PIERO MARTINETTI: UN FILOSOFO NEL “GIARDINO DEI GIUSTI” DI MILANO di Maria Cristina Fenoglio Gaddò

Spineto-La Fondazione Casa e Archivio Piero Martinetti-Foto di Paola Agosti

Pubblichiamo un testo di Maria Cristina Fenoglio Gaddò su Piero Martinetti, l’unico filosofo tra i docenti universitari italiani a non prestare giuramento al regime fascista.

Maria Cristina Fenoglio Gaddò vive nella casa di Spineto che fu del filosofo Piero Martinetti. Nel 2005 ha conferito una parte della casa per costituire la “Fondazione Casa e Archivio Piero Martinetti onlus”, della quale è Presidente. (1)

Il 6 marzo 2020 il filosofo Piero Martinetti (Pont Canavese, 1872-Castellamonte, 1943) è entrato a far parte del “Giardino dei Giusti” di Milano, fondato e gestito da una associazione di cui fanno parte Gariwo (Gardens of the Righteous Worldwide), il Comune di Milano e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Nell’ambito della rete di “Giardini” creata da Gariwo, il 5 maggio 2023 la prima pianta del “Giardino dei Giusti” dell’IIS “Piero Martinetti” di Caluso è stata dedicata al filosofo.

Come è noto, il concetto di “Giusto” è tratto dal passo del Talmud che afferma che ”chi salva una vita salva il mondo intero”, concetto sul quale è stato costituito lo Yad Vashem a Gerusalemme, che celebra come “Giusti” i “gentili” che durante la Shoah hanno salvato vite ebraiche. Gariwo ha voluto estendere il concetto di “Giusto” dalla Shoah a tutte le forme di persecuzione, di dittatura, di genocidio.

Piero Martinetti, filosofo metafisico, docente di filosofia teoretica all’Università di Milano dal 1906 al 1931, visse in uno dei periodi più bui del Novecento e si oppose con la forza dell’esempio tanto alla dittatura fascista quanto alle famigerate “leggi razziali” del 1938.

Le motivazioni che leggiamo nella pratica relativa al suo inserimento nel “Giardino dei Giusti” di Milano sono due: avere rifiutato di prestare il giuramento al regime fascista reso obbligatorio per tutti i docenti universitari nel 1931; essersi rifiutato di compilare il questionario sulla razza imposto dalle “leggi razziali” del 1938 per tutti i soci di qualsiasi tipo di Accademia.

Soltanto 12 professori su 1251 rifiutarono il giuramento del 1931. Soltanto due accademici su centinaia di iscritti alle più svariate Accademie italiane rifiutarono di compilare il questionario sulla razza del 1938: Piero Martinetti e Benedetto Croce.

Il momento del rifiuto al giuramento è il momento più noto e celebrato nella vita di Martinetti e segna lo scontro definitivo con il regime. Il rifiuto alla compilazione del questionario sulla razza è un fatto assai meno noto, venuto alla luce solo in anni recenti grazie alle ricerche di Annalisa Capristo e Andrea Cavaletto prima e poi alla puntuale ricostruzione storica effettuata da Pier Giorgio Zunino (Profilo di Piero Martinetti in: Le carte di Piero Martinetti a cura di Luca Natali, Olschki Editore, 2018) e Luca Natali (La minuta delle lettere di Martinetti all’Indice e la risposta al censimento razziale in: Rivista di Storia della Filosofia, Franco Angeli, n.3, 2022).

Ma questi due momenti, questi gesti di coraggio di fronte alla pavidità dei tanti, non rappresentano degli eventi eccezionali nella vita di Martinetti. Al contrario, si inseriscono in modo assolutamente coerente in un lineare percorso di vita e di pensiero.

Piero Martinetti nel 1930

Piero Martinetti nasce nel 1872 a Pont Canavese da una famiglia di idee estremamente aperte. Il padre era avvocato, ardente mazziniano e convinto anticlericale. La mamma e la nonna materna erano donne colte, appassionate delle idee dell’illuminismo e avide lettrici di Byron e Voltaire. E’ dunque in questo contesto laico e aperto che si sviluppa la personalità di Piero Martinetti.

Dotato di un precocissimo ingegno e di una straordinaria sensibilità nei confronti dell’ingiustizia e del dolore del mondo, dopo gli studi presso il Regio Ginnasio-Liceo di Ivrea si iscrive alla facoltà di filosofia dell’Università di Torino. Si laureerà nel 1893 con una tesi sul sistema Sankhya, il più antico sistema filosofico dell’epoca prebuddhista, che gli vale il premio Gautieri dell’Accademia delle Scienze di Torino e la pubblicazione. In questo scritto vi è innanzitutto l’idea che la filosofia sia da concepire nel suo fine e valore pratico, nel suo tentativo di rispondere al tema centrale dell’esistenza umana: la continua tensione dell’uomo alla felicità e alla ricerca del proprio perfezionamento morale. In nuce, vi sono già i temi che informeranno la filosofia di Martinetti.

Dal 1894 al 1895 Martinetti sarà a Lipsia, in Germania, per approfondire gli studi sugli amati filosofi tedeschi (in primis Schopenhauer, Kant, Wundt) e perfezionare la conoscenza della lingua. Al ritorno intraprende il lavoro alla “Introduzione alla Metafisica” e nel contempo, vinto il concorso nazionale, inizia a insegnare nei licei. La pubblicazione della “Introduzione alla Metafisica-Teoria della conoscenza” è del 1902 e del 1904 la prima ristampa. L’opera ha una grande risonanza e gli dà immediatamente fama nazionale. Come scrisse Luigi Pareyson (Prefazione a: Piero Martinetti. Funzione religiosa della filosofia, Armando Editore, 1972): “divenne famosissima e magistrale e su di essa si sono formate intere generazioni di studiosi”.

L’”Introduzione alla Metafisica” gli vale la libera docenza e gli apre le porte dell’insegnamento universitario. Nel 1906 viene chiamato alla cattedra di filosofia teoretica dell’Accademia Scientifico-letteraria di Milano (poi Università degli Studi di Milano). La prolusione al suo magistero, “La funzione religiosa della filosofia”, ben sintetizza sia gli assunti metafisici fondamentali della sua opera maggiore sia i suoi propositi di insegnamento, laici e acattolici. Tutta l’opera di Martinetti sarà permeata da una profonda religiosità aconfessionale e anticlericale, una religiosità tesa alla “comunione delle anime”. Le sue lezioni diventano subito popolarissime, soprattutto per il suo alto insegnamento morale e per la sua straordinaria chiarezza.

A Milano Martinetti fonda nel 1920 la “Società di studi filosofici e religiosi”, volta a sollecitare il confronto della “società civile” su temi sia filosofici che di attualità, tramite conferenze tenute da relatori italiani e stranieri. La conferenza tenuta da Martinetti su “Il compito della filosofia nell’ora presente”, che sostiene la supremazia della filosofia sulla politica, è l’occasione per la rottura definitiva con Giovanni Gentile.

Targa a Piero Martinetti nel Giardino dei Giusti di Milano

Era inevitabile che la centralità del problema morale portasse Martinetti in rotta di collisione con il regime fascista, instauratosi in Italia a partire dal 1922. Martinetti, a differenza di importanti intellettuali italiani come lo stesso Croce, mantenne nei confronti di Mussolini e del suo movimento un parere fortemente critico fin dal loro emergere. La forza utilizzata come strumento del consenso, la violenza nei confronti degli avversari politici erano, ai suoi occhi, segno del prevalere di un carattere nichilista, oppressivo dell’ideale di libertà a cui il filosofo era fortemente legato. Nel “Breviario spirituale”, pubblicato proprio nel 1922, l’anno della marcia su Roma, scriverà:

Un’opinione oggi molto diffusa celebra come virtù ideale dell’uomo la forza, esalta l’orgoglio dominatore e volge uno sguardo di sprezzo verso la bontà, la mitezza, l’umiltà, che sono soltanto le false virtù dei vinti. Questa dottrina ha assunto sovente, soprattutto nei bassifondi della filosofia giornalistica, forme repulsive ed ignobili: la celebrazione della vita possente si è risolta in un inno alla vita bestiale.”

E’ del 1923 la nomina di Martinetti all’Accademia dei Lincei e la sua immediata rinuncia. Nella lettera inviata al Presidente dell’Accademia, Vittorio Scialoja, scrive: “circostanze pesantissime mi vietano nel modo più reciso di poter accettare.” Le “circostanze pesantissime” altro non erano che la progressiva fascitizzazione dell’Accademia per volontà di Mussolini.

E arriva il momento della prima dura, aperta frizione con il regime. La fama di Martinetti è confermata dal fatto che gli viene conferito l’incarico di organizzare e presiedere il Congresso Nazionale di Filosofia del 1926. Il Congresso è preceduto da azioni velenose, sia da parte clericale che da parte di alcune autorità fasciste, volte a screditare Martinetti. Le pressioni per inserire fra i relatori personaggi vicini al regime e alla chiesa cattolica e ad escludere elementi non graditi sono fortissime. Martinetti non si piega, respinge qualsiasi pressione e conferma l’inserimento fra i relatori di Ernesto Buonaiuti, scomunicato vitando. L’aula del Congresso è infiltrata da elementi fascisti pronti all’azione: quando la parola passa a Buonaiuti scoppia la gazzarra, i lavori vengono sospesi dal Prefetto per motivi di ordine pubblico e immediatamente dopo il Congresso viene sciolto.

In un’atmosfera sempre più difficile   Martinetti continua a insegnare, a pubblicare e ad essere riferimento morale per molti, oltre che autorità accademica indiscussa. Del 1928 è la pubblicazione de “La libertà”, il cui messaggio è chiarissimo, a partire dal titolo stesso.

Nella conclusione dell’opera Martinetti scrive:

“L’amore della libertà è l’amore più alto ed universale dell’uomo: egli la cerca sotto tutti i cieli, in tutti i gradi della civiltà, in tutte le forme dell’attività sua: e l’uomo che lotta per la libertà ci riempie l’anima di simpatia e di rispetto (…). Per questo la libertà è anche la condizione indeclinabile di ogni forma di giustizia e di progresso sociale: senza un energico senso della libertà la personalità umana si immiserisce e si degrada: senza libere istituzioni, la prosperità economica e la grandezza politica dei popoli non sono che apparenze senza sostanza.”

E arriviamo al 1931. Con la legge del 28 agosto il regime fascista rende obbligatorio entro novembre per tutti i professori universitari il giuramento di fedeltà al regime, a completamento della formula già introdotta nel 1927 (fedeltà al re e alle leggi). E’ chiaro sin da subito che Martinetti non giurerà. Ispirati da Gentile e dallo stesso ministro Balbino Giuliano ci sono diversi contatti per suggerire a Martinetti di proporre forme diverse di giuramento, che nulla valgono a smuovere il filosofo. Nella sua famosa lettera di rifiuto indirizzata al ministro Balbino Giuliano scriverà:

(…) Ho sempre diretto la mia attività filosofica secondo le esigenze della mia coscienza e non ho mai preso in considerazione, neppure per un momento, la possibilità di subordinare queste esigenze a direttive di qualsivoglia altro genere. Così ho sempre insegnato che la vera luce, la sola direzione e anche il solo conforto che l’uomo può avere nella vita, è la propria coscienza; e che il subordinarla a qualsiasi altra considerazione, per quanto elevata essa sia, è un sacrilegio. (…)

Martinetti non giura, insieme ad altri 11 professori universitari, su 1251: Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Bartolo Negrisoli, Francesco e Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra.


Chi non giura non può mantenere la cattedra: Martinetti viene collocato in pensione e decide di lasciare Milano per ritirarsi nel suo podere di Spineto, una frazione di Castellamonte, in Canavese, da sempre luogo amato di vacanza, di meditazione, di lavoro. L’uomo che si ritira a Spineto ha sessant’anni, è all’apice della sua fama. Lascia tutti gli incarichi ufficiali, compreso quello di direttore della “Rivista di filosofia”. Mantiene il titolo di membro corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino e della Regia Accademia di Scienze e Lettere di Milano, così come sarà sempre l’anima occulta della “Rivista di filosofia” (ne sarà direttore Luigi Fossati e segretario Norberto Bobbio). Nel ritiro canavesano Martinetti rimarrà tuttavia operosissimo, oltre che riferimento per ex allievi e non che ritroveremo poi nell’antifascismo militante. Fra loro Ennio Carando, Ludovico Geymonat, Vittorio Enzo Alfieri.

Nel 1934 pubblica un’opera monumentale, che soltanto il ritiro spinetese gli ha consentito di portare a termine: “Gesù Cristo e il Cristianesimo”. L’opera si fonda su due elementi portanti: la demitizzazione della figura di Cristo e la rivalutazione della sua ebraicità. La storia della Chiesa si divide per Martinetti in due filoni: un filone istituzionale, che ha visto la Chiesa cattolica macchiarsi di crimini orrendi, ed uno spirituale, di cui fanno parte le figure messe ai margini nella storia della Chiesa. Conclude Martinetti:

“La diffusione e il trionfo esteriore non hanno alcuna importanza: soltanto i nostri occhi, acciecati dal mondo, possono indurci a credere che la verità divina possa soffrire delle tenebre che in certi momenti sembrano addensarsi sulla terra. La religione vive nelle anime, non nel mondo: e la luce che risplende in una coscienza pura non conosce tramonti. Quindi essa può guardare con indifferenza le cose del mondo, perché per essa niente veramente accade. L’unica attività vera è l’attività silenziosa dello spirito che si libera dal mondo.”

L’opera verrà immediatamente sequestrata e potrà circolare in Italia solo dopo la Liberazione. Nel 1937 interverrà la condanna del Sant’Uffizio e la messa all’Indice, oltre che di “Gesù Cristo e il cristianesimo”, di altre due opere di Martinetti: “Ragione e Fede” e “Il Vangelo”.

Attentissimo alle vicende europee, Martinetti sente arrivare, sgomento, la terribile ondata di antisemitismo proveniente dalla Germania. Nel 1937 il fascismo dà inizio alla propaganda antiebraica e in quell’anno, in una lettera all’amica Nina Ruffini, Martinetti scrive “Il mondo è così fatto che le tenebre prevalgono sempre: ma la luce non si spegne mai completamente (…) Questo è lo stato di cose che spiega le persecuzioni, le inquisizioni ecc e che quando giunge all’apogeo è qualche cosa di spaventoso”.

Nel luglio del 1938 viene pubblicato sul “Giornale d’Italia” il cosiddetto “Manifesto della razza” e il 9 agosto il ministro dell’educazione nazionale Giuseppe Bottai rende obbligatorio per il personale docente e non docente di tutte le Università e per i membri di tutte le Accademie italiane il “questionario sulla razza”.  Come socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino e dell’Accademia di Scienze e Lettere di Milano, Martinetti riceve due questionari. Li respingerà entrambi. Nella lettera al Presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino scriverà in modo secco: “Le respingo il questionario ricevuto, al quale mi rifiuto di rispondere. Col dovuto ossequio. Piero Martinetti”.

Come ricordato più sopra, oltre a Martinetti, solo Benedetto Croce rifiutò la compilazione del questionario. Una pagina drammaticamente buia nella storia dell’Università e delle Accademie d’Italia.

La posizione di Martinetti è chiarissima. Ma dal rifugio spinetese Martinetti non ha più alcuna possibilità di far giungere la sua voce. Riuscirà artatamente a inserire in un saggio su Schopenhauer pubblicato nel 1940 sulla “Rivista di filosofia” una frase di condanna, che provocherà la sospensione per un anno della pubblicazione della “Rivista”: “la schiavitù ha fatto di nuovo oggi, sotto mutato nome, la sua apparizione e ha trovato i suoi apologisti. Che cosa è la teoria delle razze inferiori se non un appello al ritorno della schiavitù?”

Come scrive Andrea Tagliapietra ne “Il pudore dei Giusti” (Libreria Editrice Cafoscarina, Venezia, 2022): “Non sarebbe troppo azzardato affermare che la forza dei Giusti, il potere che essi riescono ad esercitare sul destino del mondo, si concentrano proprio in quello che potremmo chiamare il loro pudore, cioè nella vita nascosta, silenziosa e inapparente, che essi conducono, nella loro avversione strutturale ad ogni forma di spettacolo, ossia di dominio spettacolare”.

       Il podere di Spineto nel 1921

Sappiamo che nel ritiro spinetese Martinetti silenziosamente si adopera, tramite l’amica Nina Ruffini, perché il dottor Schiffer, di ascendenza ebraica, possa continuare ad esercitare la sua attività di medico a Castellamonte. Ed è in questo suo appartato operare che si inserisce un bellissimo episodio che riguarda una sua ex allieva, Anna Fargion.

Anna Fargion (Milano, 1902-1997), appartenente ad una famiglia ebraica cosmopolita, si era laureata nel 1929 con Piero Martinetti con una tesi su “Il concetto di libertà in Schopenhauer” ed era sempre rimasta molto legata a quello che chiamava “il mio Maestro”. In seguito alla legge fascista del 9 dicembre 1926, che aveva escluso le donne dall’insegnamento nei licei e negli istituti superiori di molte materie, fra le quali la filosofia, Fargion, che parlava correntemente più lingue, decise di prendere l’abilitazione per l’insegnamento della lingua inglese. Il sopraggiungere delle “leggi razziali” vede il fratello di Anna, Ruggero, già emigrato in Iran e la sorella, Perla, sposata in Francia, a Marsiglia, mentre coglie Anna e la madre Matilde ancora a Milano. Privata della possibilità di lavorare e su pressione dei fratelli decide di riparare all’estero con la madre. La Questura, tuttavia, darà alla madre un permesso di espatrio temporaneo per visitare la figlia a Marsiglia ma non concederà ad Anna il visto di espatrio. La madre parte e Anna, ottima sciatrice, decide di fuggire con gli sci tramite la Val di Susa. Non prima, però, di andare a salutare il “Maestro”. Anna giungerà a Spineto in un giorno dell’inverno 1938, sarà ospitata da Martinetti e ripartirà il giorno successivo per raggiungere Clavière, da lì la Francia e poi, con la madre, sarà per un anno a Londra. Unitamente alla madre Matilde sarà oggetto di un provvedimento di espulsione da parte dell’Inghilterra e partirà con lei alla volta dell’Iran, raggiungendo Ruggero. Rientrerà in Italia nel 1948.

Fedele al “pudore dei Giusti”, Martinetti non parlerà mai di questo episodio, che riemerge solo ora grazie ai ricordi di due nipoti di Anna Fargion.

Ancora Tagliapietra ne “Il pudore dei Giusti”: “L’ospitalità è, quindi, sia un luogo (…) sia l’atto perfetto del prendersi cura, ovvero quell’estendere “la mia responsabilità per l’altro uomo”, scriveva Lévinas commentando il Talmud, “fino alla responsabilità per la propria responsabilità””.

Martinetti morirà a Spineto il 23 marzo del 1943. Come ebbe a scrivere di lui Norberto Bobbio in “Italia civile” (Lacaita Editore, 1964):

“La limacciosa fiumana dei tempi in cui visse non riuscì a smuoverlo di un millimetro. Ed è per questo che ora riemerge da tante macerie. E chi provi ad andargli incontro, lo trova ancora fermo e ritto al suo posto”.

1. La famiglia Scavini di Rivarolo Canavese, a sua volta, ha conferito alla Fondazione tutto l’archivio privato di Piero Martinetti, affidatole dalla sorella del filosofo nel 1952. Gli obiettivi della Fondazione sono quelli di promuovere la conoscenza del pensiero e dell’opera di Piero Martinetti e di stimolare e sviluppare gli studi nel campo della filosofia, dell’etica, della libertà di pensiero e dei diritti umani. Nel 2017 l’insieme archivistico della Fondazione ha ricevuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo il riconoscimento di “Archivio storico particolarmente importante”.

Per approfondimenti: Fondazione Casa e Archivio Piero Martinetti

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