XXV – LUCIA BOSÈ

Numero XXV – Luglio 2022

Sommario:

LUCIA BOSÈ E IL CINEMA di Luisa Ceretto

© Archivio Ansa

“I miei lavori migliori sono stati quelli con i registi che avevano talento e cuore, coloro che interagivano con noi attori creando un rapporto umano autentico e rassicurante. Ma la mia vita cinematografica l’ho dimenticata, e non ne so il motivo. Forse perché l’hanno scritta e diretta gli altri, gli sceneggiatori e i registi che ho incontrato. La mia vita privata però, quella la ricordo bene, perché sono stata io a dirigerla” Lucia Bosè (*)

Lucia Bosè col marito e i figli

Il percorso artistico di Lucia Bosè è centrale nelle pagine del cinema di un’Italia che dalle macerie della seconda guerra mondiale si affacciava agli anni del miracolo economico sotto la luce dei riflettori internazionali. Con la disinvoltura di una grande attrice, capace di calarsi in ruoli differenti con un talento naturale, la Bosè ha dato vita ad un immaginario femminile di donna moderna, semplice o sofisticata, emancipata e dalla bellezza statuaria, con un’eleganza e raffinatezza da tener testa alle star statunitensi.

Come altre protagoniste del cinema italiano di quegli anni ha portato sugli schermi, anche oltre confine, una ricchezza espressiva e di figure che sapeva riflettere la varietà culturale di un paese che tra molte difficoltà risorgeva, occupando un posto di rilievo nella cinematografia mondiale.

Poco premiata se non addirittura ignorata dal cinema italiano, posta a confronto con altre protagoniste del panorama nazionale, anche successivo, continua a vincere per bravura, modernità e intelligenza.

Nata il 28 gennaio 1931 alla periferia di Milano, in una cascina, una specie di villaggio denominato il Cabreo, dove vivono diverse famiglie, cresce circondata dall’affetto del padre, Domenico Bosè, della madre, Francesca Borloni e dei fratelli.  Una vitalità inarrestabile sembra definirne il carattere sin da giovanissima, insofferente verso la disciplina, in un gesto di ribellione, dopo che a scuola le impongono le trecce col fiocco, decide di disfarsene, tagliandosi i capelli con le forbici. Nel 1940 la casa è distrutta da un bombardamento, la famiglia Bosè trova riparo a San Giuliano Milanese, vicino al capoluogo lombardo, conducendo una vita di stenti, Lucia ruba legna ai tedeschi per riscaldare la propria abitazione o per barattarla in cambio di cibo.

Lucia Bosè con sua mamma ©Federico Patellani

Nel 1946 trova impiego in uno studio legale, che presto lascia per andare a lavorare presso la pasticceria Galli in zona Porta Romana, a Milano, dove sarà notata per la bellezza del volto da Luchino Visconti, che le predice un futuro nel cinema. A sedici anni Lucia è cresciuta rapidamente, col ricordo della fame e della paura che la guerra le ha lasciato, segnata da un lutto, la perdita del fratello a soli sette anni, e da una salute cagionevole, a dieci anni rischia di morire e in seguito rimarrà afflitta da un’infezione ai polmoni.

Iscritta, a sua insaputa – per aver vinto un concorso fotografico indetto dal giornale “L’Europeo”, un amico aveva spedito una sua foto – al concorso di Miss Italia, a Stresa, il 21 settembre 1947 vi partecipa, vincendo il primo premio, seguita da Gianna Maria Canale e Gina Lollobrigida, che si aggiudicano, rispettivamente, il secondo e terzo posto. 

Lucia Bosè a Stresa nel 1947

Tra i giurati, il conte trentanovenne Edoardo Visconti da Modrone che avvicinerà la neo Miss, tra i due nasce una relazione sentimentale. 

Il fratello di Luchino avrà un ruolo importante per la formazione culturale di Lucia, che determinata a superare le lacune di un’istruzione carente, con pazienza e tenacia, si accinge con umiltà ad apprendere le basi per introdursi in quella realtà.  Da Stresa, passando per Milano, per giungere a Roma, il passo è breve. Il concorso le apre le porte della settima arte, una prima collaborazione con Dino Risi sul cortometraggio 1848 (1), un progetto nell’ambito della commemorazione del primo centenario delle Cinque Giornate di Milano, l’insurrezione avvenuta tra il 18 e il 22 marzo 1848, da parte del Regno Lombardo-Veneto per liberarsi dalla dominazione austriaca (2).

“Ti giri, sei di spalle e dici Spara!”, quello, come ricorderà in seguito la stessa Bosè, è stato il suo primo ruolo, in cui rivela appieno la bellezza e il piglio battagliero. Il suo nome comincia a circolare tra gli uffici della Lux Film, è spesso convocata a Roma.

in 1848 (1948) di Dino Risi

Con sorprendente facilità Lucia Bosè, lasciato lo stile di vita delle proprie origini, passa dai salotti milanesi per raggiungere una capitale in pieno fermento artistico  e calarsi nel mondo del cinema, entrando in contatto con le nuove personalità che di lì a breve avrebbero esordito, ma anche facendosi interprete di autori più collaudati appartenenti al Neorealismo. È una stagione ricca di impulsi, di curiosità intellettuale, le sue parole restituiscono al meglio quei momenti: “Eravamo noi stessi la fonte di intrattenimento, e nel gruppo ognuno raccontava le proprie esperienze (…) Chiunque lo desiderava, aveva la possibilità  di apprendere ogni cosa. Vivevamo anni di splendore culturale e il boom artistico, logico e naturale dopo la guerra, aveva degli aspetti quasi rinascimentali (…) Sempre in precarie condizioni economiche, trovavamo comunque i soldi per andare a Parigi, in Olanda o a Londra per vedere i film nuovi, il debutto di opere teatrali o i musei (…) La cultura, l’ansia di sapere, era qualcosa che accettavamo come prioritario ”(3)

con Silvana Mangano ©Archivio Ansa

Messa alle strette da Edoardo Visconti tra la scelta di una vita sentimentale e la carriera artistica, optando per quest’ultima, la giovane Bosè vive in una situazione di incertezza che si ripercuote anche nella salute, aggravandole una forma di tisi preesistente.

Nel frattempo, Luchino Visconti vorrebbe proporle un ruolo per Cronache di poveri amanti, ma il progetto annaspa e la segnala a Giuseppe De Santis, il quale le farà un provino per Riso amaro, che va bene ma la produzione le preferisce Silvana Mangano.

IL SUO DEBUTTO NEL CINEMA

in Non c’è pace tra gli ulivi (1950) di Giuseppe De Santis

Nel 1950 avviene il suo vero e proprio debutto come protagonista, col lungometraggio successivo di De Santis, Non c’è pace tra gli ulivi. Ritratto di un mondo arcaico segnato dalla Storia, definito un melodramma stilizzato dall’impianto brechtiano, la pellicola ritrae la Bosè affiancata da Raf Vallone, anche lui al suo primo film, nei panni di una giovane della Ciociaria. L’attrice mostra buone doti recitative e riesce ad imprimere al personaggio quel suo carattere ribelle, indomito, rivelando doti di ballerina, lanciandosi nel “Saltarello”, un ballo ciociaro piuttosto osé per l’epoca. Lo stesso anno Lucia Bosè interpreta Paola Molon in Cronaca di un amore, esordio folgorante di Michelangelo Antonioni. Era stato Luchino Visconti, ancora una volta, a suggerire il nome della giovane al regista ferrarese, per interpretare una signora ricercata dell’alta borghesia milanese. Per Antonioni, Lucia è un’apparizione “Aveva 19 anni, era meravigliosa, non si poteva non innamorarsene. Non avevo mai visto una donna così bella e appassionante”. La pellicola prende le distanze dall’esperienza neorealista, con una scrittura più personale e attenta alla dimensione interiore dei personaggi. Il film, pur non ottenendo il riscontro atteso, lancia sul piano internazionale la giovanissima attrice. “Ad Antonioni” si legge in una recensione dell’epoca “va riconosciuto il merito di aver ‘inventato’ cinematograficamente parlando, Lucia Bosè. (…) Essa suggerisce attraverso la sua levigata freddezza, l’immagine di un certo tipo di donna del nostro tempo”. (4)

con Massimo Girotti in Cronaca di un amore (1950) di Michelangelo Antonioni

Tre anni più tardi, sempre con Antonioni, gira La signora senza camelie (1953) nel ruolo di un’attrice di melodrammi. Con De Santis torna a lavorare in Roma ore 11 (1952), dove recita nei panni di un’aspirante segretaria. La vicenda del film –  uno degli ultimi titoli chiave del Neorealismo –  trae spunto da un fatto di cronaca, il cedimento di una rampa di scala in un palazzo della capitale, sulla quale erano accalcate oltre duecento donne in attesa per un colloquio di lavoro, che ha causato il ferimento di molte e la morte di una di loro.

con Raf Vallone in Roma ore 11 (1952) di Giuseppe De Santis

Se, soprattutto con i film di Antonioni, l’accoglienza da parte del pubblico italiano è piuttosto deludente, grazie ad alcune pellicole dal registro più leggero, interpretate insieme a Walter Chiari, come E’ l’amor che mi rovina (1951) di Mario Soldati o come Accadde in commissariato (1954), la notorietà di Lucia Bosè accresce sensibilmente. Una popolarità che si rinsalda quando è diretta da Luciano Emmer – il “regista delle donne”, insieme a Pietrangeli, che ha dato vita ad una galleria di personaggi femminili tratteggiati con accuratezza, con toni sospesi tra la commedia e il dramma -, in Parigi è sempre Parigi (1951) e Le ragazze di piazza di Spagna (1952), dove recita insieme a Marcello Mastroianni, Vittorio Caprioli e Aldo Fabrizi.

da Le ragazze di Piazza di Spagna di Luciano Emmer (1952) ©Osvaldo Civirani (Fondo Civirani Archivio Fotografico Cineteca Nazionale – CSC) 

Nel 1954 lavora con Glauco Pellegrini su una biografia di Schubert, Sinfonia d’amore – Schubert e subito dopo è diretta da Aldo Fabrizi nell’episodio Marsina stretta, in Questa è la vita. La fama della Bosè oltrepassa le barriere nazionali, ha infatti inizio la sua carriera artistica all’estero col primo film francese, Vacanze d’amore (Le village magique) di Jean-Paul Le Chanois. L’anno successivo è Lucia, un’operaia che si innamora del figlio di una contessa sfollato per i bombardamenti del 1943 nell’intenso Gli sbandati, dell’allora esordiente Francesco “Citto” Maselli al fianco di Isa Miranda, Jean-Pierre Mocky e Giuliano Montaldo.

con Jean-Pierre Mocky ne Gli Sbandati (1955) di Francesco Maselli

In Spagna ha l’occasione di lavorare con Juan Antonio Bardem, zio di Xavier Bardem, ne Gli egoisti (Muerte de un ciclista), una pellicola ritenuta dalla censura “fortemente dannosa”, di critica contro l’alta borghesia madrilena ma più ancora, sullo stato delle cose nella Spagna franchista. È sul set di questo film che incontra il torero Luis Miguel Dominguìn, con cui si sposa e avrà tre figli (Miguel, il celebre cantante, Lucia e Paola), andando a vivere in Spagna.

con Luis M. Dominguìn, P. Picasso e J. Cocteau ne Il testamento di Orfeo (1960) di Jean Cocteau

Gira un’ultima pellicola, diretta da Luis Buñuel, Gli amanti di domani (Cela s’appelle l’aurore, 1955), che in Italia esce parzialmente mutilata dalla censura. Ad eccezione di una collaborazione su Il testamento di Orfeo (1960) di Jean Cocteau, la Bosè mette in pausa il proprio percorso attoriale in un momento cruciale a livello della produzione cinematografica mondiale, malgrado le numerose proposte da parte di Pier Paolo Pasolini, Valerio Zurlini e dello stesso Antonioni – che la voleva come protagonista nella trilogia della incomunicabilità, L’avventura (1960), La notte (1961), e L’eclisse (1962), ruoli che saranno poi interpretati da Monica Vitti, che con quei film, nel decennio successivo, raggiunge la piena consacrazione -.

IL SUO RITORNO SUGLI SCHERMI INTERNAZIONALI

Lucia Bosè fa ritorno sulle scene con una pellicola catalana, Nocturno 29 (1968), diretta da Pere Portabella, nel frattempo, l’anno precedente, aveva ottenuto il divorzio da Dominguìn. Una pellicola ermetica – il cui titolo fa riferimento agli anni della dittatura di Franco – che ruota intorno al personaggio di Lucia, in un ritratto femminile di una modernità decisamente inedita per il cinema spagnolo.

in Nocturno 29 (1968) di Pere Portabella

Sono trascorsi tredici anni da quando la Bosè aveva esordito nel cinema italiano, in uno scenario che nel frattempo si è modificato, non è più la diva da rotocalco, è padrona dei suoi mezzi, ha acquisito infatti una maggiore consapevolezza delle proprie doti recitative, per calarsi in ruoli intensi, in taluni casi secondari, ma importanti, in un cinema di ricerca, autoriale.

In Italia per il suo ritorno sul grande schermo lavora con Paolo e Vittorio Taviani in Sotto il segno dello Scorpione (1969), al fianco di Gian Maria Volonté, entrambi dotati di un’innata fotogenia e con un talento particolare nel catturare la macchina da presa.

con Gian Maria Volonté in Sotto il segno dello Scorpione (1969) di Paolo e Vittorio Taviani

Nello stesso anno collabora con Federico Fellini in Fellini-Satyricon (1969). Gli anni settanta sono molto intensi per l’attrice. E’ protagonista de L’ospite (1971) di Liliana Cavani, lavora con Ferreri in Ciao Gulliver di Carlo Tuzii e con Mauro Bolognini è Viola in Metello, tratto dall’omonimo romanzo di Pratolini (con cui tornerà successivamente a collaborare in Per le antiche scale (1975). Seguono La controfigura di Romolo Guerrieri, con Vittorio Caprioli, Francisco Rabal ed Helmut Berger e La colonna infame di Nelo Risi. In Francia è diretta da Marguerite Duras in Nathalie Granger (1972), insieme a Jeanne Moreau e Gérard Depardieu. Tre anni più tardi è diretta da Jeanne Moreau  in Lumière – Scene di amicizia tra donne (1975), affiancata da Keith Carradine e Bruno Ganz.

con Jeanne Moreau in Nathalie Granger (1972) di Marguerite Duras

Nel 1977 interpreta Violanta di Daniel Schmid, tratto dall’omonimo romanzo di Conrad Meyer. L’attrice si cala perfettamente nel team del regista svizzero, sul cui set, oltre a Maria Schneider e a Ingrid Caven, fa la conoscenza di Fassbinder. Violanta segna l’ultima sua interpretazione, prima di uscire nuovamente di scena, a soli quarantasette anni. Farà ritorno sul grande schermo con Francesco Rosi nell’adattamento del romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Cronaca di una morte annunciata (1987) e per un adattamento dell’Avaro di Tonino Cervi (1989).

Negli anni novanta l’attrice fa ritorno al cinema con una pellicola diretta da Maurizio Ponzi, Volevo i pantaloni (1990) e soprattutto in Harem Suaré di Ferzan Ozpetek, e lavora per la televisione in due miniserie, Il coraggio di Anna (1992) e Alta società (1995). Successivamente lavorerà nella serie Capri (2010).

ne I Vicerè (2007) di Roberto Faenza

Nel settembre del 2000 la Bosè inaugura il Museo de los Angeles, situato in una ex fabbrica di farina, a Turégano, vicino a Segovia, un paesino di una cinquantina di abitanti, dove ospita opere d’arte a tema angelico – un progetto cui tiene molto, che sosterrà fino alla sua chiusura nel 2012 -. Torna sugli schermi nel ruolo di Donna Ferdinanda sul film di Roberto Faenza, I Vicerè, tratto dall’omonimo romanzo di Federico De Roberto.

Nel 2013, a ottantuno anni, accetta la sfida di girare in luoghi impervi, a oltre 2000 metri di altitudine, in una produzione indipendente italo-cilena, Alfonsina y el mar per la regia di Paolo Benedetti e David Sordella. Un personaggio cucito addosso a lei – il film narra la vicenda di un’attrice cilena non più giovane che rientra nel proprio paese, pronta a rimettersi in gioco -, dove può recitare mantenendo i suoi capelli blu, il colore che ha scelto di indossare dagli inizi del ventesimo secolo.

in Alfonsina y el mar (2013) di Paolo Benedetti e David Sordella

Nel 2017 riceve il Premio Wilde Vip European Award per l’arte e la cultura, conferitole dalla Dreams Entertainment con l’Osservatorio Parlamentare Europeo, l’onorificenza che premia personalità dello spettacolo che abbiano contribuito a diffondere valori culturali. In una delle interviste rilasciate nel corso di una sua fugace presenza a Roma nel 2019 (5), alla domanda se avesse dei rimpianti, dichiarava di non averne alcuno, di aver fatto ciò che aveva voluto e di “essersi programmata fino ai 105 anni”, che la sua forza era quella di non avere bisogno di nulla, di amare la lettura, il silenzio, di non lasciarsi andare mai. Alla domanda se le mancasse l’Italia, replicava che la sua casa ormai era la Spagna, che non sarebbe più tornata a vivere in Italia.
Lucia Bosè è scomparsa il 23 marzo 2020 a Segovia, all’età di 89 anni.

Abbiamo avuto l’opportunità di conoscerla in occasione di un suo soggiorno a Bologna, nel settembre del 2002, per la presentazione della versione restaurata di La signora senza camelie presso la Cineteca, e di trascorrere con lei diverse ore tra le vie felsinee, nel corso delle quali abbiamo a lungo conversato.

©Archivio Ansa

Resta impresso nella memoria il ricordo di quell’incontro, in compagnia di una sua amica spagnola, per la gentilezza e la schiettezza nel raccontarsi, nel condividere con noi la grande passione che l’animava il Museo degli Angeli da lei creato e di recente inaugurato, oltre che l’interesse e la curiosità manifestati verso la città che la ospitava. Ma anche per l’affabilità nel fronteggiare gli inconvenienti del caso, lo smarrimento all’aeroporto della valigia, regalatale dal figlio Miguel, l’aveva costretta ad acquistare velocemente qualche oggetto di prima necessità, e malgrado ciò ne attendeva fiduciosa l’arrivo in vista dell’incontro col pubblico previsto il giorno seguente.

L’indomani, nel corso del pranzo, in un celebre locale del centro, il cameriere aveva appena preso le ordinazioni, in un tavolo poco distante, una figura solitaria attirava ben presto la sua attenzione, un uomo, con indosso una tenuta sportiva che ne evidenziava la prestanza fisica. Si trattava di Rupert Everett, che dal canto suo, proseguiva in un pasto frugale, noncurante di quanto accadeva ai tavoli intorno a lui.

Nel frattempo, la valigia era stata recapitata nell’albergo dove Lucia era ospitata. La signora dai capelli blu, elegantissima, in uno splendido completo nero, blazer e pantaloni, era pronta per la sua entrata in scena a incontrare il pubblico.

Pubblichiamo l’intervista inedita

Con Daniel Schmid

Note:

* Lucia Bosè in Roberto Liberatori, Lucia Bosè. Una biografia, Edizione Sabinae, Roma, 2019.

  1. Il cortometraggio di Dino Risi è stato recentemente restaurato grazie alla collaborazione della Veneranda Fabbrica con Fondazione CSC – Archivio Nazionale Cinema Impresa.
  2. Al progetto partecipano importanti personalità della cultura meneghina come Giorgio Strehler, Alberto Lattuada e lo scrittore Mario Bonfantini. Il film si apre con la prova generale di un balletto alla Scala alla presenza di pochi militari austriaci. Una Milano deserta è rotta dall’urlo di un bambino: “A fuoco la città”. Risi ricostruisce con minimi mezzi e inventiva drammaturgica la rivolta popolare a cui partecipano tutti, intellettuali, donne, seminaristi, bambini, contadini. 
  3. Lucia Bosè, op. cit. pag. 58.
  4. Giulio Cesare Castello

CONVERSAZIONE CON LUCIA BOSÈ di Luisa Ceretto

© LaPresse

Poco prima di partecipare al concorso di “Miss Italia”, nel 1947, ebbe l’occasione di incontrare una figura che avrebbe avuto un peso determinante nel suo percorso artistico, Luchino Visconti. Cosa ci può dire al riguardo?

Avevo sedici anni, entrarono lui e il regista Giorgio De Lullo (attore e regista teatrale, ndr), io servivo i marron glacé alla pasticceria Galli, e lui mi guardava. ‘Lei è un animale cinematografico’. De Lullo poi mi disse: ‘Ma sa chi è? È Visconti’.

Lucia Bosè quando lavorava alla pasticceria Galli

Ma io non avevo idea di chi fosse, gli ho dato la mia scatolina di marron glacé …È passato un po’ di tempo e mi eleggono ‘Miss Italia’… mi arriva una lettera di Visconti, credo ancora di averla. ‘Lei si ricorda di quel signore che le disse: lei farà del cinema? Lei farà del cinema e lo farà…’. Dopo aver vinto il titolo, Dino Risi mi scelse per un cortometraggio sulle Cinque giornate di Milano,1848. Allora, il concorso di ‘Miss Italia’ era forse un po’ più serio di quello che è divenuto in seguito, tutto il cinema italiano, le attrici, erano uscite da lì … Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Gianna Maria Canali, Eleonora Rossi Drago, che però era stata scartata, perché coniugata.

Il suo debutto nella regia del primo lungometraggio avvenne con De Santis, era il 1950…

Terminato Riso amaro, Silvana Mangano si sposa con De Laurentiis. Nel frattempo, Giuseppe De Santis aveva già preparato Non c’è pace tra gli ulivi e cercava una ragazza. Fu Luchino Visconti a suggerirgli la ‘tusa (ragazza ndr) de Milan’ e quindi di farmi un provino.

Ricordo che c’erano, oltre a me, Carla Del Poggio e altre tre o quattro ragazze, ma poi scelse me. Sul set, De Santis era straordinario, molto carino…

con Raf Vallone in Non c’è pace tra gli ulivi (1950) di Giuseppe De Santis

Nello stesso anno, le fu proposto il ruolo di protagonista in Cronaca di un amore dell’esordiente ferrarese Michelangelo Antonioni…

Si, in un primo momento Antonioni non mi voleva, diceva che ero troppo giovane per interpretare una trentenne, ero diciannovenne. Ma Visconti gli fece cambiare idea, grazie al trucco e soprattutto agli abiti e all’uso dei cappelli…un lavoro straordinario, ero di una eleganza impressionante…

Poi con Antonioni ebbe una nuova occasione di collaborazione con La signora senza camelie, una riflessione sul mondo del cinema…

con L. Visconti, F. Zeffirelli, M. Bolognini, V. Cortese, M. Vitti, B. Brichetto © Archivio Brichetto

Poco prima Visconti aveva diretto Bellissima… Del resto anche all’estero erano uscite pellicole sull’argomento come, ad esempio, Eva contro Eva di Mankievicz…

In questo film ero molto giovane, è stata un’esperienza meravigliosa. È un film modernissimo per l’epoca, era il 1953, infatti non è stato capito. Non lo dovevo fare io ma Gina Lollobrigida, eppure sono felicissima di averlo fatto, perché trovo che Antonioni sia uno dei registi più interessanti e straordinari del cinema italiano, di un certo genere, di autore. Per La signora senza camelie le critiche sono state abbastanza discrete però, Cronaca di un amore, è stato proprio distrutto. Eppure si intuiva che era un film difficile e che era stato incompreso, ora, fortunatamente, è stata riconosciuta da tutti la grandezza di Antonioni. Io ho avuto l’occasione di lavorare con lui e ne sono felicissima. Preferisco Cronaca di un amore a La signora senza camelie

in Cronaca di un amore (1950) di Michelangelo Antonioni

Com’era il lavoro sui set di Antonioni?

Con Antonioni si provava molto, era tremendo, c’era una sceneggiatura di ferro. Fu molto duro, forse perché avevo affrontato il mio primo film, Non c’è pace tra gli ulivi, con una certa incoscienza, mentre per Cronaca di un amore mi trovai in una situazione più difficile, dovevo interpretare una signora dell’alta società.

Mentre De Santis lasciava molta libertà, con Antonioni funzionava diversamente. Si provava e riprovava e il lavoro sul set era fatto di lunghissimi piani-sequenza. Diceva spesso che doveva stancare tutti, quando tutta la troupe, inclusi i macchinisti, era stanca, non ne poteva più, e pure io lo ero, in quel momento diceva, benissimo, adesso giriamo. Se il regista voleva la scena in un determinato modo, così doveva essere, se anche avessimo voluto dire qualcosa, aggiungere o togliere, non ce lo permetteva. Comunque certe volte, qualche piccola modifica me la lasciava fare.

Vuole raccontare l’episodio della brusca reazione da parte di Antonioni nei suoi confronti?

in Cronaca di un amore

Sì, mi ricordo, è avvenuto per una scena di Cronaca di un amore in cui portavo un cappello con la veletta, che è stata girata quaranta volte. Citto Maselli, era aiuto regista di Antonioni, faceva lo scemo con me, faceva l’imitazione di uno scimpanzé, fuori dalla scena, facendomi morire dal ridere. E così abbiamo rifatto per quaranta volte la scena, c’era sempre qualcosa che non funzionava, una volta avevo sbagliato io o c’era qualche problema tecnico, non funzionava il carrello. Dal canto mio, non ce la facevo più, mi mangiavo la veletta. Non si andava avanti e così, ad un certo momento Antonioni si è avvicinato e mi ha dato uno schiaffo. Erano tutti terrorizzati, eccetto me, in fondo quella sberla me la meritavo.

Con Luchino Visconti ebbe mai l’opportunità di collaborare?

No, perchè in quel periodo Visconti non girava film, si occupava di teatro. Bellissima è del 1951, Senso di tre anni dopo… Luchino voleva che facessi teatro, mi chiese di lavorare su Il giardino dei ciliegi, ma dovetti rifiutare. Mi era permesso fare del cinema, ma non potevo fare teatro, non potevo respirare l’aria del teatro… a causa della mia malattia, della mia patologia ai polmoni…

Proseguendo nella sua filmografia, fu diretta, in seguito, da Luciano Emmer su due film, ce ne vuole parlare?

con Marcello Mastroianni in Parigi è sempre Parigi (1951) di L. Emmer

Luciano Emmer era un pazzo…Quando ti dava il copione, dava solo la parte, non esistevano i dialoghi. Anche sul film con Marcello Mastroianni, Parigi è sempre Parigi, gli chiedevamo cosa dovessimo fare… E lui ci diceva di fare quello che volevamo, un litigio tra due fidanzati, ad esempio.

Mastroianni, che era straordinario, cominciava a litigare con me, e io gli davo delle pedate. Emmer ci diceva, “bravissimi, basta, stop!”. E ho lavorato anche su Le ragazze di Spagna, entrambe due commedie molto carine…Un tono molto diverso rispetto alle pellicole di De Santis e Antonioni. Del resto è proprio diversa la figura di Emmer, è più leggera, rilassata…

Successivamente su un set conobbe Walter Chiari, con cui poi ebbe una lunga frequentazione, che ricordo conserva di lui?

Mi piaceva, ma niente di più, voleva sposarmi, ma io non ne volevo sapere. Il primo film fatto insieme fu È l’amor che mi rovina diretto da Mario Soldati. Era una persona molto precisa, ci criticava perché fumavamo, andavamo a ballare, però era anche un personaggio divertente e questo mi piaceva di lui, perché io uscivo dalla storia con Edoardo Visconti, di cui ero stata molto innamorata…

con Walter Chiari

Qual era il suo rapporto con il cinema? La sua carriera artistica, dopo l’incontro con Dominguìn, a metà degli anni cinquanta, subì una brusca interruzione, non ha mai avuto ripensamenti al riguardo?

No, non ne ho avuti. Ho iniziato a fare cinema quasi per caso, mi sono trovata in mezzo e l’ho fatto con grande rispetto. Il primo giorno dissi alla macchina da presa: ‘Vuoi mangiarmi? Sono io che mangio te. Ti darò il 50 per cento, il resto me lo tengo. Voglio vivere una vita, non una vita da attrice’.  Han sempre detto che ero una traditrice, lo riconosco, ho dato al cinema soltanto una parte, il resto lo volevo tenere per me, per la mia vita, ho dato quello che ho potuto. Avevo 25 anni e volevo una famiglia, dei figli. Ero circondata da amici gay che facevano scappare i corteggiatori, erano molto protettivi. Fu una passione travolgente quella col Torero e gli offrii la mia vita. A mia mamma scrissi un telegramma dopo le nozze: ‘Ho sposato un torero’. Risposta: ‘L’ho saputo dai giornali. Ma sei impazzita?’. Erano tutti arrabbiati. Antonioni mi disse: ‘mi hai tradito con un torero’.

Rispetto al momentaneo ritiro dalle scene, fece tuttavia un’eccezione per lavorare con Luis Buñuel…

Lucia Bosè con Luis Miguel Dominguìn

Lavorare con Buñuel? È stato meraviglioso, era un uomo strano, suonava il tamburo, dormiva su tre assi di legno, e non una. Anche negli alberghi di lusso, a Nizza, dormiva con tre assi di legno, sorseggiando il suo famoso Martini. Sosteneva di essere sordo, per me sentiva tutto, faceva soltanto finta…Con lui ho lavorato ne Gli amanti di domani (1956).

Avevo conosciuto Dominguìn sul set  di La morte del ciclista (1955) di Bardem, in Italia era uscito col titolo Gli egoisti, e si era deciso che smettessi di lavorare. Ma con Buñuel si era parlato del progetto di Gli amanti di domani l’anno precedente, mi aveva mandato il copione e il manager mi aveva consigliato di fare il film, si trattava di un autore importante con cui collaborare e quindi ho accettato.
Buñuel amava fare scherzi sul set, ma li facevo pure io a lui…Un giorno, mette nel programma di lavoro, rispetto alle scene da girare, due biciclette e io ho aggiunto due zeri, 200 invece di 2. Erano tutti preoccupati perché trovare duecento biciclette a Nizza…Ma dato che era scritto così…occorreva trovarle!

In difficoltà per la richiesta anomala, l’aiuto regista ne parla con Buñuel, accenna all’ordine del giorno delle riprese, che riporta, appunto, duecento bici…Ma lui risponde di averne indicate due soltanto…aveva capito che a correggere ero stata io…

con Alberto Closas ne Gli egoisti ( 1954) di Juan Antonio Bardem

E così poi è Buñuel a fare uno scherzo a me, raccontando a tutta la troupe…”Ah, povera Lucia, povera Lucia…è incinta…”. E in effetti mi trattavano tutti benissimo! Solo che poi ha proseguito dicendo che il figlio non era del Torero, perché aveva avuto una cornata nei genitali, allora il fratello si era ‘prestato’ per fare questo figlio. E tutti mi guardavano stranamente e anche il Torero lo guardavano con commiserazione…(per via della sua presunta impotenza). Buñuel si divertiva con questi scherzi, ne faceva sempre…

La sua carriera cinematografica riprese sul finire degli anni sessanta, primi settanta. Lavora con Paolo e Vittorio Taviani, com’è stata la sua esperienza con loro?

Sotto il segno dello Scorpione (1969) di Paolo e Vittorio Taviani è il primo film a cui ho preso parte al mio ritorno sulle scene in Italia. Un giorno si girava con un fratello, il giorno successivo con l’altro, erano bravissimi tutti e due, non si sentiva la differenza tra l’uno e l’altro … erano perfetti…

Successivamente ha lavorato con Federico Fellini….

Si, ho lavorato su Satyricon…un’inquadratura o poco di più…un po’ come faceva Hichtcock, quando faceva la sua comparsa fuggevolmente nella scena di un proprio film…

In Francia, dove già in passato aveva avuto l’opportunità di lavorare con diversi registi, fece la conoscenza di Marguerite Duras e dell’attrice Jeanne Moreau sul film, Nathalie Granger. Cosa ricorda?

Abbiamo girato il film a casa sua. Io e Jeanne facevamo il bucato e lei dirigeva, col metro in mano, un esercito di amici del partito comunista che le curavano l’orto. Io dovevo dire solo “Le vent” per tutto il film, ma non sono bastati quaranta ciak perché la pronuncia non andava mai bene. Jeanne, dal canto suo, non parlava proprio. Quanto abbiamo riso….Che personaggio la Duras…

Dopo aver lavorato nel 1987 con Francesco Rosi in Cronaca di una morte annunciata, tratto dall’omonimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez, ebbe di nuovo modo di lavorare su un set italiano, diretta da Ferzan Hozpetek….

Si, ho lavorato nel film Harem Suaré (1999). La preparazione è durata una settimana, avevo una piccola parte ma importante. Ferzan, lo conoscevo bene, da quando era aiuto regista.

in Harem Suaré (1999) di Ferzan Hozpetek

Mauro Bolognini ricordo che mi diceva che in futuro avrei sempre potuto avere una parte, magari di regina, o nonna, o zia. Eppure in Italia sembra che non ci siano né nonne, né regine, non mi chiedono di fare mai niente…

Recentemente vive in un paesino, in Spagna, dove ha inaugurato un Museo degli Angeli, di cosa si tratta esattamente?

Ho creato questo Museo degli Angeli, prima di tutto perché non ce ne sono e mi diverto moltissimo, in secondo luogo ho dato la possibilità ad alcuni pittori di dipingerne di nuovi. La folgorazione di aprire un museo dedicato a queste magnifiche creature mi venne proprio a Roma, sul Ponte di Castel Sant’Angelo. Quando vidi per la prima volta queste statue maestose e imponenti, avevo diciotto anni decisi che un giorno avrei fatto qualcosa per loro.

Negli Anni ’70, insieme ai figli Miguel e Lucia ©La Presse

Ho realizzato il mio sogno qualche anno più tardi, acquistando una fabbrica di farina abbandonata a Turégano (vicino a Segovia, a nord di Madrid) che ho trasformato in museo. Le opere esposte sono state realizzate da molti pittori famosi. Trascorro molto tempo con quegli angeli. Rido con loro, piango con loro, canto per loro. Condivido con quelle creature d’arte contemporanea tutte le mie emozioni. Credo da sempre nella presenza-amica degli angeli custodi…

Bologna, Settembre 2002

FILMOGRAFIA DI LUCIA BOSÈ

in La signora senza camelie (1953) di Michelangelo Antonioni
con Massimo Girotti in Cronaca di un amore

Televisione

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