
“Posso solo guardare tutto con un occhio che ha già visto la seconda guerra mondiale, e molte cose da allora. Se dovessi raccontare una storia del XIX secolo, mi interesserei ugualmente al suo rapporto con il presente, a quali sono le sue radici e quali le somiglianze.” István Szabó
Esponente del nuovo cinema ungherese degli anni sessanta, István Szabó ha raggiunto l’apice creativo negli anni ottanta, in particolare con Mephisto (1981) che lo ha consacrato a livello internazionale, e ha poi proseguito la propria attività artistica nei decenni successivi, ottenendo prestigiosi riconoscimenti. Nel suo percorso, oltre una trentina di opere, tra corti e lungometraggi, Szabó ha esaminato senza sosta il ruolo dell’individuo nella storia europea, in particolare di coloro che sono stati coinvolti nei turbolenti eventi dell’Europa dell’Est del ventesimo secolo, soprattutto dell’Ungheria, Paese che dalla fine della seconda guerra mondiale è caduto sotto l’influenza sovietica, e che, da più di un decennio a questa parte, è sulle cronache dei quotidiani internazionali per via di un governo conservatore e autoritario di stampo nazionalista.
L’artista e l’intellettuale a confronto con regimi autoritari
Una cinematografia attraversata dall’assillo che Szabó ha condiviso con altri intellettuali e registi est-europei suoi contemporanei che hanno vissuto sotto regimi non democratici, o meglio, come è stato scritto, da “una questione filosofica” relativa al modo in cui gli individui tentino, attraverso le scelte di vita che fanno o che vengono loro imposte, di dare un senso al loro esistere in situazioni storiche estreme, sulle quali non hanno alcun controllo. Nel confronto con la Storia, i suoi protagonisti devono lottare per difendere un posto per se stessi, per far fronte ai condizionamenti di sistemi autoritari o a cambiamenti economici traumatici in differenti fasi storiche dell’Ungheria – può trattarsi del regime comunista dalla fine degli anni cinquanta e sessanta, dell’incertezza seguita al dissolversi della Cortina di ferro e alla fine dell’economia pianificata, delle difficoltà che con l’affacciarsi degli anni novanta il processo di democratizzazione comporta -, o a cavallo tra le due guerre nella Germania nazista.

Il cinema di Szabò porta con sé il carico del passato storico e le sue articolate connessioni, rendendo intelligibile, anche ad uno spettatore occidentale, un mondo sconosciuto per quanto relativamente vicino, dove a lungo la mancanza di libertà ha segnato la vita delle persone. “Catturare le emozioni -per dirla col regista- e i pensieri che si muovono su un volto vivo ed elevarli al rango di arte rimane una delle meraviglie dell’umanità. Eureka! E se in futuro si vorrà ancora stare con gli altri, il cinema rimarrà.” Come pochi altri maestri, István Szabó attraverso il proprio cinema ha fatto conoscere al pubblico internazionale la realtà del proprio Paese, soprattutto pagine storiche poco note. Recentemente intervistato in merito al suo nuovo film, Final Report, Szabó ha confermato la centralità del suo interesse, come il senso di fare cinema, resti la condivisione col pubblico, l’istanza empatica che può scaturire sullo schermo e il saper cogliere dallo sguardo dei personaggi l’emozione e i pensieri.
Il carico della Storia nel suo cinema
La componente storica costituisce un elemento fondamentale della sua espressione artistica. Diversamente da molto cinema delle nuove generazioni, dove spesso col pretesto di affrontare temi storici, tutto si risolve nell’indugiare col massimo tecnicismo su dettagli che non restituiscono alcunché del contesto che dovrebbero raccontare, le sue pellicole sono pregne di un profondo umanesimo e dell’ampiezza di sguardo di chi ha vissuto sulla propria pelle la complessità, le contraddizioni, i contorcimenti della Storia e riesce a restituirli sullo schermo.

Rispetto ai Paesi limitrofi dell’Europa dell’Est facenti parte del blocco sovietico, l’Ungheria (magiara, non slava) si è da sempre contraddistinta per una specificità culturale oltre che linguistica. Per lungo tempo parte dell’Impero austriaco, poi austro-ungarico, col rovesciamento da parte dell’Armata Rossa del regime filo-nazista al termine della seconda guerra mondiale, è parte del blocco orientale. Dopo un tentativo di indipendenza e di uscita dal patto di Varsavia, l’invasione dei carri armati sovietici nel 1956 a Budapest mette fine ai sogni di una via nazionale di indipendenza. Successivamente, nei primi anni sessanta conosce un momento di apertura politica e culturale che favorisce la nascita di un “nuovo cinema”. In quel periodo il panorama cinematografico nazionale è quanto mai variegato e può contare, al suo interno, sulla presenza di tre generazioni di cineasti di cui István Szabó, insieme a István Gaál, Sándor Sára e a Ferenc Kósa, figura nelle fila dei più giovani, Károly Makk e Miklós Jancsó in quella di mezzo e Zoltán Fábri, invece, in quella degli anziani.
Come è stato acutamente osservato da Gábor Gelencsér(1), si tratta di una convivenza generazionale che delinea anche le caratteristiche fondamentali della poetica del periodo. “L’età infatti determina l’epoca storica che l’artista ha potuto vivere come contemporaneo. Il che, dal punto di vista della forma (…) determina anche la sua attitudine verso il destino collettivo” (2). Secondo lo studioso, tutte e tre le generazioni disponevano dello stesso “materiale” per formulare la propria poetica, ma a cambiare era l’attitudine. Ogni generazione infatti differiva per la modalità nel rapportarsi alla realtà, e mentre nei “più anziani è possibile scorgere una poetica che scaturisce dalla realtà, nei più giovani vi è una poetica liricizzante, carica di reminiscenze”. Anche se, come è lo stesso Gelencsér a sottolineare, erano tutti accomunati “da un procedimento artistico tipico di quell’epoca: la stilizzazione o, più tipicamente, l’intensificazione della stilizzazione, un modo di esprimersi sempre più astratto, lo spostamento verso un linguaggio metaforico in senso ampio”(3). È in questo contesto specifico che István Szabó, dopo aver conseguito il diploma, si iscrive alla Scuola Superiore di Teatro e di Cinema di Budapest, nel corso di regia tenuto da Félix Máriássy, presso cui si sono formati i maggiori cineasti magiari protagonisti degli anni settanta.

Cinéphile raffinato, appartenente ad una famiglia di ebrei convertitisi al cattolicesimo, come molti suoi coetanei ha appreso la grammatica del cinema dalla visione dei film, dai capolavori del cinema muto al cinema classico e a quello moderno, tenendo presente l’istanza di rinnovamento che a livello europeo investiva la settima arte, e che via via trovava espressione nelle singole cinematografie nazionali, dalla lezione della nouvelle vague francese, alla vicina nová vlna cecoslovacca, alla coeva cinematografia polacca e a quella jugoslava.
Gli inizi
A soli ventuno anni, nel 1961, Szabó dirige il suo saggio di diploma Koncert e tre anni più tardi debutta nel lungometraggio con L’età delle illusioni (Álmodozások kora), una riflessione venata di malinconia sul passaggio all’età adulta, in cui sorprendono la leggerezza e il tono di improvvisazione di chiaro stampo truffautiano, rivelando un talento non comune, di attento e delicato descrittore di atmosfere, narratore di corsi e ricorsi esistenziali.

Nel 1966 la regia del Padre (Apa), dove si narra la storia di un ragazzo che, ossessionato dalla figura del padre morto, lo idealizza creando una personale mitologia (evidente il rimando al mito di Stalin), lo impone all’attenzione internazionale. Sin dalle sue prime regie, Szabó conduce la propria ricerca verso un linguaggio metaforico o allegorico, in cui la lettura della società e del suo tempo sono filtrati dai percorsi individuali dei propri personaggi. A far da sfondo, le vicende dell’Ungheria, che riguardino i drammatici avvenimenti politici dopo la rivoluzione del 1956, come in Film d’amore (Szerelmesfilm, 1970), o la contemporaneità, in Via dei Pompieri, 25 (Tüzoltó Utca, 25, 1973), dove una casa in una via della capitale, in procinto di essere demolita, diviene il fulcro narrativo. Un riuscito e ben strutturato affresco che raffigura le speranze, i dolori, le memorie degli inquilini, rivelando una spiccata attenzione verso gli ambienti e gli oggetti quando ricostruiscono un filo autobiografico. Un cinema della memoria, che si compone dei ricordi e dei traumi dei propri protagonisti, di indumenti e oggetti personali, ad esempio un orologio da polso o un gioiello, che portano con sé il carico di affetti e di relazioni verso persone un tempo amate e forse perdute.

Rivedere oggi a cinquant’anni di distanza queste opere è piuttosto sorprendente per la visionarietà e la destrutturazione della composizione narrativa tradizionale, per l’abilità e la coerenza registiche nel riuscire a condensare in alcune immagini pregnanti i condizionamenti di regime. Sfilate militari, deportazioni, incubi, ma anche sequenze oniriche in cui figure “nuotano” nella loro abitazione, segni di una Storia che si riflettono nel cinema di Szabó e che tornano in più pellicole, come scene che ritraggono personaggi in procinto di cambiare la targa posta sulla parete esterna di un edificio pubblico, rimuovendo quella vecchia con un’altra che riporta il nuovo logo e la nuova dicitura, a testimonianza del cambiamento di rotta politica del Paese. È lo stesso regista che a proposito della complessità ungherese, quasi per minimizzare, sostiene che basterebbe ricordare quante volte il nome della via in cui ha abitato per decenni ha cambiato nome, per farsene un’idea.
Mephisto, il riconoscimento internazionale
Se la riflessione sui condizionamenti del regime è spesso nel sottotesto delle sue prime opere, presente soprattutto come cifra stilistica, a evidenziare forme di pressione psicologica o politica, successivamente con l’affacciarsi degli anni ottanta e il clima di maggiore apertura, diviene tema della sua stessa narrazione cinematografica, anche se trasposto in altri contesti storici. È il caso infatti di Mephisto (1981) che consacra il talento registico di Szabó, con cui meritatamente ottiene l’Oscar per il miglior film straniero, interpretato da un indimenticabile Klaus Maria Brandauer. Ispirato alle vicende di Gustav Gründgens, un attore tedesco vissuto durante il Terzo Reich, il film (tratto dall’omonimo romanzo di Klaus Mann) riflette sul dilemma della compromissione col potere, sui rapporti tra arte e regime totalitaristico, su cui ritornerà con l’intenso e riuscito A torto o a ragione (Taking Sides, 2002) dove un direttore d’orchestra è accusato di aver collaborato col nazismo.

Colonnello Redl (Redl ezredes,1984) e Hanussen-La notte dei maghi (Hanussen,1988), rispettivamente su una spia della Russia e su un ex soldato austriaco le cui doti di veggente lo rendono inviso al futuro regime hitleriano, hanno per sfondo la prima guerra mondiale.
Diretto nel 1999, Sunshine-storia di una famiglia affronta il tema dell’ebraicità e dell’antisemitismo nel racconto di tre generazioni di una famiglia ebreo-ungherese, durante l’impero austro-ungarico, nel corso dell’occupazione nazista, e nel secondo dopoguerra.

Dopo un’incursione nella commedia con La tentazione di Venere (Meeting Venus, 1991) -il primo film girato in inglese con Glenn Close -, una decina di anni più tardi il regista ritorna a raccontare il dietro le quinte, non più dell’Opéra di Parigi, ma dei teatri londinesi, con un adattamento tratto dall’omonimo romanzo di W. Somerset Maugham, La diva Julia (Being Julia, 2004).
La complessità ungherese, tra passato e presente
Con Dolce Emma, cara Böbe (Édes Emma, drága Böbe, 1992), una regia sicura e senza enfasi, Szabó riflette sulle problematiche contemporanee del proprio Paese, all’indomani del crollo dell’URSS e del muro di Berlino.

Dopo aver diretto nel 2006 Rokonok, nel 2012, sei anni più tardi dirige Helen Mirren in The Door. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Magda Szabó, in cui dà volto e corpo alle inquietudini di una domestica inflessibile ed eccentrica e dal passato oscuro, sullo sfondo dell’Ungheria degli anni sessanta. La protagonista, Emerenc, porta con sé i tratti del cinema austero ed elegante di Szabó e ha in comune rispetto agli altri personaggi del suo universo artistico il segreto di un vissuto travagliato, il suo inevitabile intrecciarsi con la Storia. Accusata di aver sottratto beni a famiglie ebree in Ungheria, la donna, ai tempi della seconda guerra mondiale, aveva tratto in salvo la figlia di una coppia, spacciandola per propria. Nei suoi racconti emergono ricordi di periodi anteriori del Paese, a cavallo delle due guerre, come quello contrassegnato dall’efferata violenza del cosiddetto Terrore Rosso (1918-1919) e del Terrore Bianco (1919-1921), in cui alla repressione di chi era contrario alla socializzazione della terra, è seguita una campagna di arresti di massa ad opera dell’esercito bianco di Horthy, con la repressione controrivoluzionaria ed anticomunista.

Nel 2020, l’uscita di Final Report conferma la statura artistica di una figura che, oltre ad essere stato acuto testimone e memoria delle vicissitudini del proprio Paese, ha sempre espresso nelle proprie pellicole un talento singolare. Questo film racconta il post-pensionamento di una persona che ama appassionatamente il proprio lavoro e che, come tutte le persone particolarmente dotate, non può lasciarlo, trattandosi della propria vita. Non è un caso che questo ruolo sia stato affidato a Klaus Maria Brandauer, anch’egli appassionato della sua professione. Recentemente è stato invitato in Italia a presentare il suo nuovo film, Final Report, che purtroppo non ha ancora trovato distribuzione italiana, con l’occasione ripubblichiamo un’intervista rilasciata in occasione di una retrospettiva a lui dedicata una decina di anni fa, pubblicata su “Cinecritica” (*)
NOTE:
(1) Gábor Gelencsér, Sciogliersi e legarsi. Poetiche creative nel cinema ungherese degli anni ’60, in Paolo Vecchi (a cura di), Sciogliere e legare. Il cinema ungherese degli anni ’60, Torino, Lindau, 1996, pag. 69
(2) Ivi, pag. 70
(3) Ivi, pag. 70
(*) Cinecritica, n. 73, gennaio-marzo 2014

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