XXXVIII – LINO VENTURA

Numero XXXVIII – Gennaio 2026

Sommario:

Lino Ventura in Ultimo domicilio conosciuto (1969) di José Giovanni

LINO VENTURA, UN RITRATTO di Luisa Ceretto

“Se tutti i personaggi che ho incarnato, sfilassero davanti a me, credo che potrei stringere loro la mano senza vergognarmi. Persino nel genere noir esistono film giusti e retti… Non ho mai giocato con il concetto del bene e del male…”  Lino Ventura (*)

Il percorso artistico di Lino Ventura attraversa alcune tra le più belle pagine del cinema francese, dagli anni cinquanta per oltre tre decenni: dal noir al poliziesco, dalla commedia al genere avventuroso, lavorando a fianco di alcuni mostri sacri, come Jean Gabin, Bernard Blier, Gérard Philipe, Simone Signoret. Il suo ingresso nell’universo della settima arte avviene per caso, nel 1953, quando è scelto da Jacques Becker per un ruolo in Touchez pas au grisbi.

Un debutto fortunato, che gli permette di affermarsi rapidamente divenendo, di lì a breve, tra gli attori più richiesti del cinema d’oltralpe.

Lino Ventura allenatore

”C’è un tizio nel film”, dirà Gabin, al termine delle riprese di Grisbì, “che è sorprendente! Di quello lì, sarei stupito se non ne riparlassero” (1)

Sin dai primi passi, Lino Ventura è dotato di un talento straordinario. La sua presenza fisica volto duro, mascella immobile, lo sguardo diretto –, e la sua naturalezza interpretativa lo rendono perfetto per ruoli di uomini forti ma sensibili.

Se ha saputo eccellere nei suoi tradizionali ruoli da duro, inanellando una serie di pellicole di successo, ha anche dato vita a personaggi complessi e profondi, restando sempre fedele ai propri valori. “So bene che un vero attore deve essere capace di recitare qualsiasi ruolo, anche quello più lontano dalla sua natura, e di renderlo credibile. Ma io non riesco a uscire da me stesso neanche un istante, come posso diventare il contrario di ciò che sono? Se provo a farlo, divento subito falso, e recito male. Può darsi che questo sia professionalmente un limite, ma sono fatto così” (2).

Lino Ventura  sceglie con cura ogni singolo progetto, dando vita a oltre settanta personaggi, anche se, in ciascuno di loro, resta  in fondo Lino Ventura. Può trattarsi di un bandito, di un ispettore, di un criminale, di un operaio, di un agente segreto: dietro la maschera di accigliato, sbrigativo, senza scrupoli ma leale, Ventura  non si è mai distaccato da se stesso, dalla sua umanità, mantenendo un assoluto riserbo e pudore, lasciando fuori dal set la propria vita privata e i propri affetti. Distanza che non ha preso neppure dalla sua identità nazionale. Un uomo dal vissuto difficile –  giovane immigrato italiano, giunto con la madre a Montreuil, una specie di “no man’s land”- in un paese, la Francia, dove ha imparato “molto presto ad assumersi la responsabilità in prima persona, e occorreva difendersi”,  che grazie allo sport, ha saputo trovare la propria strada.

Come ricorda nel suo libro di memorie la moglie, Odette,  Lino Ventura si considerava un italiano residente in Francia.

“Parmigiano o parigino?” gli aveva chiesto per la “Gazzetta di Parma”, Maurizio Schiaretti – giornalista e autore della biografia Nella pelle di Ventura (1997) e in seguito di un altro volume, Lino…Semplicemente (2017), editato in occasione del trentennale della morte – “la verità è che io mi sento parmigiano, vivo all’estero da molti anni, ma continuo a sentire il richiamo delle radici della terra dove sono nato e cresciuto, a Parma ho trascorso solo l’infanzia, ma quelli sono gli anni che lasciano un segno indelebile. Quando mi prende la nostalgia, debbo tornare qui, forse Parma ha qualcosa di magico, chissà.”

Attore italiano, il più amato in Francia, Lino Ventura ha rifiutato la cittadinanza francese per restare italiano, anzi, parmigiano. Ha sempre amato molto la cinematografia italiana, in particolare il Neorealismo, ha lavorato con Vittorio De Sica, Luciano Emmer, Francesco Rosi, Giuliano Ferrara. Forse avrebbe potuto avere maggiori occasioni, come suggerisce la moglie. Una fedeltà e un affetto verso l’Italia, ma anche verso il cinema e il pubblico, nostrani, forse mal riposti o comunque non adeguatamente ricambiati.

Lino Ventura bambino

Lino Ventura non ha seguito alcuna scuola di recitazione, sul set è semplicemente sé stesso. Innegabile la sua capacità di calarsi nei personaggi, di “stare” sulla scena, un talento purissimo. Unanimi i commenti di chi ha lavorato al suo fianco o lo ha diretto. “Con lui” dichiarerà Alain Delon “il primo ciak era sempre buono. Non aveva nessuna formazione tradizionale, entrava nel proprio ruolo come in un abito”. (3)

Secondo Francis Veber, rispetto al pubblico e alla capacità di sentirne le reazioni,  Ventura doveva aver appreso molto nel suo periodo di lottatore: “il pubblico della lotta è impietoso e Lino ha sicuramente avuto un contatto col pubblico come pochi attori del cinema possono aver avuto, in diretta!”

Claude Lelouch dichiara che sul set Ventura era un metronomo, col senso perfetto del tempo della battuta.

Attento a non farsi imprigionare da un ruolo, reticente verso personaggi negativi, privi di morale, Ventura rifiuta di replicare il successo del Gorille. Per rompere con l’immagine del duro e uscire da un personaggio che rischiava di limitargli le possibilità espressive, Ventura accetta di cimentarsi nella parodia del noir con Les tontons Flingeurs.  In Una donna e una canaglia (La bonne année) di Claude Lelouch, ad esempio, dove Ventura dà prova di sapersi mettere in gioco nel ruolo dell’uomo tutto d’un pezzo. Un film che seppure trasversalmente, è immerso negli umori di un’epoca, siamo alla fine degli anni ’60, in piena contestazione e rivoluzione dei costumi. “Attraverso la vicenda di un eroe fuori dal tempo, come un rapinatore di gioielli, più ancora che raccontare una storia d’amore tra un burbero all’antica, per di più maschilista, e una giovane donna emancipata, il film mette in scena la constatazione da parte del protagonista di patteggiare con una realtà che non riconosce più” (…)“Nei panni di Simon, Ventura rappresenta esattamente l’eroe ‘positivo’ ferito profondamente nell’orgoglio. Scegliendo lui, non soltanto il regista mette a nudo la maschera Ventura, ma fa leva sull’uomo Ventura, che così come al cinema, nella vita, stando ai racconti di Lelouch, difficilmente avrebbe concepito e accettato di tornare dalla propria donna sapendo di essere stato tradito” (4).

Abilissimo nel lavorare in generi diversi, nel passare da registri drammatici a registri comici, se si osserva la sua filmografia non si può che constatare la coerenza e il rigore delle sue scelte. Ciascun titolo, infatti,  delinea, completandolo, il percorso di un artista che ha saputo dirigere il proprio cammino attoriale, componendo una galleria di personaggi ragguardevole. Film che a loro volta per Ventura rappresentano occasioni di incontri professionali che diventano poi amicizie, da Jean Gabin a Michel Audiard, da Claude Pinoteau a José Giovanni, e soprattutto, Jacques Brel.

Andando a rileggere i nomi dei registi della filmografia di Ventura, l’appartenenza a generazioni anche distanti tra loro è prova ulteriore della vivacità di una certa produzione cinematografica francese.

A partire da Jacques Becker – il regista che ha dato inizio alla sua avventura cinematografica – definito dallo studioso e storico del cinema Aldo Tassone (5), uno dei maestri del cinema postbellico francese, è stato anche “l’anello di transizione ideale tra il cinema classico degli anni Trenta e la Nouvelle Vague, tra il cosiddetto realismo social-populista dei Renoir-Carné-Duvivier-Grémillon e… la generazione dei Truffaut, dei Sautet (6)”, Ventura ha in seguito collaborato con registi fautori del cinema di qualità e tradizione che privilegiano una solida sceneggiatura e di attori noti (esponenti di quel “cinéma de papa” da cui prenderanno le distanze i giovani autori della Nouvelle Vague) come Pierre Grenier-Deferre, o il regista di cappa e spada (famoso per i film dedicati al personaggio di Angelica), Bernard Borderie; o ancora, il regista di origini armene, Henri Verneuil, abile nel mettersi alla prova in svariati generi. Ma si misura anche col maestro del noir Jean-Pierre Melville. In seguito Ventura collaborerà con Claude Pinoteau (che conoscerà una certa notorietà nelle sale italiane negli anni ottanta col  Tempo delle mele).

Lino Ventura con Jean Gabin in Grisbì (1953) di J. Becker

Lino Ventura avrà occasione lungo il suo percorso di lavorare con attori giovani, come Jean-Paul Belmondo, Jeanne Moreau o Isabelle Adjani, esponenti di quel nuovo spirito innovativo che sovvertiva il cinema. Per quanto riguarda la Nouvelle Vague, Ventura, senza saltare quella generazione, vi passerà accanto. Sarà infatti diretto da Louis Malle, regista “inclassificabile” (per citare ancora Tassone), col suo Ascensore per il patibolo, simbolo della Nouvelle Vague ma al contempo capolavoro a sé; a Claude Sautet, un altro grande incompreso o sottovalutato dalla N.V., che esordisce con Asfalto che scotta  interpretato da Lino Ventura. E non vanno dimenticati, naturalmente, Claude Lelouch e Claude Miller (assistente di Jacques Demy e di Jean-Luc Godard) con cui Ventura girerà nel 1981 il potente Guardato a vista.

Nel corso di un’intervista tv nel 1985, aveva appena ultimato Cento giorni a Palermo di Giuliano Ferrara, a Lino Ventura, che nel frattempo ha rallentato un po’ il ritmo lavorativo, viene fatta una domanda su cosa ne pensa del cinema contemporaneo, se ci sia, secondo lui un problema di qualità di sceneggiature: “C’è anche un problema di sceneggiatura, ma c’è anche un altro problema, una sensazione, anche se non riesco a spiegarlo bene, che stia accadendo qualcosa nel cinema oggi. Una mutazione, qualcosa che sta cambiando e deve cambiare, forse, rispetto anche ad un nuovo pubblico, all’affacciarsi di un’altra generazione che è educata e cresciuta con i computer ed è regolata da canoni di una moralità diversa.  Sono un po’ confuso nell’esposizione perché non è chiaro neppure a me, eppure so che sta succedendo qualcosa.  In cosa tutto ciò vada a tradursi non lo so esattamente. La finalità non la conosco, ma so che sta cambiando. Ad esempio non si possono più esprimere certi sentimenti come si faceva prima, fino a qualche anno fa. Gli americani forse lo hanno capito prima di noi, sono andati nella direzione del fumetto…come ad esempio con Indiana Jones e le avventure dell’arca perduta, o dei  film di fiction come Dune o altri. Noi, latini, con i nostri sentimenti, con  i nostri secoli di educazione ebraico-cristiana, non so esattamente verso quale direzione andremo. Spero non si vada nel baratro come sembra sia accaduto al cinema italiano, che è completamente scomparso in questo cataclisma. Quindi è forse questa la ragione per cui non sono molto obiettivo quando mi danno da leggere qualcosa, ultimamente. Per contro, so una cosa: che se domani avessi tra le mani un soggetto di un film d’avventura, cosa molto difficile da fare, ci sarebbero davvero poche persone in grado di scrivere una sceneggiatura in questo momento, a parte José Giovanni; o anche il tema di un grande poliziesco, cosa che è veramente difficile da fare. Non c’è nulla di più facile che realizzare un pessimo film poliziesco, ma un grande film è veramente difficile farlo. Si leggono dei romanzi polizieschi ma non c’è molto… non si riesce più ad attirare il pubblico con certe cose…occorre trovare qualcosa che sia compatto, che abbia un peso , ma non lo trovo. Rispetto alla mia esigenza, mi domando se non sia perché non comprendo o che mi faccio passare a fianco cose che non capisco ancora, non sono rimasto indietro, almeno non lo credo, ma invece forse è così…”

Lino Ventura in “Special Cinéma”, RSI, 1985

“Amo molto Garde à vue, sono molto felice di averlo fatto (…) Ma a proposito della scarsa appetibilità di certe sceneggiature, a proposito di film d’avventura e polizieschi, ho letto un giorno una frase di Pierre Billard (critico, giornalista francese) che ho fatto mia in cui diceva: ‘ a forza di voler fare dei film d’autore sono stati distrutti gli autori’,  mi sembra di un’evidenza e verità incredibili. È ovvio che c’è una generazione di giovani sceneggiatori e registi ma che non possono scrivere un certo tipo di storie, perchè non conoscono la vita, non conoscono gli uomini. Fanno del ‘parisianisme’, non hanno fatto tante esperienze, non hanno vissuto, non hanno sofferto, allora come crede sia possible che scrivano delle storie di uomini? E quelli che invece conoscevano gli uomini poco alla volta spariscono, non ce ne sono più tanti…ecco perché d’un tratto mi sono un po’ isolato come se fossi su un’ isola…se mi chiedessero di girare ad esempio Le avventure dell’arca perduta io mi sentirei totalmente perso, non ci credo, sono un pessimo cliente della finzione, sono troppo cartesiano. Ad esempio su di me i film horror hanno un effetto curioso, mi fanno ridere…dove si andrà finire? Può darsi che José ed io ci ritroveremo entrambi su un’isola a riprendere non so cosa…”(7)

* Lino Ventura in Odette Ventura in collaborazione con Christian Brincourt e Gilles Lambert, Lino. Vita e passioni di un grande attore, Guanda Editore, 1997, pag. 159.

NOTE:

  1. Jean Gabin in Odette Ventura in collaborazione con Christian Brincourt e Gilles Lambert,  Lino. Vita e passioni di un grande attore, Guanda Editore, 1997, pag. 64.
  2. Lino Ventura, op. cit pag. 93.
  3. Alain Delon, ivi pag. 141.
  4. In G. Zappoli L. Ceretto, A. Morini (a cura di), Nato per sedurre. Il cinema di Claude Lelouch, pag. 133, Le Mani, 2001.
  5. Aldo Tassone è stato direttore oltre che ideatore del Festival cinematografico tenutosi a Firenze, dal 1986 al 2008 “France Cinéma”.
  6. Aldo Tassone in Jacques Becker, Ed.France Cinéma”, pag. 66, 2000.  
  7. Trasmissione tv, “Special Cinéma“, Gros plan sur Lino Ventura,  RSI, 1985.
Lino Ventura con Michel Serrault in Guardato a vista (1981) di Claude Miller

NOTA BIOGRAFICA

Luisa Borrini

Lino Ventura, nome d’arte di Angiolino Giuseppe Pasquale Ventura, nasce a Parma il 14 luglio 1919 nel borgo Paggeria, dove vive una vita modesta ma circondata dagli affetti famigliari. È figlio di Luisa Borrini e di Giovanni Ventura, che sarà poco presente nella sua vita e lascerà presto la famiglia per andare in Francia come rappresentante di commercio. Nel 1926 la madre di Lino decide, insieme al figlio, di andare in Francia, per raggiungere il marito a Parigi, dove avrà inizio la dura vita da immigrati. Si ritrova sola a Montreuil, in un clima xenofobo, nel quartiere che ospita una comunità di italiani, dove nelle abitazioni non c’è elettricità, tanto meno servizi igienici.

Lontano dall’Eldorado auspicato, i due riescono a lasciare la città operaia e a trasferirsi a Parigi, nel IX° arrondissement, dove Luisa trova lavoro come cameriera nell’Hotel Baudin (in seguito divenuto Hotel du Pré), e il figlio potrà frequentare la scuola comunale in rue Milton. In classe Lino, insieme ad un altro ragazzo italiano, si trova a dover fare i conti con i pregiudizi dei compagni di scuola e più ancora con quelli della maestra, che consegna lavagne per scrivere a tutti gli allievi, eccetto che ai due “petits macaroni”. Una ferita  indelebile, un’umiliazione che lascerà il segno. “La condizione di immigrato l’ho risentita molto e ha segnato la mia vita” avrà in seguito modo di dichiarare. (1)

Ventura abbandona presto la scuola, per aiutare economicamente la madre; è fattorino e a dodici anni è assunto come ragazzo dell’ascensore nell’albergo dove lavora lei, oltre ad essere addetto a piccole manutenzioni.

Un incontro casuale con un campione di lotta, è l’occasione di riscatto che Lino cercava. Invitato a seguire un allenamento di lotta greco-romana, Ventura ne è subito affascinato e ci si butta, iniziando anche lui a praticare la lotta greco-romana. A 17 anni sente di aver intrapreso la strada giusta. Ciò che lo convince di quello sport – come affermerà la figlia, Clélia – è il confronto uno contro uno, senza imbroglio, la propria forza contro quella dell’avversario.

La scuola elementare in Rue Milton

Nel gennaio 1942, da poco sposato con Odette, la donna della sua vita con cui avrà quattro figli, riceve l’ordine di arruolarsi e di raggiungere l’esercito italiano sotto il regime fascista di Mussolini. 

Ventura si trova a dover combattere sotto la bandiera italiana contro il suo nuovo paese di adozione. Trascorsi alcuni mesi, è l’inizio del 1943, ricevuto un permesso di licenza, il giovane attraversa la frontiera e va a Parigi: è un disertore e come tale, rischia la fucilazione.

Vive a Parigi in clandestinità, senza documenti, in una città occupata dai tedeschi.

Pariser Zeitung in rue Réaumur

I suoi amici lottatori gli propongono di riprendere i combattimenti.  La palestra dove si  allena si trova in rue Réaumur,  in terreno nemico, è nello stesso immobile del “Pariser Zeitung”, il giornale di propaganda nazista. Il rischio della delazione è sempre più elevato e, all’insaputa della moglie, Lino Ventura è portato a Baracé, un paesino nel Maine-en-Loire.

Nell’estate  1944, a Liberazione avvenuta, Ventura è ormai rientrato nella capitale francese e si dedica al catch, sport che va di gran moda, per le qualità sportive eccezionali richieste.

Lino Ventura, alias, il “Razzo italiano”, impone il suo stile e dà spettacolo, è molto dotato e diviene campione europeo dei pesi medi.

Un incidente sul ring, nel marzo 1950, mette fine alla sua carriera sportiva. Ma il bisogno di respirare l’”odore degli spogliatoi” e di frequentare il mondo dello sport induce il giovane ad allenare e organizzare incontri.

“ Appena arrivo in teatro, farò in modo di vedere il signor Gabin. E se qualcuno cerca di… un diretto in faccia, e me ne torno a casa! “ (2)

Nel 1953 ha inizio per caso la carriera cinematografica di Ventura, quando è scelto da Jacques Becker per il ruolo di Angelo in Touchez pas au grisbi (Grisbì), a fianco di Jean Gabin.

Ultimate le riprese Ventura torna al suo lavoro e alla sua scuderia di lottatori. Due anni più tardi avrà la seconda occasione, sempre al fianco di Gabin, in La grande razzia (Razzia sur la chnouf ) di Henri Decoin, nei panni dello scagnozzo di un boss.

Lino Ventura con Odette Lecomte, futura moglie

Ancora un ruolo da duro per la terza pellicola, La legge della strada (La loi des rues, 1956) di Ralph Habib, dove lavora per la prima volta con Louis de Funès e fa la conoscenza di Claude Pinoteau, aiuto regista.

Il dado è tratto (Le rouge est mis, 1957) di Gilles Grangier, al fianco ancora una volta di Jean Gabin, segna per Ventura un altro incontro importante con il dialoghista e sceneggiatore, Michel Audiard.

Ventura ha ormai bucato lo schermo, è molto amato dal pubblico.

Sarà il commissario Cherrier ne l’Ascensore per il patibolo (1957) di Louis Malle e l’ispettore Torrence in L’ispettore Maigret (Maigret tend un piège) di Jean Delannoy.

Jacques Becker gli offre il secondo vero inizio della carriera, per uscire dal cliché del bruto in Montparnasse 19 (Les amants de Montparnasse) in cui Ventura è Morel, un commerciante di quadri.

Nel 1958 con Il gorilla (Le gorille vous salue bien) di Bernard Borderie, Ventura ha il suo primo ruolo da protagonista assoluto nei panni dell’agente segreto Charles Vanel. È un periodo denso di proposte e di successi, tra gli altri, Asfalto che scotta (Classe tous risque, 1959) del giovanissimo e a quei tempi poco noto Claude Sautet, dove Ventura richiede Jean-Paul Belmondo, ancora sconosciuto, al suo fianco.

Anche il nuovo decennio sarà ricco di successi. Nel 1961 con Luciano Emmer è interprete in La ragazza in vetrina nei panni di un minatore italiano immigrato in Olanda. L’anno seguente su Un taxi per Tobruk (Un taxi pour Tobrouk) di Denys de la Patellière, lavora a fianco di Charles Aznavour in un film antimilitarista.

Sempre nel 1961 è diretto da Duilio Coletti in Il re di Poggioreale e in seguito lavora con Vittorio De Sica nel film a episodi Il giudizio universale.

Lino Ventura in Asfalto che scotta (1959) di Claude Sautet

Nel 1963  si cimenta nella commedia, con la parodia dei film polizieschi, In famiglia si spara (Les tontons flinguers) di Georges Lautner. Ancora una commedia con Quattro spie sotto il letto (Les Barbouzes) firmata dallo stesso Lautner. Recita nuovamente per Claude Sautet in Corpo a corpo (L’ Arme à gauche) nei panni di un giovane marinaio.

Nel dicembre 1965 Ventura, andando contro la sua proverbiale riservatezza, decide di lanciare un annuncio in tv, un appello di sensibilizzazione e di richiesta di fondi, che ha inizio con la dichiarazione di avere una figlia “diversa”, Linda, con cui poneva le basi per una associazione a sostegno dei portatori di handicap e delle loro famiglie per assicurare loro un futuro. Prende il via l’Associazione Perce-Neige (Bucaneve),  la prima casa-famiglia sarà creata a Sèvres nel 1979, completata nel 1982, e dove Linda, insieme ad altri giovani di varia età, potrà avere la propria residenza. Divenuta dopo la sua morte Fondazione Lino Ventura, l’associazione ha dato vita, fino a questo momento, a cinquanta case-famiglia.

Il successo che ne consacra il talento

Gli anni sessanta consacrano il talento di Ventura: seguono Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide (Le Deuxième Souffle, 1966) di Jean-Pierre Melville dove Ventura è un bandito evaso, Il rapace (Le Rapace) di José Giovanni e L’armata degli eroi (L’armée des ombres) di Melville. E ancora Il Clan dei Siciliani di Henri Verneuil col trio Ventura, Gabin, Delon e Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu, 1969) di José Giovanni, dove Ventura è un ispettore decorato con la Legione d’onore. Il nuovo decennio si apre con una commedia, Il rompiballe…rompe ancora (Fantasia chez les ploucs, 1970) di Gérad Pirès. L’anno seguente è Cornelius, un capitano di una nave dedito al contrabbando nella Via del rhum (Boulevard du rhum) di Robert Enrico.

Lino Ventura con Jacques Brel ne Il rompiballe (1973) di Edouard Molinaro

Fruttuoso l’incontro con Claude Lelouch, lavorerà sulla commedia, L’avventura è l’avventura (1972) in cui Ventura fa la conoscenza di Jacques Brel. Come racconta lo stesso Lelouch, crea ruoli su misura per Ventura, gli propone una “commedia surrealista” e lo convince. L’anno seguente è diretto in Una donna e una canaglia (La bonne année). Sempre nel 1973 è un killer di professione in L’emmerdeur di Edouard Molinaro a fianco di Jacques Brel.  Il film avrà un remake americano, per la regia di Billy Wilder, la sua ultima, Buddy Buddy con Jack Lemmon e Walther Matthau.

L’anno seguente Lo schiaffo (La gifle) di Claude Pinoteau vede Ventura impegnato nei panni di un professore. Seguono due interpretazioni dirette da Pierre Granier-Deferre, La trappola (La cage) e Dai sbirro (Adieu poulet), dove è nuovamente un commissario.

Nel 1976 collabora con Francesco Rosi in Cadaveri eccellenti, tratto dal romanzo Il contesto di Leonardo Sciascia, accolto con entusiasmo dalla critica francese. Un altro ruolo memorabile in Morti sospette (Un papillon sur l’épaule, 1978) di Jacques Deray, che lo vede  tra gli altri interpreti, con Laura Betti. Concludono il decennio, Il tocco della medusa di Jack Gold e Labirinto (L’homme en colère) di Claude Pinoteau. Nel 1981 è diretto nell’ultimo e straordinario ispettore di polizia in Guardato a vista (Garde à vue) di Claude Miller, interpretato da un trio eccezionale composto da Lino Ventura, Michel Serrault e Romy Schneider.

L’anno seguente accetta la parte di Jean Valjean già interpretata da Gabin ne I miserabili di Robert Hossein, un ruolo testamento per Lino Ventura.  Ancora due collaborazioni con registi già sperimentati, come José Giovanni, Una cascata tutta d’oroLe Ruffian e Claude Pinoteau, La 7ème Cible. Nel 1984 calza i panni del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in Cento giorni a Palermo di Giuseppe Ferrara. È diretto nel 1987 nel film La Rumba di Roger Hanin dove appare in un cameo.

Lino Ventura muore il 22 ottobre 1987 a Saint-Cloud (Parigi) all’età di 68 anni.

NOTE:

  1. Lino Ventura in  Odette Ventura in collaborazione con Christian Brincourt e Gilles Lambert, Lino. Vita e passioni di un grande attore, Guanda Editore, 1997, pag. 23.
  2. Op. cit. pag. 60.
Lino Ventura nell’appello in tv in favore dell’Associazione Perce-Neige, dicembre 1965

CONVERSAZIONE CON ROBERTO COALOA (*) di Luisa Ceretto

Come storico, cosa l’ha spinta a scrivere un volume su Lino Ventura? Perché il titolo, Ascesa e caduta di una stella?

Prima della professione di storico c’è il grande amore per il cinema. Da cinefilo endurci (incallito, ndr) dovevo farlo! Quanto amo Lino Ventura! È una bella malattia il cinema: la pellicola è la sola realtà. C’è un film dove lo sguardo di Lino Ventura mi commuove e rimanda all’amore per la Settima Arte. È Boulevard du rhum di Robert Enrico con Brigitte Bardot. È il 1971. Il film non decolla, mai, e il film non funzionò commercialmente, con la totale disperazione del regista, per la mancata intesa dei due attori principali, che all’epoca, per dirla in francese erano au sommet de leur art (al culmine della loro arte, ndr): la diva Bardot e la star Ventura. Bardot adorava Ventura, ma Lino, fedele ai suoi principi, era pudico con le donne sul set. Pare bloccato dalla bellezza straripante di Brigitte. Eppure alla fine di Boulevard du rhum c’è una sequenza magica: il protagonista del film, il picaresco capitano dedito al contrabbando di rhum all’epoca del proibizionismo americano, dal fantastico nome di Cornelius van Zeelinga, è abbandonato dalla donna che ama, un’attrice famosa, Linda Larue, ritrovandosi comunque felice, a fantasticare, con occhi grandi come quelli di un bambino, sul suo grande amore, appoggiato a una sedia di un cinema quasi vuoto. Ahimè, sono però di professione uno storico e il bello del cinema è che ti rimanda alla vita. Così, la mia segreta speranza, è stata quella di proporre una biografia, scritta a volte, dove ci son riuscito, come un romanzo, su un uomo che, una volta incontrato, valeva davvero la pena di conoscere. Un burbero, un duro dal cuore tenero. Un uomo affascinante, ma rompiscatole e, a volte, contraddittorio. Una simpatica canaglia, un amico da tenere stretto, da non deludere.

Quando poi mi sono accorto che il nome di Lino Ventura, in Italia, era relegato in un andito buio, nella cineteca di pochi appassionati, ho deciso di scrivere una biografia. Una sera, dopo una presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino, durante una cena con pochi amici, iniziai a parlare delle mie esperienze a Parigi e dello stupore provato nel conoscere la vita di Lino Ventura, una vita davvero esemplare.      

Insomma, la storia di Lino Ventura è davvero bella e doveva essere raccontata. Alla cena c’era Alessandro Orlandi, che mi chiese di scriverla “subito” per La Lepre Edizioni. Dissi di sì, in maniera definitiva. Mantengo le promesse e in poco tempo la completai. Nel raccontarla ci ho messo il rigore dello storico di professione, cercando documenti come gli «Atti del battesimo Parrocchiale San Bartolomei Anno 1919» a Parma. Per me scriverla è stata un’occasione importante per riflettere su delicate vicende familiari. Lino Ventura, nato il 14 luglio 1919, mi ricordava la generazione di mio nonno Giovanni, nato nel 1914, e quella dei miei zii piemontesi, i “Barba” (termine piemontese che significa zio): Barba Domenico, Barba Evasio. Persone eleganti, dure, decise. Ferite dalla vita, ma resistenti. Persone silenziose e sagge. Uomini dal completo grigio. Una camicia bianca e la sigaretta sempre in bocca. Grandi fumatori, condannati a una vita breve. Ascesa e caduta di una stella è il titolo. Forse appare, a prima vista, strano, insensato. Non è così! Il sottotitolo è semplicemente: La vita e i film di Lino Ventura. Se la fortuna mi donasse l’occasione di rifare una nuova edizione dell’opera, farei un libro più ampio, dal titolo, in colori blu, bianco e rosso, «Lino Ventura», e sottotitolo, in colori verde, bianco e rosso: «Il cuore italiano di una stella del cinema d’altri tempi». Il libro sarebbe arricchito da parecchio materiale inedito che continuo a collezionare. Mi piacerebbe scrivere un nuovo libro con un inserto a colori dedicato ai bellissimi manifesti dei film di Ventura degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta. Tra il 2017 e il 2018, quando ho scritto il libro, di Lino Ventura non c’era nessuna traccia online. Nessun film era disponibile in rete. Non ci potevo credere! A Parigi, invece, qualcosa c’era: una memoria costante sul personaggio, alimentata dagli amici di Lino, dalla flânerie di cinefili sofisticati e dai tanti nostalgici della “bella Italia”. Così, dopo l’intitolazione all’attore di una piazza a Parigi, nel IX arrondissement, e di una bella mostra, nel 2017, al Musée National de l’Histoire de l’Immigration, che si apriva proprio sulla vita di Lino, mi concentrai a scrivere il volume, che, uscito alla fine del 2018, anticipava il centenario della nascita dell’attore, che volevo, finalmente, far conoscere anche in Italia. Ventura è un attore ignoto alla mia generazione (1971). Figuriamoci tra i più giovani! Era, quindi, un’opera necessaria. Il mio libro, infatti, cerca di declinare l’attore in termini di umanità e fibra etica. I suoi 68 anni sono stati vissuti in modo esemplare: 34 anni con l’ascesa e il successo nello sport e gli altri 34 dedicati al cinema, in maniera totale. Pure, il destino è beffardo.

Con Jean Gabin e Jeanne Moreau in Grisbì

Ero tentato, in una prima fase di discussione con l’editore, di scegliere un titolo in francese, ispirato da una canzone di Léo Ferré, Avec le temps. Che parole! La scelta era facile. A mio modesto avviso bastava qualche strofa della canzone di Ferré per dare alla figura di Ventura un’ecografia della memoria. Avec le temps, la canzone forse più famosa di Léo Ferré, tra le più interpretate al mondo, fu pubblicata nel 1971, forse, il momento d’oro dell’attore Ventura. Si tratta di una canzone straziante, sull’amore deluso e l’atroce esperienza del tempo, che tutto cancella. Léo Ferré, quindi, era la mia scelta, prima ancora di considerare la grande poesia di altri testi amati da Ventura e composti dai suoi veri amici, come i cantautori Georges Brassens e Jacques Brel.

Lino Ventura nasce a Parma nel 1919 e poi emigra con la madre in Francia, un giovane “macaroni” di appena 8 anni, in un contesto che mal sopporta gli immigrati italiani… può parlarne?

Quando gli emigranti eravamo noi, il bambino Angiolino Giuseppe Pasquale Ventura lasciava la natia Parma per traferirsi con la mamma, Luisa Borrini, nella Parigi degli anni Venti. Il piccolo Lino e sua mamma non vivono certo la spumeggiante vita del dopoguerra della Ville Lumière. Vivono in un quartiere poverissimo, dove gli italiani vengono discriminati e i bambini italiani sono letteralmente torturati dai loro coetanei francesi.

Alla nascita di Lino a Parma, il padre, Giovanni Ventura, è poco presente e lascerà la città per cercare lavoro altrove. Parma è importante per Lino: nonostante l’assenza del padre, troverà l’affetto della nonna materna, degli zii e della famiglia Pelagitti. A Parma, il piccolo Lino resta impressionato dalla bontà di un padre francescano, Padre Lino! Il 7 giugno 1926, bambino, arriva con la mamma a Parigi, dove un ramo della sua famiglia, i Tanzi, ha una piccola fabbrica di conserve di pomodoro. La vita del piccolo Ventura è difficile, emarginato dai compagni di scuola francesi. È umiliato anche dagli insegnanti.

Il secondo capitolo del suo volume focalizza il momento cruciale dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco dei tedeschi. Per Lino Ventura, un italiano in Francia col nome di Angelo Borrini, la situazione si complica. Quale sarà la sua scelta?

È il capitolo dove è evidente, spero, il mio interesse storico sulla Francia tra le due guerre mondiali del Novecento. Un periodo davvero interessante, da studiare attentamente. Ventura ha incontrato a Parigi, nel 1936, l’amore della sua vita, Odette Lecomte. Si sposeranno quando Parigi è occupata dai nazisti, nel gennaio 1942. Sono due semplici ragazzi. Non si rendono conto dei pericoli della guerra. La situazione è sempre più incandescente, soprattutto dal momento in cui Mussolini vuole che gli italiani residenti in Francia tornino in patria per combattere. Lino è costretto ad arruolarsi nei battaglioni alpini, da dove diserta nel 1943 approfittando di un permesso di quindici giorni. È l’inizio di una pericolosissima avventura nel mondo della clandestinità. Ad un certo punto entra nella Resistenza francese.

Lino, vive gli ultimi anni della guerra a Parigi, rischiando la vita ogni giorno, in una situazione che lui definirà du chat et de la souris (del gatto e del topo, ndr) con l’occupante tedesco. È munito di falsi documenti e beneficia della sua rete di amici parigini. Poi si nasconde a Baracé, nella Maine-en-Loire, grazie agli amici della moglie. All’inizio del 1944, Lino ritorna a Parigi e riprende la lotta contro i tedeschi. Il 3 febbraio 1944 ha il battesimo del fuoco utilizzando lo pseudonimo di Angelo Borrini, che diventerà poi Lino Borrini, contrazione del suo nome con l’aggiunta del cognome materno. Ma per tutti i resistenti è chiamato con il soprannome di «L’Italien».

Nel 1969, non a caso, Ventura sarà il protagonista del film di Melville L’armata degli eroi (L’Armée des ombres), che nel mio libro definisco il più bel film sulla Resistenza francese.

Il film di Melville è speciale anche per la musica. L’autore della colonna sonora è Éric Demarsan. Il tema musicale al pianoforte che accompagna la sequenza dell’arrivo di Philippe Gerbier (Lino Ventura) e Luc Jardie (Paul Meurisse) a Londra, dove scorrono i visi dei protagonisti, la colonna di Nelson e i palazzi della capitale, è indimenticabile.

L’incontro con il cinema avviene grazie a Becker, quali sono state le figure importanti sul suo percorso artistico?

Con l’arrivo degli americani, finita la guerra, Lino diventerà un lottatore di catch. Aveva iniziato l’attività sportiva in palestra come lottatore di greco-romana. Il catch però diventa un modo di fare soldi e a Parigi, Lino, diventa per tutti gli appassionati della nuova disciplina sportiva, le champion italien. Sotto i colori dell’Italia diventa nel 1950 campione d’Europa di catch. Il successo nello sport lo gratifica e lascia il lavoro di rappresentante di commercio a Parigi. La sua figura di gran sportivo diventa così popolare ai francesi da essere notata dal regista Jacques Becker nel 1953, che lo vuole nel suo film Touchez pas au grisbi (Grisbì in italiano), che segna il ritorno nel cinema francese di Jean Gabin.

Lino Ventura in palestra

Ventura racconta di essere capitato per caso nel cinema. Se non ci fosse stato il figlio di Becker, all’epoca aiuto regista del padre, ad accompagnarlo prima delle riprese dalla star Gabin, che strinse la mano a Ventura, probabilmente l’episodio sarebbe terminato lì, senza nessuna possibilità di andare avanti. Da quel momento, invece, Ventura divenne una star del cinema. Ventura per il ruolo del “cattivo” accanto a Gabin richiese un gran compenso, che Becker accettò più che volentieri. Il film ebbe un grande trionfo di pubblico e di critica. Il secondo film fu di nuovo accanto a Gabin, Razzia sur la chnouf (La grande razzia).

È evidente che nel suo percorso artistico, Gabin per Lino è stato un esempio. Diventeranno amici per sempre. Nel cinema si scambieranno addirittura dei ruoli. Nella vita privata, quando la figlia di Jean Gabin si sposerà contro il parere del padre, sarà Lino ad accompagnarla all’altare. Jean Gabin, nato il 17 maggio 1904, è un fratello maggiore per Ventura. Simili anche nella scelta degli amici e nella decisione quasi anarchica di tenere fuori dai riflettori la loro vita privata. Gabin e Ventura sono uomini che non esistono più: eccezionali commensali sempre pronti a “pousser la chansonette” (canticchiare, ndr.) dopo un pranzo con gli amici. Gabin e Ventura si ritroveranno, nel 1969, con Alain Delon nel successo del Clan dei Siciliani di Henri Verneuil. Sceglieranno entrambi un regista come Pierre Granier-Deferre per due capolavori e drammi psicologici come Le Chat, del 1971, Gabin con Simone Signoret e La trappola (La cage), del 1975, Ventura con Ingrid Thulin.

Lino Ventura ne I Miserabili (1982) di Robert Hossein

Jean Gabin e Lino Ventura sono due uomini sensibili dietro la maschera del duro.

Dopo la morte di Gabin, nel 1976, Ventura ricorderà sempre l’amico e gli renderà un omaggio postumo interpretando Jean Valjean in Les Misérables di Robert Hossein nel 1982. Quel Jean Valjean che era stato un personaggio indimenticabile nell’interpretazione di Gabin.

Ventura, pare incredibile, interpretò anche dei ruoli comici, e ancora oggi si ride piegati in due guardando i film nei quali ha recitato accanto a un grande amico, Jacques Brel, tra i più influenti cantautori del Novecento.

Brel come attore assieme a Ventura fu una scoperta di Claude Lelouch, che scommise su quella strana coppia per il film L’aventure, c’est l’aventure. Il film uscì il 4 maggio 1972 e divenne un classico. Il secondo film popolare della coppia Brel-Ventura fu L’emmerdeur di Édouard Molinaro. Il film uscì il 20 settembre 1973. Jacques Brel, fino alla fine (morì nel 1978), è stato un amico di Lino. In un’intervista durante le riprese di L’emmerdeur, Brel diceva di amare Lino semplicemente, di amarlo per la sua tenerezza e il suo pudore.

Nel prologo si sofferma sulla notorietà di Ventura come l’attore italiano più amato dai francesi. Quali sono le ragioni di tanto successo in Francia?

Il successo di Ventura in Francia è incredibile: è il classico burbero che piace. C’è da aggiungere, però, che è stato un burbero benefico quello che hanno amato e continuano ad amare i francesi.

Lino Ventura con la moglie Odette

Dal matrimonio con Odette, Lino diventò padre di tre figlie e un figlio. Linda, diceva il papà, «è fragile come un fiore». Nel 1966, in maniera coraggiosa, Ventura diventò l’eroe dei bambini portatori di handicap mentale e il sostegno per le loro famiglie con il suo patrimonio, creando istituti di ricerca medica e l’associazione umanitaria Perce-Neige, che dopo la sua morte (22 ottobre 1987), diventò Fondazione. In Francia sono più di quaranta gli Istituti testimoni della gran sensibilità dell’attore. Ventura, in Francia, anticipava di cinquant’anni la legge sul «dopo di noi», approvata in Italia nel 2016!

E al contrario, l’Italia, afflitta da una frequente disaffezione o smemoratezza, non ha mai debitamente reso omaggio ad una figura importante come Lino Ventura. Eppure, dal canto suo, Ventura non ha mai reciso il suo legame con l’Italia, restando cittadino italiano e non francese…

A Parigi, ancora oggi, nessuno pensa che Lino Ventura sia un attore italiano. Invece, è così: Lino ci teneva a conservare la cittadinanza italiana tanto da rifiutare qualsiasi onorificenza francese, compresa la Légion d’honneur, la più alta onorificenza francese, istituita da Napoleone. Molti lo credono un franco-italiano alla Yves Montand o Michel Piccoli. Lino Ventura è rimasto sempre italiano, anzi un parmigiano doc! Ventura ritornava spesso in Italia e soprattutto a Parma. Vorrei ricordare un film e un aneddoto. Qualche anno fa ho ricordato in una rassegna cinematografica l’amico Ernest Borgnine, compagno di Lino Ventura in Il re di Poggioreale, di Duilio Coletti. Uno dei tanti film italiani di Lino (con, tra gli altri, i registi Vittorio De Sica, Francesco Rosi, Giuseppe Ferrara, Luciano Emmer e Carmine Gallone). Tra i film girati da Lino Ventura in Italia, Il re di Poggioreale, appunto, film del 1961 di Coletti. Ventura interpreta il personaggio di Bruno La Marza. Il protagonista del film, Peppino Navarra, il Robin Hood di Poggioreale, è interpretato dal premio Oscar Ernest Borgnine, pseudonimo di Ermes Effron Borgnino, nato a Hamden il 24 gennaio 1917 e scomparso a West Hollywood l’8 luglio 2012. Borgnine era di origini monferrine in quanto suo padre Camillo Borgnino era nato a Ottiglio (la madre, Anna Boselli era invece di Carpi). Borgnine, nel 2006, ospite del Torino Film Festival, visitò un borgo a me caro, Moleto e il comune di Ottiglio, che gli aveva attribuito la cittadinanza onoraria. Bellissimo film Il re di Poggioreale, con famosi interpreti oltre a Ventura e Borgnine, Keenan Wynn (Jack Di Gennaro), Salvo Randone (vescovo di Napoli) e l’attrice greca Yvonne Sanson (Mariannina). Di questo film ho collezionato bellissime fotografie originali delle riprese. Ventura e Borgnine sono due compagni meravigliosi!

Lino Ventura ne Il re di Poggioreale (1961) di Duilio Coletti

Ricordo poi un’intervista di Ventura per la Rai. Il giornalista gli chiede: “Lei è italiano”. E lui a muso duro gli risponde: “Sì!”. L’altro ribatte: “Allora parla italiano?”. “Sì”, risponde Ventura. E il giornalista: “Non le sta un po’ stretto essere paragonato a Gabin?”. A quel punto Ventura s’accende la pipa e con la sua “R” parmense alla Bernardo Bertolucci, replica: “Guardi il paragone è assolutamente inappropriato, si sa e si vede che io e Gabin siamo molto diversi”.

Confesso di voler ritrovare altri tesori nelle teche della Rai e poter ascoltare la voce di Ventura in italiano e osservarlo: lo sguardo penetrante di quegli occhi scuri, incantatori, la voce calda, i movimenti lenti del corpo. Perché c’era tanto altro in lui: c’era il fascino naturale della persona intelligente, unica, con una vita dura e straordinaria alle spalle.

Scorrendo la sua filmografia, dei 74 lungometraggi, alcuni sono veramente capisaldi della cinematografia francese dei decenni passati. Ventura ha attraversato anche momenti e correnti del cinema autoriale francese, ad esempio con autori come Melville, Sautet, con Louis Malle per Ascensore per il patibolo, considerato un outsider della Nouvelle Vague, o ancora come Lelouch, con un film come Un uomo e una canaglia (La bonne année)…

Ascenseur pour l’échafaud è davvero pas mal con Lino Ventura, a suo agio nei panni del commissario Cherrier. Film capolavoro di Louis Malle del 1957. Da rivedere. Musica da ascoltare. Il film fu girato a Parigi tra il 23 settembre e il 15 novembre 1957. La colonna sonora è di Miles Davis che, messo in contatto col regista da Boris Vian, la registra a Parigi dove si trovava per una tournée. I musicisti hanno improvvisato osservando e seguendo in musica la proiezione del film, come testimoniano alcuni bellissimi video dedicati al backstage del film. Il film uscì in Francia il 29 gennaio 1958. Incredibile la prova dei protagonisti: Jeanne Moreau e Maurice Ronet. L’attrice che vaga come una Lady Macbeth nella notte parigina è una delle sequenze indimenticabili del film.

Il mio film preferito? Dernier domicile connu (Ultimo domicilio conosciuto) di José Giovanni. Lino Ventura è l’ispettore Marceau Leonetti. Affiancato da Jeanne Dumas, interpretata dalla bellissima Marlène Jobert. Siamo a Parigi nel 1969. Il film uscì in Francia il 25 febbraio 1970. Adoro questo film. Forse il migliore, il più malinconico di Giovanni. Ventura è al massimo della sua arte. Marlène Jobert, la nouvelle auxiliaire de l’inspecteur, sublime. Nel finale, in guisa d’epilogo, una frase di Mihai Eminescu: «Car la vie est un bien perdu quand on n’a pas vécu comme on l’aurait voulu” (Perchè la vita è un bene perduto quando non si è vissuto come si sarebbe voluto, ndr. ) Eminescu è quasi la divisa di un mondo del Novecento ancora legato al secolo romantico.

Lino Ventura con Bernard Blier ne In famiglia si spara (1963) di G. Lautner

Poi c’è il Ventura comico, nel leggendario Les tontons flingueurs (In famiglia si spara) di Georges Lautner. Parodia dei film polizieschi e della malavita. Con Bernard Blier, Francis Blanche, Jean Lefebvre, Robert Dalban, Venantino Venantini…

Bella coppia in diversi film: Ventura con Charles Aznavour. Il migliore è il film antimilitarista Un taxi pour Tobrouk di Denys de La Patellière, uscito nel 1961.

Tra i film da rivedere, consiglio Le Silencieux (Sempre “sbagliato” il titolo in italiano: L’uomo che non seppe tacere) del 1972. Regia di Claude Pinoteau. Sceneggiatura di  Jean-Loup Dabadie e Claude Pinoteau, dal romanzo di Francis Ryck, Drôle de pistolet. Musica: Jacques Datin et Alain Goraguer. Due brani classici: l’ouverture Akademische Festouvertüre, Op. 80, di Johannes Brahms e il Concerto per violino, archi e basso continuo in mi maggiore (BWV 1042) di Johann Sebastian Bach. È un grande thriller. L’assoluto realismo della vicenda, le situazioni di fuga e ricerca, mai paradossali, fanno di questo film, in cui Ventura offre forse una delle sue interpretazioni più grandi, un caposaldo del genere, oltre che un documento unico sui metodi dello spionaggio Est-Ovest di quegli anni. Il film uscì in Francia il 21 febbraio 1973. In questo film lo sceneggiatore è Dabadie, grande amico di Ventura.

In ciascun film interpretato, Lino Ventura dava un tocco al personaggio che lo rendeva unico, con una specificità tutta sua, come un’impronta di umanità, una qualità rara che andava oltre l’aspetto artistico… Come sceglieva i film, ha rifiutato anche collaborazioni importanti?

Lino Ventura diventò celebre anche per i grandi rifiuti: tra i più celebri un no a Coppola per Apocalypse now. L’altro a Steven Spielberg per Incontri ravvicinati del terzo tipo, ruolo che fu dato poi a François Truffaut. In questo caso il rifiuto di Ventura fu motivato da un semplice: «Non credo agli alieni»! In un mondo del cinema d’altri tempi, fatto da grandi star e da grandi agenti, Ventura era davvero controcorrente. Non aveva nessun agente. Leggeva i copioni e sceglieva personalmente i suoi ruoli e con quali attori e registi collaborare. Era esigente, ma rifiutare di fare film con Chabrol, Coppola, Costa-Gravas, per poi ritornare a lavorare con i soliti e amati Giovanni e Pinoteau, sembra oggi un po’ strano. La verità è che Ventura era di una professionalità maniacale. Non amava lavorare con persone che lo avevano fatto aspettare per un provino o per una riunione, era diffidente del lavoro di Chabrol. Con gli americani, non essendo a suo agio con la lingua inglese, preferiva non lavorare. Eppure sono tantissimi i film di Ventura con vere e proprie star internazionali. Un esempio è The Medusa Touch di Jack Gold con Richard Burton nei panni dello scrittore John Morlar e Ventura in quelli dell’ispettore Brunel. Film incredibile, da rivedere: lo scrittore Morlar, con la forza della telecinesi, anticipa gli incubi dell’11 settembre e fa crollare la Cattedrale di Londra. A rivederlo – ora – stupiscono le lunghe scene di Ventura con la dottoressa Zonfeld, interpretata da Lee Remick, un mito di quegli anni e di quei film maledetti degli anni Settanta. Film che resta nella memoria per l’intensa prova di Richard Burton, che legò benissimo con Ventura, bravissimo e ovviamente nei suoi panni in un ruolo classico per lui. Film del 1978 con un cast eccezionale e gregari di lusso: Gordon Jackson, Derek Jacobi e Harry Andrews. Ventura, però, rimase assai deluso del film!

Lino Ventura con Charles Denner in L’avventura è l’avventura (1973) di Claude Lelouch

Personalmente mi spiace che Ventura non abbia mai lavorato con il mio attore preferito, Robert Mitchum. Nel libro, però, racconto un loro memorabile incontro. Poi sono strani alcuni rifiuti netti di Ventura a interpretare dei film che furono scritti proprio per lui. Un esempio? Le vieux fusil di Robert Enrico del 1975 con Romy Schneider. Il ruolo di Ventura fu interpretato da un magistrale Philippe Noiret. Ma sarebbe stato un grande successo, forse ancora più indimenticabile, con Ventura.

Nel suo volume si sofferma su Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi e su Cento giorni a Palermo di Giuseppe Ferrara, due film importanti per gli argomenti trattati, gli anni di piombo, il primo, e sul generale Dalla Chiesa, il secondo. Come sono stati accolti dalla critica italiana?

Cadaveri eccellenti è tra i film che preferisco. La sceneggiatura è di Francesco Rosi, Tonino Guerra e Lino Jannuzzi. Il soggetto è tratto da Il contesto di Leonardo Sciascia. È un film che rivedo spesso. Lo consiglio spesso per rassegne cinematografiche dedicate a Ventura, come quella del 2019 da me curata per la Casa del cinema di Venezia.

Lino Ventura in Cadaveri eccellenti (1976) di Francesco Rosi

Un aspetto interessante del film è rappresentato dagli incontri del commissario Rogas (Ventura), sempre serrati, con gli altri protagonisti. Celebre il confronto con Max von Sydow, ma rivedendo attentamente la pellicola devo dire che la scelta di Rosi di indugiare sul “suo” Lino Ventura a tu per tu con Alain Cuny, Paolo Bonacelli, Marcel Bozzuffi e lo straordinario Corrado Gaipa merita una riflessione ulteriore sulla capacità di Rosi di fare grande cinema. Le interpretazioni degli attori, scelti attentamente da Rosi per adattare il testo di Sciascia, aggiungono valore a questa trasposizione cinematografica.

Così Ventura lascia quasi la scena a Tino Carraro (“spietato” capo della polizia) e Luigi Pistilli (giornalista dell’Unità). Il primo testa a testa di Ventura è però con il mitologico Enrico Ragusa, il frate cappuccino di Palermo.

Grandiosa la scena dove compare il poeta Alfonso Gatto (interprete di Nocio) in guerra con Paolo Graziosi (Galano): «vogliono fare la rivoluzione permanente» … Tra i due spicca Anna Proclemer. Fernando Rey e Lino Ventura si godono l’inedito terzetto, per così dire…

Film capolavoro con le musiche di Piero Piccioni e alcuni brani di Astor Piazzolla.

Francesco Rosi notò come il suo film passasse sempre a tarda notte in televisione. In un libro intervista a Rosi, Giuseppe Tornatore osserva: «Per quindici anni Cadaveri eccellenti è sparito, non l’hanno più fatto vedere. Non si trovava da nessuna parte, le televisioni non lo programmavano».

In Francia, invece, il film di Rosi ebbe un immediato successo e fu un trionfo al festival di Cannes. Nel mio libro ho dedicato un intero capitolo per analizzare questa “censura” a Cadaveri eccellenti in Italia. Il film aveva contenuti “moderni” (come il tema dell’indagine sul potere propria di Rosi) Il film, inoltre, deluse la critica di sinistra. Della interpretazione di Lino Ventura in Cadaveri eccellenti non c’è traccia sulla stampa italiana.

Lino Ventura in Cento giorni a Palermo (1982) di Giuliano Ferrara

La stampa italiana dedicò qualche pagina a Ventura solo per il film Cento giorni a Palermo e qualche anno dopo per la sua morte. Povero Lino, completamente snobbato nella “sua” Italia! Proprio lui che ci tenne a conservare la cittadinanza italiana. La notizia della sua morte, addirittura, non compare significativamente nei due settimanali di politica e cultura più diffusi allora, come L’Espresso e Panorama. Forse perché, solo in Italia, Lino Ventura era considerato un “attore francese”, come dimostrano certi pezzi a lui riservati, quasi in un andito buio, in quegli anni, dalla stampa italiana.

Con Giuliana De Sio in Cento giorni a Palermo

Cento giorni a Palermo è il film di Giuseppe Ferrara dedicato alla memoria del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, uscito due anni dopo la sua atroce uccisione mafiosa. Il film deluse le aspettative di Ventura. Secondo lui la sceneggiatura era troppo lineare, la conclusione nota a tutti, e avevano commesso l’errore di doppiarlo. Il suo italiano era stato giudicato troppo caratteristico: «Va bene, ho un accento – aveva risposto l’attore – ma è quello di Parma, dove il generale è nato!». Niente da fare: i produttori non avevano voluto conservare la sua voce, e Lino si era un po’ indispettito. Mentre in Cadaveri eccellenti di Rosi, il personaggio di Ventura conserva la sua voce, in Cento giorni a Palermo, è l’attore Adalberto Maria Merli, tra i protagonisti minori del film, ad essere anche il doppiatore di Ventura. Cento giorni a Palermo è un film da rivedere solo per la grande interpretazione di Ventura, quasi somigliante alla figura del generale Dalla Chiesa. Per entrare nella parte, come aveva fatto per Cadaveri eccellenti, Ventura si documentò scrupolosamente su chi scriveva contro la mafia in Sicilia: lesse tutti gli articoli apparsi su L’Ora di Palermo del grande scrittore Vincenzo Consolo.

(*) Roberto Coaloa, storico, slavista, traduttore e critico letterario, è autore di Ascesa e caduta di una stella. La vita e i film di Lino Ventura, La Lepre Edizioni, 2018.

FILMOGRAFIA

Lino Ventura con Paul Crauchet in L’armata degli eroi (1969) di Jean-Pierre Melville
Lino Ventura con Françoise Fabian ne Una donna e una canaglia (1973) di Claude Lelouch

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