JOHN LENNON E LA SUA IMMAGINE SULLO SCHERMO di Luisa Ceretto

Più di altre personalità artistiche, John Lennon ha saputo cogliere le potenzialità del medium audiovisivo. Una figura divenuta icona, sin dal suo primo apparire sulla scena musicale, indissolubilmente legata agli altri tre Fab Four negli anni sessanta e, successivamente in modo autonomo, dopo lo scioglimento del gruppo, lungo i settanta, protagonista di un’attività musicale, cui si è aggiunto l’impegno pacifista. John Lennon molto più di altre rockstar ha caratterizzato l’epoca a cavallo di quei due decenni, attraverso la propria immagine, oltreché la propria musica, immagine in parte captata dal cinema.

John Lennon 1940-1980. A biography di Ray Connolly, Ed. Fontana, 1981

“John Lennon ha fatto molte cose importanti nella sua vita, ma indubbiamente uno dei suoi atti migliori è stato quello di sciogliere i Beatles nel 1969 (…) Se Lennon, che ha dato vita e impulso al gruppo, non avesse ‘ucciso’ la propria creazione in quel momento e la band avesse continuato lungo gli anni settanta, dubito che oggi si potrebbe leggere questo articolo (…) Sciogliendo i Beatles prima che ci potessero deludere, come con tutta probabilità sarebbe successo col cambiare delle mode musicali, spesso gli ultimi album non riescono a raggiungere il livello dei primi, Lennon li ha ‘immortalati’ per sempre al loro culmine (…)”. Così scriveva, in un articolo apparso su “The Sunday Times Magazine” Ray Connolly, giornalista musicologo, scrittore, compositore di radiodrammi, regista e sceneggiatore per la tv. Connolly, amico di John Lennon, di cui ha seguito il percorso artistico insieme alla band dal 1967 al 1972 scrivendo per l’”Evening Standard”, è anche autore di John Lennon 1940-1980. A biography  e, successivamente, di un altro volume, Being John Lennon (1). A lui, John Lennon, durante il suo soggiorno in Canada nell’inverno del 1969, alcuni mesi prima che lo dichiarasse pubblicamente Paul Mc Cartney, confessò la propria intenzione di ritirarsi dalla band, ma gli chiese di non divulgare la notizia, almeno non prima dell’uscita del disco e del film Let it Be.  Rileggendo alcune pagine della biografia, ritroviamo aspetti e curiosità di una figura eccentrica e atipica, di un uomo che amava giocare con le sue differenti personalità – poteva essere il dottor Winston O’Boogie (Winston era il secondo nome datogli dalla madre), ma si presentava anche come il guru del rock and roll, oppure, nel periodo statunitense, Johnandor Yoko -, la cui grandezza risiedeva nella capacità di comunicare e di riflettere sul cambiamento dei tempi. “John Lennon era un ribelle, un rocker, un eroe della working-class; il ragazzo che pensava di essere un genio ma che non riusciva a superare l’esame di maturità; lo psichedelico e leggendario Walrus, che una volta ammise di farsi letteralmente ‘migliaia’ di viaggi con l’acido; il generoso supporter di cause – perse, lodevoli, dubbie, o di qualunque genere -; il fenomeno dei media; l’ossessivo addetto stampa di se stesso, l’eremita, l’uomo-uovo del Magical Mystery Tour e il Nowhere Man di un palazzo di un quartiere residenziale di periferia”.

Dal film Yellow Submarine (1968) di George Dunning

Appassionato della musica di Elvis Presley e con una spiccata propensione ad assumere sin da giovane il ruolo di leader, studente indisciplinato dall’acuto sense of humour, dopo aver fondato la band dei Quarrymen nel 1957 e aver incontrato Paul Mc Cartney, nel 1963 Lennon fonda i Beatles. Nel 1966 il peso della notorietà comincia a farsi sentire, Lennon fa un uso massiccio di droga. Il 1967, anno dell’”estate dell’amore”, è contrassegnato da due eventi fondamentali, il viaggio in India col guru Maharishi e la tragica scomparsa di Brian Epstein, manager della band, fondamentale punto di riferimento per la coesione dei Fab Four.

Pressbook United Artists (1965) del film Help! di Richard Lester

Sul finire dello stesso anno, incontra la sua futura compagna di vita, l’artista sperimentale Yoko Ono, mutando progressivamente la propria direzione artistica, facendosi via via promotore di campagne contro la guerra e di forme di protesta tra cui il bagism (2) con cui teorizza la “comunicazione totale”. Nell’autunno del 1971, ad oltre un anno dallo scioglimento definitivo della band, si trasferisce a New York lasciando un’Inghilterra che sente sempre meno ospitale. Dopo una separazione di diciotto mesi che divide la coppia, i lost week end di Lennon, John e Yoko ritornano insieme e proseguono la loro attività di impegno civile. Nel 1975, con la nascita del figlio Sean, Lennon si ritira dalla vita pubblica per alcuni anni per poterne seguire la crescita. L’8 dicembre 1980, quando viene ucciso, aveva appena terminato le registrazione di un nuovo album, Double Fantasy. Come si è accennato, John Lennon diventa icona sin dai suoi primi passi nel mondo della musica. Molteplici reportage e servizi televisivi lo riprendono insieme al gruppo. La curiosità verso la settima arte lo indurrà, ancora insieme ai Beatles, a cimentarsi e a rappresentarsi in alcuni film come A Hard Day’s Night (1964) e Help! (1965), entrambi di Richard Lester, Magical Mistery Tour (1967) diretto dai Beatles e Bernard Knowles, e nel film di animazione Yellow Submarine (1968) di George Dunning – in cui i Beatles sono protagonisti di un cartone animato dallo stile surrealista e pop -, pellicole che restituiscono piuttosto bene il senso del tempo, la beatlemania degli esordi, il mood della swinging London, l’attrazione per la psichedelia.

Una vocazione istrionica coltivata sin dai primi anni di vita dei Beatles che, prima ancora di avventurarsi nella recitazione di una pellicola, sperimentarono tutti insieme a partire dal 1963, nel corso delle conferenze stampa trasformate in vere e proprie performance in cui i Fab Four sembravano imitare i celeberrimi fratelli Marx.

In solitario, Lennon è attore nei panni del mitragliere cockney Gripweed in How I won the War – Come ho vinto la guerra (1966) di Richard Lester, una farsa antimilitarista sulla disfatta di un plotone inglese incaricato di costruire un campo di cricket tra le linee nemiche in Egitto durante la Seconda Guerra Mondiale (anche se con evidenti parallelismi con il Vietnam).

Manifesto di Come ho vinto la guerra (1964) di Richard Lester

Nelle centinaia di filmati, cinegiornali, interviste in cui Lennon compare, è piuttosto evidente il camaleontismo di un uomo la cui immagine ha seguito l’evoluzione e i cambi di rotta del suo percorso artistico. A partire dai ritratti di gruppo, dalle arie iniziali dei ragazzi di Liverpool, in divisa, con i capelli a caschetto, a quelle sul finire degli anni sessanta, che assumono un’impronta d’oriente, vestiti coloratissimi e lunghe barbe, per giungere ai ritratti individuali, nel decennio successivo, un look più problematico, contrassegnato dagli occhialini tondi, capelli nuovamente corti, spesso in giacca militare e basco. Consapevole di quella sorta di ossessione che i media avevano per lui e per tutto quel che faceva e intuendone la potenzialità come strumento comunicativo, sin dalla fine degli anni sessanta Lennon ha saputo fare un uso consapevole della propria immagine, in favore del proprio graduale interesse e impegno per la pace e per i diritti civili. Se a Lennon va il merito di aver saputo creare una musica che è a tutt’oggi di assoluta modernità e innovazione, gli va altrettanto riconosciuta l’abilità nell’aver costruito la propria icona, dando visibilità ad ogni proprio gesto e azione.

A oltre quarant’anni dall’uccisione del giovane ribelle di Liverpool, la sua vita e la sua figura legata a quella del gruppo dei Fab Four, ma anche al suo percorso successivo insieme alla compagna Yoko Ono -contrassegnato da un’incessante provocazione oltre che innovazione, che lo ha spinto alla sperimentazione musicale, da un allontanamento dal rock e dai temi amorosi che avevano caratterizzato i testi dei primi anni, verso un approfondimento di temi più intimi e visionari, ma anche verso tematiche più impegnate e politiche-, costituiscono ancora un pretesto per il cinema, un’inesauribile fonte da cui trarre spunto per elaborare e raccontare in forma di biopic, o di film di fiction, o anche ricostruzioni attraverso filmati d’archivio, elementi inediti della sua biografia.

Londra anni settanta © Analb Primi Piani

Un interesse che sin dagli anni ottanta ha dato vita a numerose produzioni cinematografiche, che hanno ricostruito il percorso dell’artista Lennon, alimentando e arricchendone l’icona. In particolare ricordiamo il riuscito documentario Imagine – John Lennon di Andrew Salt (1988), narrato dallo stesso John Lennon (il suo commento è stato desunto da un centinaio di ore di interviste), è un collage di immagini di repertorio inframmezzate da interviste di Lennon, di Yoko Ono, della ex moglie e del primo figlio, Julian. In questo film, in cui Lennon “si racconta” in prima persona, vediamo immagini inedite, che ne ripercorrono tappe importanti, dalle prime conferenze stampa coi Beatles, alla sua dichiarazione che scatenò le ire soprattutto negli Stati Uniti (“Siamo più famosi di Gesù”) e una sua “ritrattazione”. Il viaggio dei Beatles in India durante l’estate dell’amore del 1967, dalla partenza in treno con la folla che si accalca (tornano alla mente certe sequenze del film A Hard Day’s Night, quando i fans impazziti inseguono i Beatles alla  stazione londinese), e poi gli anni trascorsi a New York e a comporre nuove canzoni.

Si tratta di una sorta di biografia “autorizzata” il cui valore è documentale, di testimonianza, e dove è piuttosto evidente la forza carismatica di Lennon, quando è al lavoro insieme a Yoko, o è colto nei momenti di pausa insieme al figlio appena nato.

Being John Lennon di Ray Connolly, Ed. ‎W&N, 2018

Tra le produzioni televisive, dagli inizi del ventunesimo secolo, non va tralasciato La vera storia di John Lennon (2000) di David Carson. Un film di fiction, che si propone di rileggere gli esordi artistici del diciassettenne Lennon, la costituzione della band Quarrymen, fino ai primissimi successi come Beatles, e al suo matrimonio con Cynthia Powell. Nel tentativo di ricreare quell’universo di fine anni cinquanta a Liverpool, risiede forse il limite maggiore del lungometraggio, che non riesce a cogliere lo spirito dell’epoca e neppure il dramma sotteso a quei primi passi di vita artistica del futuro Beatle, legati al dolore per la perdita della madre, Julia, morta in un incidente stradale. Un film che complessivamente non aggiunge molto, ma che ha il merito di far luce su di un particolare elemento biografico, il rapporto tra Lennon e sua madre, che a pochi anni di vita lo aveva affidato alle cure della zia Mimi, è alla figura materna, con cui si riconcilierà adolescente, che deve la propria passione per la musica.

Nel 2006 sugli schermi italiani giunge U.S.A. contro John Lennon, diretto da John Scheinfeld e David Leaf,  è un documentario che porta alla luce un aspetto fino ad allora poco analizzato, la trasformazione di John Lennon da rockstar ad attivista pacifista e la sua battaglia contro il governo degli Stati Uniti. In un’atmosfera da “caccia alle streghe” di era maccartista, l’Fbi per volontà del governo Nixon ha tenuto sotto stretta sorveglianza John Lennon e Yoko Ono e la loro campagna a favore della pace, che prevedeva, tra le altre iniziative, l’appoggio per la scarcerazione di alcuni soggetti poco graditi, come John Sinclair, arrestato per possesso di droga. Una guerra psicologica messa a punto con minacce, intercettazioni illegali, pedinamenti, culminata nel 1972 col mandato di estradizione dagli Stati Uniti per John Lennon.

Presentato alla ventisettesima edizione del Torino Film Festival, nel 2009, Nowhere Boy segna l’esordio nel lungometraggio di Sam Taylor-Wood.

Manifesto di Nowhere Boy (2009) di Sam Taylor-Wood

Il film è tratto dal libro di Julia Baird, Imagine: Growing Up with My Brother John Lennon, sorellastra del compositore, e ne racconta l’adolescenza, ribaltando la tesi per cui il giovane sarebbe stato abbandonato dalla madre. Il biopic  analizza infatti in maniera articolata il rapporto tra il giovane John, la zia e la madre, suggerendo come in realtà alla madre fosse stato vietato dalla zia di riavvicinarsi al proprio figlio, perché ritenuta inaffidabile. Lennon più tardi dichiarerà il proprio dolore per aver perso due volte la madre, la prima, a soli tre anni, per imposizione familiare, la seconda, per averla persa – dopo che l’aveva ritrovata adolescente, scoprendo che la donna aveva sempre abitato a pochi isolati di distanza dalla propria abitazione-, a causa di un incidente stradale letale.

LennoNYC (2010) di Michael Epstein, è un documentario che ripercorre gli anni settanta, il periodo americano di John, attraverso spezzoni di concerti, fotografie, immagini d’epoca, estratti di audio “rubati” ai microfoni di uno studio di registrazione. E ancora, dichiarazioni di musicisti, collaboratori e non, come ad esempio Elton John, fotografi, produttori che testimoniano la svolta artistica di Lennon, dalla rottura con i Beatles al suo progressivo impegno come attivista politico e al percorso come solista. Ma fa luce anche sulla vita privata, raccontata da Yoko Ono, mostrando un Lennon inedito, nei panni di padre premuroso del piccolo Sean, del suo allontanamento volontario dalle scene e il ritorno al lavoro, con il suo ultimo disco, Double Fantasy.

Manifesto di John & Yoko. Above Us Only Sky di Michael Epstein (2018)

Firmato dallo stesso Michael Epstein, John and Yoko: Above Us only Sky, il film riguarda la vicenda mai raccontata della genesi dell’album del 1971 Imagine, e in particolare pone l’attenzione sulla collaborazione creativa tra Lennon e Yoko Ono, con filmati inediti e interviste a figure vicine alla coppia,  tra cui Ray Connolly.

The Lost Weekend: a Love Story (2022) diretto da Eve Brandstein, Richard Kaufman, Stuart Samuels, è forse l’ultimo documentario fino ad ora realizzato su Lennon. Il film esplora la relazione amorosa di più di due anni tra l’assistente cino-americana May Pang e John Lennon, durante un periodo difficile del matrimonio tra Yoko Ono e John Lennon, tra il 1973 e il 1975.

Distribuito anche nelle sale italiane, il film diretto da Philippe Falardeau Un anno con Salinger (2021), che ha per protagonista la giovane Joanna incaricata di rispondere a tutte le lettere ricevute dai fan di Salinger, fa riferimento, seppure marginalmente, all’assassinio di John Lennon e al suo omicida. Tratto dall’omonimo memoir della scrittrice Joanna Rakoff, un libro di memorie in cui sono racchiusi i ricordi del proprio apprendistato nell’agenzia letteraria newyorchese che ha rappresentato, tra le figure letterarie, lo schivo e riservato J. D. Salinger, autore del Giovane Holden, nel film si accenna al fatto che tra la corrispondenza indesiderata e non letta da Salinger, pare fosse pervenuto uno scritto di Mark David Chapman in cui forse si sarebbero potuti trovare indizi sulle intenzioni omicide nei confronti di John Lennon. (3)

Manifesto di The Lost Weekend. A love story (2022) di Eve Brandstein, Richard Kaufman, Stuart Samuels

Note:

1)    Ray Connolly, John Lennon 1940-1980. A Biography, Fontana Paperbaks, London, 1980 e Ray Connolly, Being John Lennon , W&N, London, 2018

2)      Il Bagism è una satira del pregiudizio, dove una persona qualunque, celata all’interno di un sacco e quindi nascosta alla vista degli altri, non può essere soggetta a giudizi dettati dal suo aspetto fisico. Concetto inventato da John Lennon e Yoko Ono come parte della loro campagna per la pace mondiale di fine anni sessanta. L’intento del bagismo era di mettere in ridicolo i pregiudizi e gli stereotipi di qualsiasi tipo. Il termine deriva dal vocabolo Bag che in inglese significa letteralmente “sacchetto, borsa, sacco”. Secondo i due artisti, chiuso in un sacco, un individuo non può essere giudicato dagli altri in base al colore della pelle, al sesso, alla lunghezza dei capelli, all’abbigliamento, all’età, o qualsiasi altro attributo. Fu presentato come una forma di comunicazione totale: invece di focalizzarsi sulle apparenze, l’ascoltatore avrebbe recepito solo il messaggio della persona chiusa nel sacco.

3) Tornando indietro nel tempo, rispetto a questo argomento sono stati realizzati due lungometraggi, The Killing of John Lennon (2006) di Andrew Piddington  e Chapter 27 (2007) diretto da J. P. Schaefer con Jared Leto, nei panni di Chapman.  Due titoli controversi riguardanti l’uccisione di John Lennon, raccontati dal punto di vista di Mark David Chapman, l’assassino di Lennon e la sua ossessione per il romanzo Il giovane Holden di J. D. Salinger e alcune connessioni venutesi a creare nella sua mente tra il libro e l’omicidio di Lennon.

Remembering John Lennon: 40 Years Later, “Life”, 4 dicembre 2020, copertina

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