. Sono i giorni dei primi innamoramenti, di discussioni e speranze. Poi l’8 settembre scaraventa tutti nel mondo reale. In queste pagine Rosetta Loy torna a quell’estate per ritrovarsi insieme a quei ragazzi in quel frangente, non facile ma in parte inconsapevole dell’imminenza di qualcosa che stava per rovesciarsi sulle loro vite, delle opposte scelte prese di lì a breve da alcuni di loro. Torna indietro per rivedersi in una prospettiva allargata dagli anni trascorsi. Aveva già accennato all’estate valdostana del ‘43 in La parola ebreo per ricordare l’arresto di Primo Levi, sopra Brusson, l’anno successivo, nel 1944. Un modo per aprire e chiudere istantanee o capitoli della vita e vederli con uno filtro diverso.

Nei suoi libri ci sono sempre nomi di città o di località di villeggiatura, non remote ma distanti dal quotidiano, per l’esigenza forse di approntare carte geografiche che contengano anche gli angoli di un’Europa che sta per divampare, a volte per nulla marginali, è il caso di centri del territorio alpino. Il racconto avanza a colpi di partite da tennis, di sentieri di escursioni, e dei vari personaggi, che tornano dal passato reale o immaginario, restituisce le fattezze, gli odori, fuggevoli e perduti, sottraendone ogni sublimazione, ma riuscendo a trasmettere quel senso di fine di un’epoca.

A quei terribili anni torna nel 2004 con il romanzo Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria, il titolo si ispira a un verso di Sylvia Plath. La storia inizia nel 1941 e termina negli anni Sessanta, anche qui in un intarsio di vicende umane e di eventi bellici, il sottofondo è una tragedia che culmina nella strage nazista di Sant’Anna di Stazzema.

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In molti dei suoi romanzi, si ha la sensazione di leggere parti di un’unica opera che ha per scenario la storia di quegli anni, apportando nuovi elementi, in un instancabile recupero di memoria.

Nato come La première main, memoir scritto appositamente per i lettori francesi (Mercure de France, 2007), La prima mano viene pubblicato in Italia nel 2009. La prima mano è quella del padre, che l’ha sempre seguita, sostenuta e amata. Scorrono ricordi lontani, la perdita dell’udito da un orecchio in seguito alla parotite, il suo sguardo di bambina che osserva la guerra che sconvolge il Paese, i bombardamenti e la fame, l’occupazione e le stragi naziste, è nuovamente un modo per ripercorrere anni di vita agiata sullo sfondo del secondo conflitto mondiale.

Seguono due libri diversi, Cuori infranti (2010) riguardante due vicende di cronaca nera, (gli omicidi di Novi Ligure e di Erba) e Gli anni fra cane e lupo 1969-1994 Il racconto dell’Italia ferita a morte (2013), in cui affronta le pagine buie degli attentati terroristici, delle stragi di mafia, dei misteri italiani, ricostruzione intercalata a episodi autobiografici.  

Forse, del 2016 è un’autobiografia. Un libro in forma di diario, che dall’età infantile arriva al suo matrimonio con Peppe, alla morte del padre, alla sua prima figlia. Le pagine finali raccontano anche del set cinematografico in cui lavora il marito, di Yves Montand, Simone Signoret, Alida Valli, di Gillo Pontecorvo.

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Cesare, del 2018, è il suo ultimo libro. Dedicato a Cesare Garboli, che ha avuto grande rilievo nella sua vita privata e professionale, pur riservando pagine sulla loro storia, offre capitoli inediti della vita e dell’opera di un critico folgorante, intellettuale dal carattere impulsivo, figlio a sua volta di un ingegnere, amico di Natalia Ginzburg, Elsa Morante e Federico Fellini, che ha lasciato un segno nella letteratura italiana del suo tempo.

Ha curato per la collana einaudiana “Scrittori tradotti da scrittori” Dominique di Fromentin (1990) e La principessa di Clèves di Madame de La Fayette (1999).                                                                               

Conosciuta e amata in Francia, i fratelli Dardenne le hanno dedicato il titolo di un loro film.

Prende parte al film 1938-Diversi di Giorgio Treves.

Nel 2015 ha esordito come coautrice per ragazzi, insieme alla figlia Margherita, con tre libri sull’arte (Van Gogh, Andy Warhol, Magritte).

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Rosetta Loy e Carlo Cecchi

LA SCRITTURA, LA LETTERATURA, GLI INCONTRI FONDAMENTALI PER ROSETTA LOY a cura di Anna Albertano

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La scrittura

Ho perso l’udito da un orecchio  da piccola, quindi avevo molte difficoltà. Ho iniziato molto presto a leggere, allora ho pensato quando sarò grande scrivo il mio libro… Io ho il vizio della scrittura, un vizio bellissimo, una cosa meravigliosa… L’uso delle parole. (1)

Da bambina, io ero l’ultima di quattro fratelli, ero malaticcia, mi sentivo come messa da parte, come se dovessi farmi accettare. Io sento la metà di quello che sentono gli altri e non sento se mi parlano dalla parte sbagliata, questo ha influito certamente sul fatto di scrivere. Intanto perché mi ha abituata sin da piccolissima a cogliere con gli occhi quello che non coglievo con  le orecchie, quindi io ho una grande attenzione, una grande osservazione degli altri. Poi anche la difficoltà di prendere parte alle conversazioni, anche quando ero bambina o ragazzina, non potevo sempre dire “Che cosa?” “Che hai detto?”. Quindi mi ha  portata a chiudermi in me stessa, a leggere molto e a voler parlare anch’io, a scrivere, così qualcuno a un certo punto mi avrebbe letta. Già allora a 9-10 anni ero molto portata a scrivere e poco alla conversazione. Il mio desiderio di scrivere era visto con ironia, “ma quali sono le pretese di questa ragazzina!” quindi lo facevo quasi di nascosto per non essere presa in giro dai fratelli. Anche se poi mio padre mi regalò una macchina da scrivere, un regalo che ho avuto solo io. (2)

Mi è sempre piaciuto scrivere. Fin da bambina ho avuto questa predilezione. Ti danna e ti salva. (E’)Una parte di me, necessaria come gli occhi o le mani. (3)

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La letteratura

La grande scoperta è stata Proust, La strada di Swann. È come se si fosse spalancato un sipario e io sono passata di là. Ho capito come si poteva guardare il mondo intorno. Questa è stata una scoperta per me straordinaria, perché oltre ad alimentare la fantasia, il desiderio di esprimermi, mi ha dato anche un contatto con quello che c’è intorno a noi, che cosa puoi esprimere. Perché in fondo Proust non è che racconti niente di straordinario, ma è la maniera di raccontarlo. Quello per me è stata la vera rivelazione dell’adolescenza, è quello che mi ha fatto pensare che non avrei voluto far altro che scrivere nella mia vita. (4)    

(La letteratura è) La vita che non finisce. La vita perenne attraverso i libri. Uno scrittore, come Proust, o Joyce, o Stendhal muore, ma i suoi romanzi lo tengono in vita accanto a te. Senti il suo respiro. (5)

Il mio primo libro  

Ho avuto molte difficoltà a pubblicare il primo libro, era la fine degli anni Sessanta, l’inizio dei Settanta, anni in cui si pubblicavano poco le donne. Poi era difficile se uno non era dell’ambiente letterario riuscire a pubblicare. Quando ho pubblicato il mio primo libro avevo già scritto il secondo, La porta dell’acqua. Credevo molto in me stessa.(6)





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Le strade di polvere

Sarà il libro che cambierà la mia vita, ma contrariamente a quello che uno si aspetta, il suo successo mi toglierà quella cieca fiducia in me stessa di quando non ero “nessuno”. E potevo aspirare a essere “tutto“. (7)





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Rosetta Loy con Tullio De Mauro



Gli incontri fondamentali

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Peppe Loy

Peppe Loy

Tra le persone che hanno inciso nella mia vita… la persona che ho sposato, che scriveva poesie e che era anche un fotografo molto bravo, lui era anche un appassionato di letteratura. Non solo mi ha aperto a questi orizzonti sui poeti italiani, da Ungaretti, Saba, Quasimodo, tutta la poesia moderna, ma anche alla letteratura francese, americana. (8)

Un ragazzo. Che si staccava dalla fauna che frequentavo. Credeva nei valori del comunismo. Si occupava di fotografia e di cinema. Si chiamava Peppe, era il fratello di Nanni Loy. Ci mettemmo insieme nel 1949. Mio padre provò ad ostacolare in tutti i modi la relazione. Convinto che le sue idee avrebbero portato scompiglio.
Ma alla fine ce la facemmo. Ci sposammo nel 1955. Siamo stati insieme fino alla sua morte, nel 1981. L’ho amato e l’ho tradito. Ma a lui debbo la mia quiete e la mia forza. A lui debbo i miei quattro figli. A lui che non ha mai chiesto niente debbo molto”.
(9)

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Cesare Garboli

Se devo pensare a persone molto importanti nella mia vita, devo pensare a Cesare Garboli, anche delle volte con degli scontri  caratteriali molto forti e dolorosi, però sicuramente è stato uno che mi ha aperto dei nuovi orizzonti.(10)                                      

Letterariamente Cesare mi diede quasi tutto. Leggeva quello che scrivevo. Si arrabbiava se non ero d’accordo su certe soluzioni. Discutevamo e spesso aveva ragione. (11)

Ci fece incontrare La bicicletta, il mio primo romanzo. Nel 1974 era uscito un estratto su “Paragone”, lui lo lesse e ne parlò con Natalia Ginzburg, che adorava Cesare e teneva in gran conto il suo giudizio. Come scrittrice gli devo molto. Poteva anche offendere, sempre con quel suo modo esuberante: ma cos’è questa porcheria?, cosa ti è venuto in mente, devi rimetterci le mani… (12)

Natalia Ginzburg

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Rosetta Loy, Natalia Ginzburg e Federico Fellini


Un’altra persona che è stata molto importante per me è stata Natalia Ginzburg, lei mi ha insegnato parecchie cose, molto mi ha fatto capire. E poi è strano, le persone che contano nella vita, lì per lì uno non afferra la loro importanza, sembra che sia tutta una cosa che si mescola al resto. Poi invece quando il resto lentamente decade, allora uno si ricorda esattamente quell’insegnamento che lì per lì uno magari non lo voleva neanche accettare, e poi invece era molto importante. (13)

Eravamo due amiche, con un rapporto di grande confidenza. La sua saggezza era sempre lì per me, sapevo che sarebbe bastato tendere la mano e me I’avrebbe data… Lei era umanamente intelligente, molto capace di capire ma anche molto dura. Devo confessare che la sua durezza mi ha ferito più volte. Natalia era una persona di grandissima educazione. Era qualcosa che
aveva nel sangue, veniva da una grande razza, da una grande civiltà familiare. Lei poteva ferire, ma questo non era mai nelle cose pratiche, semmai era un velato rimprovero che riguardava la sfera morale o intellettuale…
Aveva un altissimo senso della giustizia, che andava a scapito della pietà e quindi le dava molta durezza… Su questo abbiamo avuto dei contrasti molto forti, però lei mi ha insegnato qualcosa. Per esempio la forza che viene dalla giustizia, che è legata all’integrità. Noi abbiamo quasi completamente perso il senso dell’integrità, della coerenza profonda. I piemontesi non sono italiani. Sono piemontesi e basta… A un certo punto della mia vita, ho riscoperto queste radici nel
bene e nel male. E certamente le ho ritrovate anche in Natalia. Questo probabilmente ci ha dato affinità istintive del tutto inconsapevoli… Natalia era una donna piena di pudore e di riserbo. Anche per questo andavamo d’accordo
.
(14)


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Note

1) Maurizia Morini, Intervista a Rosetta Loy, “La Clé del Langues” 23-29.5.2001.

2) Daniela Fornaciarini, Intervista a Rosetta Loy, Rete Due, RTSI, 2008.

3) Antonio Gnoli, Rosetta Loy, Nella mia vita ho amato due uomini e la letteratura, “La Repubblica”, 6 Marzo 2016.

4) Rai Cultura 12, 2018.

5) Antonio Gnoli, op. cit.

6) Rai Cultura 12, 2018.

7) Giorgio Ghiotti, “Il Manifesto”, 4.10.2022.

8) 9) 10) Rai Cultura 12, 2018.

11) Antonio Gnoli, op.cit.

12) Simonetta Fiori, Di Garboli mi mancano anche le urla, “La Repubblica”, 17.4.2015.

13) Rai Cultura 12, 2018.

14) Annamaria Guadagni, “L’unità”, 11 febbraio 1996.

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OPERE

Premi e riconoscimenti

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