Numero XXXIII – Luglio 2024
Sommario:
- John Lennon e la sua immagine sullo schermo di Luisa Ceretto
- Incontro con John Scheinfeld di Luisa Ceretto
- Nota biofilmografica di Guglielmo Favarini

Dedichiamo questo numero alla figura di John Lennon nel cinema, raccontato attraverso le parole di Ray Connolly, critico musicale, giornalista, scrittore e amico di Lennon. Segue un’intervista a John Scheinfeld, regista che ha diretto uno tra i più importanti e significativi biopic su John Lennon, con documenti inediti.

JOHN LENNON E LA SUA IMMAGINE SULLO SCHERMO di Luisa Ceretto
Più di altre personalità artistiche, John Lennon ha saputo cogliere le potenzialità del medium audiovisivo. Una figura divenuta icona, sin dal suo primo apparire sulla scena musicale, indissolubilmente legata agli altri tre Fab Four negli anni sessanta e, successivamente in modo autonomo, dopo lo scioglimento del gruppo, lungo i settanta, protagonista di un’attività musicale, cui si è aggiunto l’impegno pacifista.

John Lennon molto più di altre rockstar ha caratterizzato l’epoca a cavallo di quei due decenni, attraverso la propria immagine, oltreché la propria musica, immagine in parte captata dal cinema.
“John Lennon ha fatto molte cose importanti nella sua vita, ma indubbiamente uno dei suoi atti migliori è stato quello di sciogliere i Beatles nel 1969 (…) Se Lennon, che ha dato vita e impulso al gruppo, non avesse ‘ucciso’ la propria creazione in quel momento e la band avesse continuato lungo gli anni settanta, dubito che oggi si potrebbe leggere questo articolo (…) Sciogliendo i Beatles prima che ci potessero deludere, come con tutta probabilità sarebbe successo col cambiare delle mode musicali, spesso gli ultimi album non riescono a raggiungere il livello dei primi, Lennon li ha ‘immortalati’ per sempre al loro culmine (…)”. Così scriveva, in un articolo apparso su “The Sunday Times Magazine” Ray Connolly, giornalista musicologo, scrittore, compositore di radiodrammi, regista e sceneggiatore per la tv. Connolly, amico di John Lennon, di cui ha seguito il percorso artistico insieme alla band dal 1967 al 1972 scrivendo per l’”Evening Standard”, è anche autore di John Lennon 1940-1980. A biography e, successivamente, di un altro volume, Being John Lennon (1).
A lui, John Lennon, durante il suo soggiorno in Canada nell’inverno del 1969, alcuni mesi prima che lo dichiarasse pubblicamente Paul Mc Cartney, confessò la propria intenzione di ritirarsi dalla band, ma gli chiese di non divulgare la notizia, almeno non prima dell’uscita del disco e del film Let it Be. Rileggendo alcune pagine della biografia, ritroviamo aspetti e curiosità di una figura eccentrica e atipica, di un uomo che amava giocare con le sue differenti personalità – poteva essere il dottor Winston O’Boogie (Winston era il secondo nome datogli dalla madre), ma si presentava anche come il guru del rock and roll, oppure, nel periodo statunitense, Johnandor Yoko -, la cui grandezza risiedeva nella capacità di comunicare e di riflettere sul cambiamento dei tempi. “John Lennon era un ribelle, un rocker, un eroe della working-class; il ragazzo che pensava di essere un genio ma che non riusciva a superare l’esame di maturità; lo psichedelico e leggendario Walrus, che una volta ammise di farsi letteralmente ‘migliaia’ di viaggi con l’acido; il generoso supporter di cause – perse, lodevoli, dubbie, o di qualunque genere -; il fenomeno dei media; l’ossessivo addetto stampa di se stesso, l’eremita, l’uomo-uovo del Magical Mystery Tour e il Nowhere Man di un palazzo di un quartiere residenziale di periferia”.

Appassionato della musica di Elvis Presley e con una spiccata propensione ad assumere sin da giovane il ruolo di leader, studente indisciplinato dall’acuto sense of humour, dopo aver fondato la band dei Quarrymen nel 1957 e aver incontrato Paul Mc Cartney, nel 1963 Lennon fonda i Beatles. Nel 1966 il peso della notorietà comincia a farsi sentire, Lennon fa un uso massiccio di droga. Il 1967, anno dell’”estate dell’amore”, è contrassegnato da due eventi fondamentali, il viaggio in India col guru Maharishi e la tragica scomparsa di Brian Epstein, manager della band, fondamentale punto di riferimento per la coesione dei Fab Four.
Sul finire dello stesso anno, incontra la sua futura compagna di vita, l’artista sperimentale Yoko Ono, mutando progressivamente la propria direzione artistica, facendosi via via promotore di campagne contro la guerra e di forme di protesta tra cui il bagism (2) con cui teorizza la “comunicazione totale”.

Nell’autunno del 1971, ad oltre un anno dallo scioglimento definitivo della band, si trasferisce a New York lasciando un’Inghilterra che sente sempre meno ospitale. Dopo una separazione di diciotto mesi che divide la coppia, i lost week end di Lennon, John e Yoko ritornano insieme e proseguono la loro attività di impegno civile. Nel 1975, con la nascita del figlio Sean, Lennon si ritira dalla vita pubblica per alcuni anni per poterne seguire la crescita. L’8 dicembre 1980, quando viene ucciso, aveva appena terminato le registrazione di un nuovo album, Double Fantasy.
Come si è accennato, John Lennon diventa icona sin dai suoi primi passi nel mondo della musica. Molteplici reportage e servizi televisivi lo riprendono insieme al gruppo. La curiosità verso la settima arte lo indurrà, ancora insieme ai Beatles, a cimentarsi e a rappresentarsi in alcuni film come A Hard Day’s Night (1964) e Help! (1965), entrambi di Richard Lester, Magical Mistery Tour (1967) diretto dai Beatles e Bernard Knowles, e nel film di animazione Yellow Submarine (1968) di George Dunning – in cui i Beatles sono protagonisti di un cartone animato dallo stile surrealista e pop -, pellicole che restituiscono piuttosto bene il senso del tempo, la beatlemania degli esordi, il mood della swinging London, l’attrazione per la psichedelia.
Una vocazione istrionica coltivata sin dai primi anni di vita dei Beatles che, prima ancora di avventurarsi nella recitazione di una pellicola, sperimentarono tutti insieme a partire dal 1963, nel corso delle conferenze stampa trasformate in vere e proprie performance in cui i Fab Four sembravano imitare i celeberrimi fratelli Marx.
In solitario, Lennon è attore nei panni del mitragliere cockney Gripweed in How I won the War – Come ho vinto la guerra (1966) di Richard Lester, una farsa antimilitarista sulla disfatta di un plotone inglese incaricato di costruire un campo di cricket tra le linee nemiche in Egitto durante la Seconda Guerra Mondiale (anche se con evidenti parallelismi con il Vietnam).

Nelle centinaia di filmati, cinegiornali, interviste in cui Lennon compare, è piuttosto evidente il camaleontismo di un uomo la cui immagine ha seguito l’evoluzione e i cambi di rotta del suo percorso artistico. A partire dai ritratti di gruppo, dalle arie iniziali dei ragazzi di Liverpool, in divisa, con i capelli a caschetto, a quelle sul finire degli anni sessanta, che assumono un’impronta d’oriente, vestiti coloratissimi e lunghe barbe, per giungere ai ritratti individuali, nel decennio successivo, un look più problematico, contrassegnato dagli occhialini tondi, capelli nuovamente corti, spesso in giacca militare e basco. Consapevole di quella sorta di ossessione che i media avevano per lui e per tutto quel che faceva e intuendone la potenzialità come strumento comunicativo, sin dalla fine degli anni sessanta Lennon ha saputo fare un uso consapevole della propria immagine, in favore del proprio graduale interesse e impegno per la pace e per i diritti civili. Se a Lennon va il merito di aver saputo creare una musica che è a tutt’oggi di assoluta modernità e innovazione, gli va altrettanto riconosciuta l’abilità nell’aver costruito la propria icona, dando visibilità ad ogni proprio gesto e azione. A oltre quarant’anni dall’uccisione del giovane ribelle di Liverpool, la sua vita e la sua figura legata a quella del gruppo dei Fab Four, ma anche al suo percorso successivo insieme alla compagna Yoko Ono -contrassegnato da un’incessante provocazione oltre che innovazione, che lo ha spinto alla sperimentazione musicale, da un allontanamento dal rock e dai temi amorosi che avevano caratterizzato i testi dei primi anni, verso un approfondimento di temi più intimi e visionari, ma anche verso tematiche più impegnate e politiche-, costituiscono ancora un pretesto per il cinema, un’inesauribile fonte da cui trarre spunto per elaborare e raccontare in forma di biopic, o di film di fiction, o anche ricostruzioni attraverso filmati d’archivio, elementi inediti della sua biografia.

Un interesse che sin dagli anni ottanta ha dato vita a numerose produzioni cinematografiche, che hanno ricostruito il percorso dell’artista Lennon, alimentando e arricchendone l’icona. In particolare ricordiamo il riuscito documentario Imagine – John Lennon di Andrew Salt (1988), narrato dallo stesso John Lennon (il suo commento è stato desunto da un centinaio di ore di interviste), è un collage di immagini di repertorio inframmezzate da interviste di Lennon, di Yoko Ono, della ex moglie e del primo figlio, Julian. In questo film, in cui Lennon “si racconta” in prima persona, vediamo immagini inedite, che ne ripercorrono tappe importanti, dalle prime conferenze stampa coi Beatles, alla sua dichiarazione che scatenò le ire soprattutto negli Stati Uniti (“Siamo più famosi di Gesù”) e una sua “ritrattazione”. Il viaggio dei Beatles in India durante l’estate dell’amore del 1967, dalla partenza in treno con la folla che si accalca (tornano alla mente certe sequenze del film A Hard Day’s Night, quando i fans impazziti inseguono i Beatles alla stazione londinese), e poi gli anni trascorsi a New York e a comporre nuove canzoni.

Si tratta di una sorta di biografia “autorizzata” il cui valore è documentale, di testimonianza, e dove è piuttosto evidente la forza carismatica di Lennon, quando è al lavoro insieme a Yoko, o è colto nei momenti di pausa insieme al figlio appena nato.
Tra le produzioni televisive, dagli inizi del ventunesimo secolo, non va tralasciato La vera storia di John Lennon (2000) di David Carson. Un film di fiction, che si propone di rileggere gli esordi artistici del diciassettenne Lennon, la costituzione della band Quarrymen, fino ai primissimi successi come Beatles, e al suo matrimonio con Cynthia Powell. Nel tentativo di ricreare quell’universo di fine anni cinquanta a Liverpool, risiede forse il limite maggiore del lungometraggio, che non riesce a cogliere lo spirito dell’epoca e neppure il dramma sotteso a quei primi passi di vita artistica del futuro Beatle, legati al dolore per la perdita della madre, Julia, morta in un incidente stradale. Un film che complessivamente non aggiunge molto, ma che ha il merito di far luce su di un particolare elemento biografico, il rapporto tra Lennon e sua madre, che a pochi anni di vita lo aveva affidato alle cure della zia Mimi, è alla figura materna, con cui si riconcilierà adolescente, che deve la propria passione per la musica.
Nel 2006 sugli schermi italiani giunge U.S.A. contro John Lennon, diretto da John Scheinfeld e David Leaf, è un documentario che porta alla luce un aspetto fino ad allora poco analizzato, la trasformazione di John Lennon da rockstar ad attivista pacifista e la sua battaglia contro il governo degli Stati Uniti. In un’atmosfera da “caccia alle streghe” di era maccartista, l’Fbi per volontà del governo Nixon ha tenuto sotto stretta sorveglianza John Lennon e Yoko Ono e la loro campagna a favore della pace, che prevedeva, tra le altre iniziative, l’appoggio per la scarcerazione di alcuni soggetti poco graditi, come John Sinclair, arrestato per possesso di droga. Una guerra psicologica messa a punto con minacce, intercettazioni illegali, pedinamenti, culminata nel 1972 col mandato di estradizione dagli Stati Uniti per John Lennon.
Presentato alla ventisettesima edizione del Torino Film Festival, nel 2009, Nowhere Boy segna l’esordio nel lungometraggio di Sam Taylor-Wood.

Il film è tratto dal libro di Julia Baird, Imagine: Growing Up with My Brother John Lennon, sorellastra del compositore, e ne racconta l’adolescenza, ribaltando la tesi per cui il giovane sarebbe stato abbandonato dalla madre. Il biopic analizza infatti in maniera articolata il rapporto tra il giovane John, la zia e la madre, suggerendo come in realtà alla madre fosse stato vietato dalla zia di riavvicinarsi al proprio figlio, perché ritenuta inaffidabile. Lennon più tardi dichiarerà il proprio dolore per aver perso due volte la madre, la prima, a soli tre anni, per imposizione familiare, la seconda, per averla persa – dopo che l’aveva ritrovata adolescente, scoprendo che la donna aveva sempre abitato a pochi isolati di distanza dalla propria abitazione-, a causa di un incidente stradale letale.
LennoNYC (2010) di Michael Epstein, è un documentario che ripercorre gli anni settanta, il periodo americano di John, attraverso spezzoni di concerti, fotografie, immagini d’epoca, estratti di audio “rubati” ai microfoni di uno studio di registrazione. E ancora, dichiarazioni di musicisti, collaboratori e non, come ad esempio Elton John, fotografi, produttori che testimoniano la svolta artistica di Lennon, dalla rottura con i Beatles al suo progressivo impegno come attivista politico e al percorso come solista. Ma fa luce anche sulla vita privata, raccontata da Yoko Ono, mostrando un Lennon inedito, nei panni di padre premuroso del piccolo Sean, del suo allontanamento volontario dalle scene e il ritorno al lavoro, con il suo ultimo disco, Double Fantasy.
Firmato dallo stesso Michael Epstein, John and Yoko: Above Us only Sky, il film riguarda la vicenda mai raccontata della genesi dell’album del 1971 Imagine, e in particolare pone l’attenzione sulla collaborazione creativa tra Lennon e Yoko Ono, con filmati inediti e interviste a figure vicine alla coppia, tra cui Ray Connolly.

The Lost Weekend: a Love Story (2022) diretto da Eve Brandstein, Richard Kaufman, Stuart Samuels, è forse l’ultimo documentario fino ad ora realizzato su Lennon. Il film esplora la relazione amorosa di più di due anni tra l’assistente cino-americana May Pang e John Lennon, durante un periodo difficile del matrimonio tra Yoko Ono e John Lennon, tra il 1973 e il 1975.
Distribuito anche nelle sale italiane, il film diretto da Philippe Falardeau Un anno con Salinger (2021), che ha per protagonista la giovane Joanna incaricata di rispondere a tutte le lettere ricevute dai fan di Salinger, fa riferimento, seppure marginalmente, all’assassinio di John Lennon e al suo omicida. Tratto dall’omonimo memoir della scrittrice Joanna Rakoff, un libro di memorie in cui sono racchiusi i ricordi del proprio apprendistato nell’agenzia letteraria newyorchese che ha rappresentato, tra le figure letterarie, lo schivo e riservato J. D. Salinger, autore del Giovane Holden, nel film si accenna al fatto che tra la corrispondenza indesiderata e non letta da Salinger, pare fosse pervenuto uno scritto di Mark David Chapman in cui forse si sarebbero potuti trovare indizi sulle intenzioni omicide nei confronti di John Lennon. (3)

Note:
1) Ray Connolly, John Lennon 1940-1980. A Biography, Fontana Paperbaks, London, 1980 e Ray Connolly, Being John Lennon , W&N, London, 2018
2) Il Bagism è una satira del pregiudizio, dove una persona qualunque, celata all’interno di un sacco e quindi nascosta alla vista degli altri, non può essere soggetta a giudizi dettati dal suo aspetto fisico. Concetto inventato da John Lennon e Yoko Ono come parte della loro campagna per la pace mondiale di fine anni sessanta. L’intento del bagismo era di mettere in ridicolo i pregiudizi e gli stereotipi di qualsiasi tipo. Il termine deriva dal vocabolo Bag che in inglese significa letteralmente “sacchetto, borsa, sacco”. Secondo i due artisti, chiuso in un sacco, un individuo non può essere giudicato dagli altri in base al colore della pelle, al sesso, alla lunghezza dei capelli, all’abbigliamento, all’età, o qualsiasi altro attributo. Fu presentato come una forma di comunicazione totale: invece di focalizzarsi sulle apparenze, l’ascoltatore avrebbe recepito solo il messaggio della persona chiusa nel sacco.
3) Tornando indietro nel tempo, rispetto a questo argomento sono stati realizzati due lungometraggi, The Killing of John Lennon (2006) di Andrew Piddington e Chapter 27 (2007) diretto da J. P. Schaefer con Jared Leto, nei panni di Chapman. Due titoli controversi riguardanti l’uccisione di John Lennon, raccontati dal punto di vista di Mark David Chapman, l’assassino di Lennon e la sua ossessione per il romanzo Il giovane Holden di J. D. Salinger e alcune connessioni venutesi a creare nella sua mente tra il libro e l’omicidio di Lennon.

Tra le figure che si sono avvicinate all’universo di John Lennon, John Scheinfeld nel suo U.S.A. contro John Lennon ne ha tratteggiato aspetti inediti, attraverso un accurato lavoro di documentazione. Autore di documentari dedicati a figure artistiche carismatiche, Scheinfeld si afferma nell’universo della settima arte con un film sui fratelli Marx, The Unknow Marx Brothers. Fa il suo ingresso a Hollywood, facendo pratica nel settore della produzione, lavorando per gli studi televisivi, per il mondo della serialità ma, soprattutto, dedicandosi alla realizzazione di documentari. Una produzione documentaristica che nella sua alternanza tra cinema e televisione, manifesta, nel corso del tempo, con sempre maggiore evidenza, un filo rosso tematico, l’interesse per la realizzazione di opere a carattere biografico dedicate all’ambito della settima arte e a quello della musica, alle personalità da lui più amate. Il documentario dedicato a John Lennon, diretto nel 2006, focalizza l’attenzione sull’impegno civile della rockstar, sulle sue campagne in favore della pace.
Abbiamo avuto occasione di incontrare tempo fa John Scheinfeld, nel corso di una sua presenza a Bologna, nell’ambito della sesta edizione del Biografilm Festival e riproponiamo l’intervista. (*)
INCONTRO CON JOHN SCHEINFELD di Luisa Ceretto

Ci può raccontare com’è nata l’idea del film U.S.A. contro John Lennon?
L’idea del film è nata nel 1997, quando l’FBI rese pubblico il dossier su John Lennon. Ci è parsa una storia interessante, appassionante, che la gente non conosceva. È davvero raro trovare qualcosa di inedito su una figura che è stata così famosa. Avevamo il soggetto, ma non riuscivamo a venderlo. Nel 2000 abbiamo di nuovo provato a cercare un acquirente, e nuovamente nel 2002: ancora niente! Finalmente nel 2005 siamo stati in grado di vendere il film a Lionsgate, che ha trovato il nostro progetto entusiasmante. Credo, però, che qualcosa fosse cambiato. Nel frattempo c’erano stati l’11 Settembre e la guerra in Iraq. D’un tratto, la gente si è resa conto che il Presidente degli Stati Uniti stava intraprendendo una guerra impopolare, non solo, che il governo cercava di mettere a tacere chiunque manifestasse il proprio dissenso.

Che tipo di ricerca avete svolto, da quali fonti avete attinto per trovare i materiali da inserire nel documentario?
Nel momento in cui l’FBI ha reso pubblici tutti i documenti, abbiamo potuto prenderne visione e servircene, e questa è stata una fonte importante. A quel punto avevamo la storia, ma ancora non sapevamo con precisione di quali immagini avremmo avuto bisogno.
“QUANDO STO PER FARE UN FILM, DIVENTO UNA SPECIE DI DETECTIVE…”
Quando sto per fare un film, di qualsiasi argomento si tratti, divento una specie di detective e vado a cercare ovunque. Avevo un’idea piuttosto precisa di ciò che dovevamo cercare su John Lennon. Abbiamo quindi cominciato a rivolgerci ai vari archivi a Los Angeles e un po’ ovunque in giro per l’America, a New York, Washington, Chicago. Siamo stati a Londra, a Parigi… Mi dispiace, non siamo stati a Roma e neppure a Bologna! Spesso avevo date precise, sapevo cosa stavo cercando, ma altre volte non ne avevo la minima idea. Sapevo che dovevamo trovare materiali rari e inediti. Credo che l’elemento distintivo del film sia che davvero ci sono immagini mai viste prima. Ero alla continua ricerca di materiale nuovo. Ad esempio, ricordo che cercavo del materiale sulla permanenza di Yoko e John a Vienna.

John Lennon and Yoko Ono durante il Bed-in, la manifestazione non violenta contro la guerra in Vietnam, ad Amsterdam, 25 marzo 1969 © Eric Koch / Anefo
Finalmente, dopo mesi di ricerca, abbiamo trovato dei materiali in un archivio, proprio a Vienna: venti minuti di un film mai sviluppato, era stato soltanto girato. Si trattava di immagini di John e Yoko durante un evento politico in città, che abbiamo inserito nel film. Chiedevamo ovunque, a tutti gli archivi, qualunque cosa avessero avuto su John e Yoko. E poi, siamo andati da Yoko Ono, perché lei ha un archivio meraviglioso di fotografie e film e li volevamo utilizzare. Ci ha dato piena fiducia e ci ha permesso di attingere a quei materiali, che non erano mai stati mostrati. È stato meraviglioso.
U.S.A. contro John Lennon completa il ritratto di Lennon, lo arricchisce di aspetti inediti…
Abbiamo cercato di raccontare la vicenda in modo particolare, di fissare qualcosa di assolutamente nuovo di cui nessuno fosse a conoscenza. Direi che abbiamo visto anche un’altra Yoko Ono, divertente, romantica. Penso che la gente spesso abbia un’idea sbagliata su di lei, ci sono lati poco noti della sua sfaccettata personalità…
Qual è il suo punto di vista a questo proposito?
Nel corso di una presentazione del film, ho chiesto al pubblico quanti ritenevano Yoko Ono responsabile della rottura dei Beatles. Tutti hanno alzato le mani. Io ho risposto che avevano torto. Penso che anche i media abbiano preferito una vicenda più semplice da raccontare. Credo in effetti che la storia sia stata molto più complicata. Con tutta probabilità i Beatles si sarebbero sciolti comunque, quando è arrivata lei, John si stava guardando intorno… Avendo a che fare con lei, lavorando per la realizzazione del film, Yoko si è rivelata una vera sorpresa. Non era affatto come me la aspettavo, è veramente una persona amabile, ma soprattutto è un’artista, pensa ed agisce come un’artista. Il tutto mi è apparso così evidente… se teniamo presente la storia d’amore, il rapporto così forte tra John e Yoko, che ha avuto un forte impatto su entrambi. Ho pensato che i media avessero disegnato una persona orribile, che non corrispondeva al vero. Provo per lei una sincera ammirazione, apprezzamento per quello che ha fatto, per ciò che è. Ed è stata davvero una bella esperienza.
Lennon provava un’autentica fascinazione per gli Stati Uniti e in particolare per New York, può parlarne?
Come molti inglesi nati e cresciuti in Inghilterra negli anni cinquanta, Lennon era molto influenzato dalla cultura americana, soprattutto dal cinema, ma anche dalla musica, specialmente dal rock and roll, Elvis Presley per citare un nome. Ha sempre sentito un legame con l’America. E poi, quando i Beatles erano già famosi e sbarcarono negli Stati Uniti, per Lennon fu molto interessante. Penso che rispetto all’Inghilterra, in America si sentisse più libero di fare ciò che voleva, e che non fosse costretto a fare ciò che gli altri si aspettavano che facesse.

Negli States ha trovato il modo di essere chi voleva essere veramente, anche con Yoko Ono, del resto, credo sia stato questo uno dei motivi di attrazione verso di lei. Basandomi sulle mie ricerche, penso che New York, anche per le sue dimensioni, la sentisse a sua misura, adatta, confortevole; era piena di pittori, artisti, musicisti. Ma anche perché, e lo stesso valeva per Yoko, potevano camminare in mezzo alla moltitudine della gente, liberamente. A New York c’era un’energia artistica, una vita culturale, poteva vivere il suo essere artista, camminare per strada, andare in un caffè…
La prima volta che Lennon sbarca negli States era con i Beatles. Col tempo, la sua immagine cambia e il governo americano mostra nei suoi confronti un lato oscuro e intollerante…
Quando John era un Beatle era una divertente e brava rockstar. Ma quando nel 1966 disse che secondo lui per i giovani, “i Beatles erano più famosi di Gesù”, la sua non era una riflessione polemica o provocatoria, voleva soltanto essere una constatazione, era quello che pensava veramente. Ma la stampa americana fraintese e condannò severamente questa frase, senza pensare al contesto in cui era stata pronunciata. E questo fu solo l’inizio… Lennon non era più solo un musicista, ma pensava con la propria testa ed esprimeva delle idee. Quattro anni dopo andò a New York e cominciò a stringere amicizia con persone che il governo stava tenendo sotto controllo per via della loro attività politica; è così che entrò anche lui nelle file degli indagati. Il governo agli inizi degli anni settanta aveva un’idea ben precisa di chi era Lennon e ne temeva l’influenza. Era veramente combattivo contro la guerra del Vietnam, tanto che divenne più noto per la sua protesta che per la sua musica.
La capacità mediatica quanto ha inciso nel creare la sua figura, il suo mito?
Certamente Lennon doveva essere cosciente dell’attenzione dei media verso di lui, erano sempre all’erta, pronti, e se ne è servito; lo ha fatto quando voleva promuovere i suoi messaggi per la pace, oppure per divulgare le proprie idee sul rapporto uomo-donna. Era brillante e sapeva fare un uso dei media notevolissimo. È stato davvero bravo. Del resto, se consideriamo che John Lennon è morto nel 1980, e che noi due, oggi, stiamo ancora parlando di lui… Il suo impatto è stato enorme nella società.
E con la settima arte, secondo lei, che tipo di relazione aveva?

John Lennon aveva compreso la potenza del cinema, il suo potere nell’educare, informare, intrattenere. Ha cominciato come attore, penso che A Hard Day’s Night sia il suo miglior film e che Richard Lester sia uno straordinario regista. L’ho rivisto recentemente. Penso che John non fosse attratto dall’essere attore. Gli piaceva essere ripreso, ma non era interessato a recitare altro ruolo all’infuori di quello di John Lennon. Era molto a suo agio di fronte alla macchina da presa ed era sempre pronto a parlare, ma credo lo fosse per dire le sue parole e non quelle di una sceneggiatura scritta da altri. John viveva e sentiva il momento. Diceva quello che provava in quell’istante, e poi poteva cambiare idea dopo un’ora, oppure la settimana successiva. Amava cambiare molto anche il suo stile esteriore, gli occhiali, il taglio di capelli, era molto attento a “vestire”, a cogliere i cambiamenti del momento…
Il suo debutto nella regia è un omaggio ai fratelli Marx. C’era chi diceva che i Beatles ne imitassero alcuni modi di fare…
La stampa americana si trovò impreparata di fronte ai Beatles, la prima volta che vennero in America. La band era brillante, divertente, affascinante, scherzava coi giornalisti. Quando giunsero a New York, uno di loro disse che il loro stile sembrava imitare quello dei fratelli Marx. Non so esattamente quando e se John abbia mai visto uno dei loro film. So che successivamente John incontrò Groucho Marx a Los Angeles, credo provasse ammirazione per lui, per quel che diceva, per il suo linguaggio. Groucho dava grande importanza alle parole.
Nei suoi film si è occupato di figure artistiche come i già citati Groucho, Harpo, Chico e Zeppo Marx, come John Lennon, o ancora come Peter Sellers, eppure, nonostante la loro notorietà, nessuna di loro appartiene al mainstream…
Lavoro sempre su figure e su vite che ho amato molto. È stato così per Frank Sinatra, così come per i fratelli Marx. Per me la documentazione sulle vite di questi personaggi è un divertimento, un piacere…Sono molto interessato alle storie di uomini che hanno raggiunto il successo per conto loro, che hanno fatto ciò che hanno voluto, e John Lennon è tra questi. È questo il tema comune che lega i miei film, si tratta sempre di persone che hanno avvicinato l’arte in maniera estremamente individuale, indipendente…
A quali nuovi progetti sta lavorando?
Ho appena presentato un film per la televisione sul cantante popolare Bing Crosby. Ho fatto diverse cose, come avrà visto, sulle star della musica, ma non voglio dedicarmi solo a questo. Ho appena girato un film sul Paradiso, sul suo significato nelle cinque religioni più importanti, il Cristianesimo, l’Islamismo, l’Ebraismo, l’Induismo e il Buddhismo. Come vede non mi occupo solo di rock and roll! Ho in mente di fare qualcosa probabilmente intorno a Monna Lisa, e forse, su una star del cinema e poi ancora su Martin Luther King… insomma ho molte idee, vediamo per quali di questi progetti riesco ad ottenere i fondi. Mi interessano tutti, naturalmente!
(*) L’ incontro è apparso sulla rivista “Carte di Cinema” n. 28, 2010
NOTA BIOFILMOGRAFICA di Guglielmo Favarini

John Scheinfeld nasce a Chicago, cresce a Milwaukee, sin da giovanissimo, la visione sul grande schermo di Lawrence d’Arabia alimenta il suo interesse verso il cinema.
Dopo essersi laureato in Sociologia e Comunicazione all’Oberlin College, consegue un master presso la scuola di cinema della Northwestern University. Determinato ad entrare a far parte di importanti Studios, giunge a Hollywood, dove riesce ad ottenere dei colloqui di lavoro. Di lì a poco è assunto dalla Paramount Pictures come junior executive per lo sviluppo televisivo, e in seguito è sceneggiatore di pilot per la ABC, la NBC e la Fox, CBS. Divenuto autore televisivo, nel 1993 firma la regia del suo primo documentario, The Unkown Marx Brothers, scritto e diretto insieme a David Leaf, che sarà suo inseparabile collaboratore. Il film ripercorre il percorso artistico di Groucho, Harpo, Chico e Zeppo Marx, dai loro esordi alle ultime apparizioni nei primi anni Sessanta. Dopo aver scritto due episodi di serie tv poliziesche, scrive, produce e dirige (insieme a David Leaf) un biopic su Peter Sellers, The Unknown Peter Sellers (2000). È autore di speciali televisivi, documentari tv, come, ad esempio, quelli dedicati a Frank Sinatra, Rosemary Clooney, Nat “King” Cole, Jimmy Durante, Bob Hope, Dean Martin, Ricky Nelson e ancora ai Bee Gees. Nel 2004 Electric Youth: Teen Stars in the Music Business, è uno speciale tv per cui il regista è nominato agli Emmy Award.
Due anni più tardi Scheinfeld dirige Who is Harry Nilsson (and Why Is Everybody Talkin’ About Him?), che focalizza l’attenzione sul cantautore Harry Nilsson, attivo negli anni sessanta e settanta, film che ottiene un grande successo di pubblico. È dello stesso anno, sempre al fianco di David Leaf, U.S.A. contro John Lennon, che ripercorre la trasformazione dell’artista, da rockstar ad attivista pacifista. Successivamente è autore di We Believe (2009), su una squadra di baseball di Chicago. Nel 2010 The Legendary Bing Crosby è un omaggio al leggendario Bing Crosby e ai suoi duetti con Armstrong e David Bowie. Nel 2016 Chasing Trane è un documentario sul musicista John Coltrane.

Nel 2020 dirige Herb Alpert is…. Tre anni più tardi firma due documentari, What the hell happened to Blood, Sweat & Tears? (2023) sui Blood, Sweat & Tears, che nel 1970 era una delle più famose band del mondo, avevano diretto il Festival di Woodstock. Il film si sofferma, in particolare, sul loro controverso tour, durante l’amministrazione Nixon, dietro la cortina di ferro. Reiventing Elvis: The ‘68 Comeback (2023) è sulla rentrée nella scena musicale, dopo anni di crisi, dell’allora trentatreenne Elvis Presley, in particolare sul dietro le quinte dello speciale televisivo della NBC del 3 dicembre 1968, pensato per rilanciarne l’immagine e il talento.
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