LINO VENTURA, UN RITRATTO di Luisa Ceretto

Lino Ventura in Ultimo domicilio conosciuto (1969) di José Giovanni

“Se tutti i personaggi che ho incarnato, sfilassero davanti a me, credo che potrei stringere loro la mano senza vergognarmi. Persino nel genere noir esistono film giusti e retti… Non ho mai giocato con il concetto del bene e del male…”  Lino Ventura (*)

Il percorso artistico di Lino Ventura attraversa alcune tra le più belle pagine del cinema francese, dagli anni cinquanta per oltre tre decenni: dal noir al poliziesco, dalla commedia al genere avventuroso, lavorando a fianco di alcuni mostri sacri, come Jean Gabin, Bernard Blier, Gérard Philipe, Simone Signoret. Il suo ingresso nell’universo della settima arte avviene per caso, nel 1953, quando è scelto da Jacques Becker per un ruolo in Touchez pas au grisbi.

Un debutto fortunato, che gli permette di affermarsi rapidamente divenendo, di lì a breve, tra gli attori più richiesti del cinema d’oltralpe.

Lino Ventura allenatore

”C’è un tizio nel film”, dirà Gabin, al termine delle riprese di Grisbì, “che è sorprendente! Di quello lì, sarei stupito se non ne riparlassero” (1)

Sin dai primi passi, Lino Ventura è dotato di un talento straordinario. La sua presenza fisica volto duro, mascella immobile, lo sguardo diretto –, e la sua naturalezza interpretativa lo rendono perfetto per ruoli di uomini forti ma sensibili.

Se ha saputo eccellere nei suoi tradizionali ruoli da duro, inanellando una serie di pellicole di successo, ha anche dato vita a personaggi complessi e profondi, restando sempre fedele ai propri valori. “So bene che un vero attore deve essere capace di recitare qualsiasi ruolo, anche quello più lontano dalla sua natura, e di renderlo credibile. Ma io non riesco a uscire da me stesso neanche un istante, come posso diventare il contrario di ciò che sono? Se provo a farlo, divento subito falso, e recito male. Può darsi che questo sia professionalmente un limite, ma sono fatto così” (2).

Lino Ventura  sceglie con cura ogni singolo progetto, dando vita a oltre settanta personaggi, anche se, in ciascuno di loro, resta  in fondo Lino Ventura. Può trattarsi di un bandito, di un ispettore, di un criminale, di un operaio, di un agente segreto: dietro la maschera di accigliato, sbrigativo, senza scrupoli ma leale, Ventura  non si è mai distaccato da se stesso, dalla sua umanità, mantenendo un assoluto riserbo e pudore, lasciando fuori dal set la propria vita privata e i propri affetti. Distanza che non ha preso neppure dalla sua identità nazionale. Un uomo dal vissuto difficile –  giovane immigrato italiano, giunto con la madre a Montreuil, una specie di “no man’s land”- in un paese, la Francia, dove ha imparato “molto presto ad assumersi la responsabilità in prima persona, e occorreva difendersi”,  che grazie allo sport, ha saputo trovare la propria strada.

Come ricorda nel suo libro di memorie la moglie, Odette,  Lino Ventura si considerava un italiano residente in Francia.

“Parmigiano o parigino?” gli aveva chiesto per la “Gazzetta di Parma”, Maurizio Schiaretti – giornalista e autore della biografia Nella pelle di Ventura (1997) e in seguito di un altro volume, Lino, semplicemente (2007), editato in occasione del trentennale della morte – “la verità è che io mi sento parmigiano, vivo all’estero da molti anni, ma continuo a sentire il richiamo delle radici della terra dove sono nato e cresciuto, a Parma ho trascorso solo l’infanzia, ma quelli sono gli anni che lasciano un segno indelebile. Quando mi prende la nostalgia, debbo tornare qui, forse Parma ha qualcosa di magico, chissà.”

Attore italiano, il più amato in Francia, Lino Ventura ha rifiutato la cittadinanza francese per restare italiano, anzi, parmigiano. Ha sempre amato molto la cinematografia italiana, in particolare il Neorealismo, ha lavorato con Vittorio De Sica, Luciano Emmer, Francesco Rosi, Giuliano Ferrara. Forse avrebbe potuto avere maggiori occasioni, come suggerisce la moglie. Una fedeltà e un affetto verso l’Italia, ma anche verso il cinema e il pubblico, nostrani, forse mal riposti o comunque non adeguatamente ricambiati.

Lino Ventura bambino

Lino Ventura non ha seguito alcuna scuola di recitazione, sul set è semplicemente sé stesso. Innegabile la sua capacità di calarsi nei personaggi, di “stare” sulla scena, un talento purissimo. Unanimi i commenti di chi ha lavorato al suo fianco o lo ha diretto. “Con lui” dichiarerà Alain Delon “il primo ciak era sempre buono. Non aveva nessuna formazione tradizionale, entrava nel proprio ruolo come in un abito”. (3)

Secondo Francis Veber, rispetto al pubblico e alla capacità di sentirne le reazioni,  Ventura doveva aver appreso molto nel suo periodo di lottatore: “il pubblico della lotta è impietoso e Lino ha sicuramente avuto un contatto col pubblico come pochi attori del cinema possono aver avuto, in diretta!”

Claude Lelouch dichiara che sul set Ventura era un metronomo, col senso perfetto del tempo della battuta.

Attento a non farsi imprigionare da un ruolo, reticente verso personaggi negativi, privi di morale, Ventura rifiuta di replicare il successo del Gorille. Per rompere con l’immagine del duro e uscire da un personaggio che rischiava di limitargli le possibilità espressive, Ventura accetta di cimentarsi nella parodia del noir con Les tontons Flingeurs.  In Una donna e una canaglia (La bonne année) di Claude Lelouch, ad esempio, dove Ventura dà prova di sapersi mettere in gioco nel ruolo dell’uomo tutto d’un pezzo. Un film che seppure trasversalmente, è immerso negli umori di un’epoca, siamo alla fine degli anni ’60, in piena contestazione e rivoluzione dei costumi. “Attraverso la vicenda di un eroe fuori dal tempo, come un rapinatore di gioielli, più ancora che raccontare una storia d’amore tra un burbero all’antica, per di più maschilista, e una giovane donna emancipata, il film mette in scena la constatazione da parte del protagonista di patteggiare con una realtà che non riconosce più(…)” “Nei panni di Simon, Ventura rappresenta esattamente l’eroe ‘positivo’ ferito profondamente nell’orgoglio. Scegliendo lui, non soltanto il regista mette a nudo la maschera Ventura, ma fa leva sull’uomo Ventura, che così come al cinema, nella vita, stando ai racconti di Lelouch, difficilmente avrebbe concepito e accettato di tornare dalla propria donna sapendo di essere stato tradito” (4).

Abilissimo nel lavorare in generi diversi, nel passare da registri drammatici a registri comici, se si osserva la sua filmografia non si può che constatare la coerenza e il rigore delle sue scelte. Ciascun titolo, infatti,  delinea, completandolo, il percorso di un artista che ha saputo dirigere il proprio cammino attoriale, componendo una galleria di personaggi ragguardevole. Film che a loro volta per Ventura rappresentano occasioni di incontri professionali che diventano poi amicizie,  da Jean Gabin a Michel Audiard, da Claude Pinoteau a José Giovanni, e soprattutto, Jacques Brel.

Andando a rileggere i nomi dei registi della filmografia di Ventura, l’appartenenza a generazioni anche distanti tra loro è prova ulteriore della vivacità di una certa produzione cinematografica francese.

A partire da Jacques Becker – il regista che ha dato inizio alla sua avventura cinematografica – definito dallo studioso e storico del cinema Aldo Tassone (5), uno dei maestri del cinema postbellico francese, è stato anche “l’anello di transizione ideale tra il cinema classico degli anni Trenta e la Nouvelle Vague, tra il cosiddetto realismo social-populista dei Renoir-Carné-Duvivier-Grémillon e… la generazione dei Truffaut, dei Sautet (6)”, Ventura ha in seguito collaborato con registi fautori del cinema di qualità e tradizione che privilegiano una solida sceneggiatura e di attori noti (esponenti di quel “cinéma de papa” da cui prenderanno le distanze i giovani autori della Nouvelle Vague) come Pierre Grenier-Deferre, o il regista di cappa e spada (famoso per i film dedicati al personaggio di Angelica), Bernard Borderie; o ancora, il regista di origini armene, Henri Verneuil, abile nel mettersi alla prova in svariati generi. Ma si misura anche col maestro del noir Jean-Pierre Melville. In seguito Ventura collaborerà con Claude Pinoteau (che conoscerà una certa notorietà nelle sale italiane negli anni ottanta col  Tempo delle mele).

Lino Ventura con Jean Gabin in Grisbì (1953) di J. Becker

Lino Ventura avrà occasione lungo il suo percorso di lavorare con attori giovani, come Jean-Paul Belmondo, Jeanne Moreau o Isabelle Adjani, esponenti di quel nuovo spirito innovativo che sovvertiva il cinema. Per quanto riguarda la Nouvelle Vague, Ventura, senza saltare quella generazione, vi passerà accanto. Sarà infatti diretto da Louis Malle, regista “inclassificabile” (per citare ancora Tassone), col suo Ascensore per il patibolo, simbolo della Nouvelle Vague ma al contempo capolavoro a sé; a Claude Sautet, un altro grande incompreso o sottovalutato dalla N.V., che esordisce con Asfalto che scotta  interpretato da Lino Ventura. E non vanno dimenticati, naturalmente, Claude Lelouch e Claude Miller (assistente di Jacques Demy e di Jean-Luc Godard) con cui Ventura girerà nel 1981 il potente Guardato a vista.

Nel corso di un’intervista tv nel 1985, aveva appena ultimato Cento giorni a Palermo di Giuliano Ferrara, a Lino Ventura, che nel frattempo ha rallentato un po’ il ritmo lavorativo, viene fatta una domanda su cosa ne pensa del cinema contemporaneo, se ci sia, secondo lui un problema di qualità di sceneggiature: “C’è anche un problema di sceneggiatura, ma c’è anche un altro problema, una sensazione, anche se non riesco a spiegarlo bene, che stia accadendo qualcosa nel cinema oggi. Una mutazione, qualcosa che sta cambiando e deve cambiare, forse, rispetto anche ad un nuovo pubblico, all’affacciarsi di un’altra generazione che è educata e cresciuta con i computer ed è regolata da canoni di una moralità diversa.  Sono un po’ confuso nell’esposizione perché non è chiaro neppure a me, eppure so che sta succedendo qualcosa.  In cosa tutto ciò vada a tradursi non lo so esattamente. La finalità non la conosco, ma so che sta cambiando. Ad esempio non si possono più esprimere certi sentimenti come si faceva prima, fino a qualche anno fa. Gli americani forse lo hanno capito prima di noi, sono andati nella direzione del fumetto…come ad esempio con Indiana Jones e le avventure dell’arca perduta, o dei  film di fiction come Dune o altri. Noi, latini, con i nostri sentimenti, con  i nostri secoli di educazione ebraico-cristiana, non so esattamente verso quale direzione andremo. Spero non si vada nel baratro come sembra sia accaduto al cinema italiano, che è completamente scomparso in questo cataclisma. Quindi è forse questa la ragione per cui non sono molto obiettivo quando mi danno da leggere qualcosa, ultimamente. Per contro, so una cosa: che se domani avessi tra le mani un soggetto di un film d’avventura, cosa molto difficile da fare, ci sarebbero davvero poche persone in grado di scrivere una sceneggiatura in questo momento, a parte José Giovanni; o anche il tema di un grande poliziesco, cosa che è veramente difficile da fare. Non c’è nulla di più facile che realizzare un pessimo film poliziesco, ma un grande film è veramente difficile farlo. Si leggono dei romanzi polizieschi ma non c’è molto… non si riesce più ad attirare il pubblico con certe cose…occorre trovare qualcosa che sia compatto, che abbia un peso , ma non lo trovo. Rispetto alla mia esigenza, mi domando se non sia perché non comprendo o che mi faccio passare a fianco cose che non capisco ancora, non sono rimasto indietro, almeno non lo credo, ma invece forse è così…”

Lino Ventura in “Special Cinéma”, RSI, 1985

“Amo molto Garde à vue, sono molto felice di averlo fatto (…) Ma a proposito della scarsa appetibilità di certe sceneggiature, a proposito di film d’avventura e polizieschi, ho letto un giorno una frase di Pierre Billard (critico, giornalista francese) che ho fatto mia in cui diceva: ‘ a forza di voler fare dei film d’autore sono stati distrutti gli autori’,  mi sembra di un’evidenza e verità incredibili. È ovvio che c’è una generazione di giovani sceneggiatori e registi ma che non possono scrivere un certo tipo di storie, perchè non conoscono la vita, non conoscono gli uomini. Fanno del ‘parisianisme’, non hanno fatto tante esperienze, non hanno vissuto, non hanno sofferto, allora come crede sia possible che scrivano delle storie di uomini? E quelli che invece conoscevano gli uomini poco alla volta spariscono, non ce ne sono più tanti…ecco perché d’un tratto mi sono un po’ isolato come se fossi su un’ isola…se mi chiedessero di girare ad esempio Le avventure dell’arca perduta io mi sentirei totalmente perso, non ci credo, sono un pessimo cliente della finzione, sono troppo cartesiano. Ad esempio su di me i film horror hanno un effetto curioso, mi fanno ridere…dove si andrà finire? Può darsi che José ed io ci ritroveremo entrambi su un’isola a riprendere non so cosa…”(7)

* Lino Ventura in Odette Ventura in collaborazione con Christian Brincourt e Gilles Lambert, Lino. Vita e passioni di un grande attore, Guanda Editore, 1997, pag. 159.

NOTE:

  1.  Jean Gabin in Odette Ventura in collaborazione con Christian Brincourt e Gilles Lambert,  Lino. Vita e passioni di un grande attore, Guanda Editore, 1997, pag. 64.
  2. Lino Ventura, op. cit pag. 93.
  3. Alain Delon, ivi pag. 141.
  4. In G. Zappoli L. Ceretto, A. Morini (a cura di), Nato per sedurre. Il cinema di Claude Lelouch, pag. 133, Le Mani, 2001.
  5. Aldo Tassone è stato direttore oltre che ideatore del Festival cinematografico tenutosi a Firenze, dal 1986 al 2008 “France Cinéma”.
  6. Aldo Tassone in Jacques Becker, Ed.France Cinéma”, pag. 66, 2000.  
  7. Trasmissione tv, “Special Cinéma“, Gros plan sur Lino Ventura,  RSI, 1985.

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