VITO e MICHELE CORLEONE, “UOMINI DEL DISONORE” di Anna Albertano

Citando il titolo di un saggio sulla mafia, un gruppo di amici italiani che vivono negli Stati Uniti, avevano così definito, tempo fa, i protagonisti del Padrino, la saga cinematografica di Francis Ford Coppola, tratta dall’omonimo romanzo di Puzo. In effetti, la descrizione del libro di Pino Arlacchi, Gli uomini del disonore, un racconto della mafia dall’interno, calza perfettamente con l’attitudine e lo spirito dei Corleone Puzo-Coppoliani. Gli uomini del disonore, che ha avuto un grande successo, fa conoscere “un mondo in cui tutti sono nello stesso tempo amici e nemici di tutti, professano lealtà e sono pronti all’inganno più subdolo, progettano congiure e imboscate, tradiscono e uccidono senza rimorsi”, uomini d’onore “dominati dalla paura di essere uccisi e dalla necessità di ammazzare”.   

Qui a raccontare, anzi a restituire la testimonianza di un pentito, non è un regista o un romanziere, ma uno studioso ed esperto di mafia, che ha indagato su faide, violenza criminale fatta di sangue e omicidi veri.      

Il padrino, in special modo il primo film della trilogia, uscito nel 1972, ambientato a New York nel dopoguerra, dal 1945 in avanti, è stato visto in tutto il mondo ottenendo un grande successo di pubblico, raggiungendo col tempo una enorme popolarità. L’incipit del film in particolare è divenuto uno dei punti focali di attenzione in recensioni e manuali di cinema. Nella scena iniziale infatti, mentre all’esterno, nel giardino della villa dei Corleone, potente famiglia mafiosa siciliana, si svolge la festa di matrimonio della figlia Connie, con tarantelle e canti con accompagnamento musicale, all’interno, nella semioscurità di uno studio, una figura seduta di spalle, attorniata dai suoi sodali, che rimangono invece in piedi, accoglie la richiesta d’aiuto di un corregionale, che vuole vendicare la figlia offesa. Don Vito Corleone lo ascolta accarezzando un gatto, la mascella è protesa, la bocca a tratti semiaperta. Solo al termine della sua richiesta, inizia a parlare con sussiego, ha la voce rauca di un’anziana signora, spesso solleva un lato del labbro superiore, a mo’ di smorfia. È un passaggio magistrale, vera e propria lezione sull’imprescindibile “rispetto” dovutogli, che comporta preliminarmente una richiesta di amicizia, con inchino e baciamano, rivolgendoglisi con l’appellativo “Padrino”. Ammonimento che illustra il senso di ogni relazione all’interno della “famiglia”, per entrare nella sua cerchia di protezione, alle condizioni e nei termini stabiliti dal Padrino stesso. Riverenza, ossequio e completa subalternità che significa eseguirne gli ordini, di qualunque compito si tratti.

La mimica facciale di Don Vito è fondamentale, in ogni momento, anzi, è la cifra metonimica del film. La mascella sporgente accentuata da un’inconfondibile espressione di protervia,  è simile a quella di strafottenza che  inconsapevolmente o meno molti personaggi di fiction cult italiane di questi tempi ostentano con pose impettite, spesso in confronti “muso a muso”, come cani che si contendono il territorio. Espressività, quella del Padrino, nelle sue diverse componenti, che è presto oggetto di innumerevoli caricature. Marlon Brando nei panni di Vito Corleone è stato tra i personaggi più parodiati e sbeffeggiati del cinema. Oltre ad essere ridicolizzata, la sua figura è diventata nel tempo sinonimo di tracotanza e cattivo gusto, “are we being led by a Mafia godfather (siamo guidati da un padrino della Mafia)…? ”(1) è stato recentemente scritto a proposito del Presidente americano, come il più spregevole dei riferimenti, che molto dice sulla considerazione di cui gode a livello internazionale.

Tornando al film, alla ritualità nell’impartire ordini per perseguire i propri affari illeciti, in contrasto con le altre “famiglie” di New York, una comunicazione talvolta per accenni, uno schiocco di dita, un’alzata di sopracciglio o monosillabi per decretare  l’eliminazione, la punizione di qualche traditore attraverso i propri sgherri, che a loro volta possono diventare da un momento all’altro oggetto di punizione o eliminazione, la gestualità e la mimica rendono i vari personaggi dell’entourage corleoniano cupe maschere.

Marlon Brando ne Il padrino (1972) di F.F. Coppola – Paramount Pictures

Agguati di gruppo, possibilmente alle spalle, strangolamenti e sgozzamenti, i tristi figuri a loro sottoposti che popolano quell’universo, si muovono in un’inflessibile gerarchia, dove l’individuo non conta nulla, è pura funzione esecutiva. In un tripudio di violenza e sangue che nulla risparmia allo spettatore, un tratto distintivo è la continua commistione tra cibo, legami familiari e  assassinii, regolamenti di conti, una stretta connessione tra chiamate che giungono in case brulicanti di bambini intorno al tavolo, nel bel mezzo di pranzi con piatti succulenti, e “spedizioni” che non turbano affatto un menage domestico di attenzione a intingoli vari e prelibate ricette della tradizione. Gli uomini della “famiglia” Corleone non tentennano nell’uccisione a bruciapelo di un compagno, ad esempio l’autista che andava eliminato, anzi, compiuta l’azione, l’unico assillo è portare a casa il pacchetto col vassoio di cannoli freschi, fortunatamente risparmiato dagli schizzi di sangue. 

Don Vito muore alla fine del primo capitolo della trilogia, ma nei due successivi, Il padrino II e Il padrino III, il figlio Michael-Michele, pur nella differenza caratteriale e generazionale, prosegue nell’ascesa al potere intrapresa dal genitore, attraverso un percorso di  prevaricazione, sopraffazione, soprattutto menzogna.                                                                                                                                

da una scena del film, Il padrino III (1990) di F. F. Coppola – Paramount Pictures

La scelta cromatica delle scene del Padrino, di tutte e tre le sue parti, è orientata su un gusto barocco di colori dorati, scuri, con un uso drammatico, decisamente teatrale della luce. Tale è lo sfondo di feste, ricevimenti, cerimonie religiose, dove i chiaroscuri saturano spazi enfatizzando i contrasti tra primi piani sui volti e azioni che culminano nello stesso momento. È il caso di un battesimo alternato ad una strage ordita dai Corleone, ma anche di uno spettacolo lirico  che si svolge in parallelo alla messa a punto di un agguato da parte di nemici.

Anche  il tema musicale di Nino Rota, ineguagliabile, nelle sue varianti, si presta ad un’interpretazione sulle stesse tonalità, che si tratti di un corteo nuziale, di un battesimo o di un ballo, una continua marcia dal passo elegiaco che  pare accompagnare il destino dei suoi protagonisti, musica che col tempo, col luttuoso immaginario che ogni volta evoca, per certi aspetti ha assunto il sapore di esequie nei confronti di un mondo votato all’autodistruzione. 

Non molto tempo fa, su un autorevole quotidiano statunitense è stato scritto: “L’Italia non è quel paese da operetta che viene rappresentato sugli schermi”. Non è neppure un paese da macelleria truculenta bisognerebbe aggiungere, malgrado i ripetuti sforzi da parte di analoghe rappresentazioni filmiche. Se all’uscita del primo film, in Italia, molte sono state le riserve da parte di critici cinematografici, un po’ ovunque sono seguite imitazioni, gags e parodie sul film, sugli italiani e sugli italoamericani, eppure da tempo nel nostro paese Il padrino viene definito un “capolavoro”, e continua ad essere proposto come un classico, con riferimento alla “mitologia” creatasi intorno all’opera, che pare tuttavia rilucere principalmente entro i confini nazionali.

Una leggenda lo è diventata certamente, in America latina ad esempio, a Cuba, nei rioni popolari dell’Avana, dove la parola Sicilia evoca l’idea di “università del crimine”, o in Messico, dove si dicono orgogliosi di avere una struttura sociale vicino a quella italiana, di “famiglie” appunto, come quelle del romanzo di Puzo. Ma l’ammirazione per questo “patrimonio culturale” finisce qui. Sarebbe meglio chiamarla “sad legacy” come è stata definita, una triste eredità che pochi paesi occidentali ci invidiano.

Diane Keaton e Al Pacino, in Il padrino III di Coppola – Paramount Pictures

Un personaggio chiave  dall’inizio alla fine della trilogia è quello di Kay Adams, la moglie di Michael (interpretato da Diane Keaton), che frequentava da quando lui non lavorava per il padre. Nel Padrino II, ad un tratto, esasperata, sceglie di abortire e se ne va: “Non lo volevo un altro figlio tuo, Michael. Non volevo mettere al mondo un altro figlio per farlo crescere in questo ambiente di criminali. Non volevo che nascesse un altro assassino… ma che finisse per sempre tutto… questa storia di siciliani che si odiano…” Come non riconoscersi in quel suo sguardo lucido, che pur vivendo dall’interno l’universo soffocante della “famiglia”, resta estraneo alle sue logiche, alla sua violenza fratricida. Ne ha anzi orrore.  

C’è una delle scene della saga Puzo-Coppoliana su cui vale la pena di soffermarsi. Nel Padrino III, ambientato alla fine degli anni 70, la famiglia Corleone va in Sicilia, in un’esibizione di magnanimità, quali zii d’America “donano” pacchi ai  siciliani del paese d’origine. Un gesto di beneficenza che probabilmente pochi italiani già allora si sarebbero sognati di compiere con tanta boria, dall’alto al basso, in paesi in via di sviluppo. Si sente di sottofondo il Va’ pensiero di Verdi e  Michael Corleone ad un tratto sentenzia: “Qua la gente si è scannata da secoli. Gli italiani hanno avuto questi politici per secoli. Sono loro la vera mafia”. L’Italia come stato esiste dal 1861, poco più di un secolo prima. A cosa si riferisce Corleone, alla corruzione secolare delle dominazioni straniere? Il Va Pensiero è l’inno patriottico di libertà per il Risorgimento italiano, un simbolo di riscatto dalla tirannia occupante. In quel contesto di dominio “famigliare” è del tutto fuori luogo. E ascoltare le invettive contro la corruzione italiana, pronunciate da un mafioso sanguinario di origine italiana in effetti disorienta. Anche perché invece, nei confronti della corruzione delle forze dell’ordine, della giustizia e della politica statunitense, c’è un timidissimo accenno nella trilogia, ad esempio nel Padrino II, quando il senatore americano, ringrazia pubblicamente Michael per una donazione. Si tratta di una figura compromessa, che poi gli uomini di Michael ricatteranno, ma di fronte all’orrore dei Corleone è un’immagine che impallidisce, e ha dalla sua una rivalsa, lo stesso senatore, infatti, nella riunione in casa, apostrofa i suoi ospiti mafiosi: “Capelli unti e vestiti pacchiani, non vi vogliamo nelle nostre società e paesi…”

Little Italy

È indiscusso il successo del cinema di Coppola, come è indiscussa la fortuna della sua saga pluripremiata, che ha risanato le casse di Hollywood e purtroppo dato modo ai paesi occidentali di tenerci a debita distanza, in un certo senso sotto osservazione, ma non lo è affatto l’opportunità di considerarla rappresentativa degli italiani, e della cultura italiana. “Noi siamo il paese che probabilmente lo ha più vezzeggiato – scrivono mesti gli amici italiani che vivono negli States- che anzi gli è irresponsabilmente grato, orgoglioso dell’immagine che attraverso la sua opera ha dato di noi, consegnandola al mondo.”

L’enorme consenso di cui ha goduto Il padrino, sdoganando pregiudizi sugli italiani, insieme ad un’infinita galleria di parodie, caricature, in film, fumetti, videogiochi, programmi televisivi, col tempo ha dato il via al suo sfruttamento come marchio in attività economiche, fra cui la ristorazione, traendone grande profitto. È nota la catena di ristoranti spagnoli intitolati alla Mafia, o con menu ispirati alle mafie, deridendo e banalizzando una drammatica realtà di organizzazioni criminali che ha causato molti morti, soprattutto in Italia. A nulla sono valse le proteste delle autorità italiane. A Francoforte tempo fa, il ricorso contro l’intitolazione di un ristorante ai giudici Falcone e Borsellino, che al suo interno affiancava alla loro foto un poster del Padrino, è stato respinto dal Tribunale tedesco, che ha stabilito in tal modo che i nomi di Falcone e Borsellino non meritavano tutela. (2)    

Affermare come è stato scritto che la saga del Padrino è “nel bene e nel male un vero monumento di italo-americanità” (3) è ritenuto molto offensivo, nei confronti  di tutti gli italiani onesti, che hanno dovuto o hanno scelto di emigrare e di vivere negli Stati Uniti, che hanno affrontato fatica e umiliazioni per garantirsi un futuro migliore, senza cercare “protezioni” di alcun tipo, temendo al contrario l’oppressione della “Mano nera” (4). Chiunque abbia visitato Ellis Island ha potuto scorrere infiniti elenchi di nomi provenienti da ogni parte d’Italia, da nord a sud. In molti si sono integrati, nonostante le difficoltà e i forti pregiudizi, facendo studiare i figli, senza facili scorciatoie attraverso la promozione sociale ed economica.

Una storia indubbiamente più edificante di quella di Puzo, è quella vera, di Amadeo Peter Giannini (5), nato in California da genitori liguri. Partendo da zero, Giannini nel 1904 apre la Bank of Italy. Memore delle proprie origini, il suo sogno era quello di una banca per gli immigrati, guardati con diffidenza dagli americani e costretti spesso a rivolgersi agli usurai. La Bank of Italy non negava prestiti a nessuno, purché onesto, e lo faceva a tassi ridotti. La stessa banca ha finanziato film senza fini commerciali, fra cui Il monello di Charlie Chaplin. Giannini è stato poi tra i fondatori della Bank of America. Purtroppo è una storia poco conosciuta, di cui non si parla abbastanza.

Amadeo Peter Giannini, da Italiani di Frontiera

Note

(1) https://www.nytimes.com/2025/02/25/opinion/trump-putin-ukraine.html

(2) https://www.fondazionefalcone.org/comunicati-stampa/mafia-tribunale-tedesco-nome-falcone-non-merita-tutela/

(3) Italoamericani tra Hollywood e Cinecittà di Flaminio Di Biagi, Le Mani-Microart’s, 2014, p. 41

(4) https://it.wikipedia.org/wiki/Mano_Nera_(estorsione)

(5) https://legislature.camera.it/serv_cittadini/553/554/9100/8351/8352/documentofoto.asp

Listino partenze da Genova di navi dirette in Brasile, Argentina, Uruguay e New York, Febbraio-Marzo 1923

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